La dimora dello sguardo, Fara editore, 2018

Pubblicazione del libro “La dimora dello sguardo” (Fara editore, aprile 2018)
raccolta poetica I classificata al concorso narrapoetando

 

http://www.faraeditore.it/vademecum/12-Dimorasguardo.html

 

Note critiche dei giurati:

Eccellente esercizio poetico che riflette sulla possibilità della parola di farsi scena – e quindi luogo, e quindi dimora – di uno sguardo che è più mano tesa alla ricerca di un contatto che distanza insuperabile. Esercizio corporale e umilissimo contro la pretesa della poesia di rendere presente l’assente
a tutti i costi.
(Michele Bordoni)

Una raccolta che s’interroga sulla parola e sullo sguardo, su quei luoghi della memoria che “si spostano dentro di noi”. Ne “L’indolenza dei contorni” ho trovato forse una chiave di lettura di queste poesie: un vagare nel Tempo senza “smarrire il mondo”.
(Giovanna Iorio)

Protagonista di questa raccolta è il mondo accolto come un luogo in cui mettere alla prova la propria etica, in un gioco continuo di adulti che possa – rinfrancato dal ricordo di una voce senza significato, voce materna, voce narrante – ritrovare i contorni alle cose. Se il mondo è prima di tutto luogo del gioco e della fiaba, dovere del poeta è riportare l’attenzione sulle cornici
che sono, come le parole della poesia, sostegno ad ogni altra cosa, che sia nuvola, ricordo, sentiero o pianto. Il confine è la misura dello sguardo del poeta che accoglie la desolata meraviglia che sempre accade per un passaggio sbagliato di palla.
(Alberto Trentin)

La Forma, come collocazione di sé, soggetto, nel paesaggio complessivo. I luoghi con la loro realtà piena e oggettiva. Lo sguardo, che “attraverso una crepa si fa largo” diviene una chiave possibile per decifrarli e collocarsi. Una frontiera, confine, di cui la Parola “sgretola fragoroso il silenzio”.
In questi versi rinveniamo l’origine della Poesia intesa come lingua nuova capace di attraversare le percezioni. Il verso è sempre attento al rapporto suono/senso, di essenziale economia espressiva, portando un
ordine armonico nella scrittura.
(Valeria Raimondi)

 

Segnalazione libraria di Gian Ruggero Manzoni (14/05/2018)

– LA DIMORA DELLO SGUARDO di Giancarlo Stoccoro, Fara Editore. Stoccoro, da buon psichiatra, in questa sua raccolta poetica (Opera Prima Classificata al concorso “narrapoetando” 2018) a mio avviso tenta di catturare, attraverso la ricostruzione di uno scenario che pare non veda alcuna soluzione di continuità nella storia del nostro esserci, un movimento che infine possa condurci a una meta; quel fugace andare, dovuto a un’irrevocabilità dell’istante, che tanto assillò anche un grande come fu Rilke. Stoccoro sa che quel lampo non si lascerà mai catturare da un pensiero discorsivo, bensì, forse, da un dire che sia capace di intenderne la transitorietà, come autentico perdurare; da una voce che sia in grado, insomma, di porsi come luogo utopico, fra un mondo che svanisce e un mondo che, dalle sue maglie disannodate, poi riesce a riprodursi e a rinascere. La sua, quindi, non è poesia didascalica, poesia composta, bensì canto emesso al fine di immobilizzare un quid che pare impossibile da fermarsi, pena la sua riduzione a scoria morta o a fantasma esistenziale, quando appunto si cade (come nell’oggi) nel baratro in cui tutto il pensabile pare sia già stato pensato e che, nell’oltre, non si annidi più alcunché. In questo senso, grazie alla sua forza, la scrittura di Stoccoro lascia emergere da un fondo oscuro un barbaglio che, via via, diviene emanazione sempre più evidente, in particolare quando il linguaggio, inteso come sguardo totale e divorante, scarta l’abbellimento o la decorazione per divenire carne e sangue.

 

La recensione di Vincenzo D’Alessio :
https://farapoesia.blogspot.com/2018/07/il-solco-dove-lo-sguardo-rimanda-il-suo.html

La raccolta di versi che reca il titolo: La dimora dello sguardo, del poeta Giancarlo Stoccoro, è risultata vincitrice del Concorso nazionale Narrapoetando 2018, indetto annualmente dalla Casa Editrice Fara di Rimini.
In questa occasione è utile ricordare i nomi dei Giurati che hanno votato la raccolta di cui parliamo: Michele Bordoni, Giovanna Iorio, Alberto Trentin e Valeria Raimondi. Ognuno di essi si è fatto carico di analizzare forma, contenuti, attualità e permanenza nel tempo dei testi inseriti nella raccolta, a seconda della propria sensibilità critica.
Il pensiero critico di Valeria Raimondi l’ho sentito più vicino al mio, nella lettura della raccolta di Stoccoro, dove scrive: “La Forma, come collocazione di sé, soggetto, nel paesaggio complessivo. (…) Poesia intesa come lingua nuova capace di attraversare le percezioni.” (pag. 8).
La dimora raccontata in versi dal Nostro ha richiamato alla mente La casa dei doganieri del Nobel Montale dove i versi recitano: “Tu non ricordi la casa dei doganieri / (…) in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri / e vi sostò irrequieto.”
Nei versi la parola “luoghi” compare in tutta la raccolta a indicare il solco dove lo sguardo rimanda il suo percorso, il nostro percorso esistenziale, il “destino di anime di pianura”, guidate dallo sguardo interiore impercettibile agli occhi degli uomini.
L’altrove che descrive il Nostro somiglia molto al “luogo” cantato dal poeta romantico Friedrich Hölderlin: il perturbante, l’impenetrabile.
Ritroviamo in questi versi il senso: “(…) Fosse facile stringersi / l’ombra addosso / ignorare l’alba / davanti a sé” (pag. 16).
La poesia di Stoccoro può considerarsi essenziale e romantica al tempo stesso: nuova per la ricerca che prende l’abbrivo dalla lezione del Novecento sulla scarnificazione della “parola”; romantica per il ricorso al “nome” delle persone, dei luoghi, degli oggetti, fonti dell’ispirazione espressiva: “Abitare la frase / consentendo alla parola / di consumare l’oggetto / fino a custodirne l’ombra / al di là del giorno” (pag. 77: L’indolenza dei contorni).
Lo sguardo poetico è alla ricerca della sua dimora.
L’invito rivolto al lettore è di condivisione nell’intraprendere il viaggio che porta al completamento di noi stessi: “Ho scritto tanto / per non lasciare / senza immagini / il desiderio” (pag. 64).
Vorrei congiungere i versi della raccolta La dimora dello sguardo ai versi della raccolta del poeta Luigi Fontanella: Ceres (Caramanica Editore 1996), dove l’epigrafe recita: “Difficilmente il suo luogo / abbandona ciò che abita vicino all’origine.” (Hölderlin): “Vorrei toccare una poesia / che solo sta tersa e leggera / (…) unica cosa casa di vetro / illuminata dal giorno / che si sposti volando / su ogni anfratto del mondo. / Vorrei che il verso diventi universo / e che ogni cosa ritrovi il suo posto.”

La recensione di Lucia Papaleo:

https://farapoesia.blogspot.com/2019/02/raccontami-cio-che-sai-la-poesia-di.html?q=lucia+papaleo

Aspettando Prove di arrendevolezza di Giancarlo Stoccoro, in imminente uscita per Oèdipus, riassaporiamo La dimora dello sguardo, penultima raccolta di questo poeta e psichiatra milanese che fa della poesia uno strumento infallibile di vita, di cura, di relazioni e di conoscenza.
Egli ama dire che “le parole della poesia non dovrebbero mai essere troppo ospitali”, che la poesia dovrebbe “accogliere qualche domanda ma non rispondere a tutte”, e lascia trasparire quanto osmotico e sottile sia il confine tra poesia e mente, tra dimora e aria.
Nella Dimora si scorge la struttura portante di ogni altro suo scritto, sia precedente che successivo; i temi che lo appassionano e che tende a sempre a sviluppare, a perfezionare, frutto di instancabile osservazione del contesto che lo circonda; la sua tendenza a stabilire legami con ogni cosa che popola i suoi dintorni. I suoi temi sono luoghi, assenze, alberi, distanze.
Raccontami ciò che sai… ed è subito dialogo tra il poeta e il suo lettore; tra il poeta che non è il detentore della musa, che piuttosto gli viene incontro da fuori, dal lettore che racconta e legge ed è la stessa cosa.
Stoccoro va al di là della scrittura, legge chi lo legge. È dei poeti migliori questa capacità ed è raro imbattervisi. Si resta impigliati nelle sue poesie perché lui ti chiama per nome e tu resti.
Allo scrittore accade di lasciare l’opera a metà, in preda al solipsismo della sua scrittura, finché non arriva il tassello che la completa. E il tassello mancate è il lettore, con la sua personale traduzione.
È questo il dialogo a cui mira Giancarlo Stoccoro, e che arriva quando vuole; l’autore non può farci niente, può solo aspettare e scrutare. Lui è la dimora, lui il fortino da cui parte lo sguardo amorevole che avvince.
Si può anche immaginare che i versi siano scaturiti da eventi molto personali, da amori iniziati e interrotti – meglio se sul più bello – in modo che possa essere il bello la materia da stendere sui fogli.
E se chi entra in possesso di quei fogli si dimentica del poeta e vede scorrergli davanti la vita – la propria o una vita inventata – allora è poesia semplice come il tempo che si stende sulla pelle e sulle cose, che annulla la distanza (parola ricorrente, forse per prudenza e scaramanzia, per non farsi catturare e troppo irretire, per riuscire a mantenere quella giusta).
Si inizia a leggere ostentando distanze, sicuri che non si resterà contaminati, che non si crederà alle ingenuità di un poeta… e invece ci si entra fino al collo, specie se la lettura conduce nei luoghi (altro topos ricorrente) che interrogano ciascuno ad ogni istante, (ogni luogo che raggiungo è un confine/che non smette di interrogare il mondo).
La poesia ci insegue, e noi ci lasciamo raggiungere, prendiamo dimora in ogni immagine, in ogni verso. Parole ci chiamano/assecondano la nostra voce/sembrano portarla chissà dove.
Sono testi brevi, non se ne perde il filo, non ci si perde tra le righe; vi si entra per poi rimanere nel loro senso profondo e semplice. Si rimane dentro la stessa ansia, lo stesso stupore, lo stesso desiderio. A volte m’accorgo in nota/che ti tengo addosso/con un’approssimazione che fa male
La frontiera labile dell’abbraccio/quel taglio obliquo/impegnato a scoperchiare il mondo. Versi che si nutrono anche di visioni oniriche, considerata la passione e l’interesse scientifico dell’Autore per il sogno. Il più intimo atto dell’individuo, il più solitario, diventa legame tra individui; raccontare un sogno crea un confine, una pelle, che ingloba le persone più diverse che si trovano nello stesso spazio-tempo-compito scoprendo che il sogno è uno solo, che ognuno declina con immagini diverse e proprie, basta solo condividere uno stesso evento che genera emozioni.
La dimora dello sguardo – dentro cui si stabiliscono Lettore ed Autore – diventa il setting di un gioco tra sogno e poesia. Ed ecco la realtà/trasloca/alla fine di un giorno/che ci ha ospitato come tanti altri.
Mantova 3 febbraio 2019 Lucia Papaleo

è finalista al Premio Guido Gozzano 2018 e al Premio Internazionale Città di Como 2018

Ha vinto il secondo posto per la poesia inedita al Premio Internazionale Energia per la vita 2018
http://energiaperlavita.weebly.com/verbale-2018.html#

Ieri a Rho la premiazione del concorso “Energia per la vita”.Ringrazio la giuria tutta e in particolare Laura Maria Gabrielleschi e Alessandro Quasimodo che ha letto la poesia.Felice di aver incontrato Franco Buffoni, Piero Marelli, Alessandra Corbetta, Ivan Fedeli, Raffaele Floris, Fabrizio Bregoli e i poeti tutti, che ancora non conoscevo.Un grazie particolare a Rita Iacomino.

Pubblicato da ladimoradellosguardo.it su Domenica 11 novembre 2018

è tra i libri di poesia selezionati al Premio Bologna in lettere 2019:

Premio Bologna in Lettere 2019 – Sezione A (Opere edite)

e finalista al Premio Alda Merini di Brunate 2019:

https://farapoesia.blogspot.com/2019/02/la-dimora-dello-sguardo-finalista-al.html?fbclid=IwAR2JG2z_UmtSKRpceh_89yd0_pawlE5AejkJv0Bl3E35snv8ijpn6N09qTU

 

Alcune poesie tratte dalla silloge

 

Per quanto stia fermo
lo sguardo dà impronta di sé
quando sorride e allarga il braccio
accarezza le montagne e confonde
il nostro destino di anime di pianura

————–

I luoghi comuni le serate senza dedica
un quadro di Hopper sulla parete bianca

Se solo abbandoni le tracce
scopri lo sguardo notturno del cielo
mentre la vita danza nella stanza accesa

Una lenta processione di alberi
carichi d’ombra
ammicca davanti alla finestra

Ti fai ramo per una foglia
che sola corre via

————–

I luoghi si spostano dentro di noi
nemmeno concedono un’ora di tregua
per quanto tu fugga gli appetiti del mondo

Qui adesso rimane carne di contrabbando
e la luna che rovina ignara sugli occhi

————–

Consentire alla notte di dubitare ancora
strappando qualche sillaba alle frasi fatte

Sdraiarsi mollemente quando l’orizzonte
sembra nascondersi dietro l’ultima curva

Non smettere mai di scrivere con ignota
destinazione e più smisurata abnegazione

Forme d’ombra poesiaallachiarafonte

http://poesiaallachiarafonte.ch/95-Giancarlo-Stoccoro-Forme-d-ombra/

 

Forme d’ombra ripubblicato dall’editore di Lugano Mauro Valsangiacomo
in una plaquette ampliata contenente 24 poesie (rispetto alle 16 originarie).
Sul sito poesiaallachiarafonte.ch l’incipit e le prime liriche.

 

– FORME D’OMBRA di Giancarlo Stoccoro, Ed. Alla chiara fonte. Dalla filosofia orientale e dall’essere “sfuggevoli” hanno preso vita le poesie di Stoccoro che questa bella plaquette contiene. Del resto il raccontare molto in poco spazio ha come scopo quello di lasciare un segno duraturo nell’animo di chi legge, non solo, quindi, di stupire, per poi svanire. Matsuo Bashō, grande maestro dell’haiku, riprese un suo allievo in questo modo: “Hai la debolezza di voler stupire. Cerchi versi splendidi per cose lontane; dovresti trovarli per cose che ti sono vicine”. In questa breve raccolta l’ombra risulta presenza fatale perché non risanata, poi un’opportunità, perché in parte ascoltata ed integrata, quindi quale alter ego, entro cui specchiarsi, sebbene risulti, come ben sappiamo, oscura, non riflettente. Ciò riesce quando si attiva la parte positiva in essa contenuta, impedendo la sua deriva distruttrice, arrivando, in questo modo, a una diversa qualità di consapevolezza e di esistenza. Così, l’ombra, può trasformarsi in opportunità se ascoltata nelle sue giuste rivendicazioni, e se “depurata” dalle sue componenti ritenute negative, e ciò tramite l’integrazione purificatrice che in sé contiene la parola. Quella parola che a volte, occupando luoghi arbitrari, va a riempire spazi che paiono non suoi, dilatando cedevoli confini, fino a reinventarne le forme … le forme, appunto, dell’ombra stessa, al punto di raggiungere a delineare anche idee astratte, fino a contenerle in uno stampo perfetto, ben riconoscibile. Questo è ciò che riesce a Stoccoro, almeno in questa prova. Confidiamo continui così, considerato il bisogno generale di nuovi profili, sempre sfruttando, nondimeno, quelli che finora questa nostra dimensione esistenziale ci ha regalato.

Gian Ruggero Manzoni  (segnalazioni librarie, 14-05-2018

https://www.facebook.com/gianruggeromanzoni?hc_ref=ARS4AG6tNnEoXl3NNEpM6Qh5C2DHvpzP0lusLES4FRAvH8hTeV9Gpx-orSTZenuvXMk&fref=nf

 

La plaquette è disponibile sul sito dell’editore e a Milano presso la libreria Popolare di via Tadino.

http://www.librerieindipendentimilano.net/…/libreria-popola…

 

Lerici Pea 1988

Giuria: Giulia Borgese, Giorgio Caproni, Silvano Masacci, Giovanni Petronilli, Maria Luisa Spaziani e Alberta Andreoli

(Poesia ripubblicata in : Consulente del buio, L’Erudita, Roma 2017, p. 22 e 23)

https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&cad=rja&uact=8&ved=0ahUKEwitlc3xherYAhXDzKQKHbJGA98QFggoMAA&url=http%3A%2F%2Fwww.ebay.it%2Fitm%2FLERICI-PEA-1988-Paolo-Bertolani-Giancarlo-Stoccoro-Ilde-Arcelli-Luca-Canali-%2F361544735427&usg=AOvVaw0NJ3KD2f3ZaMacJVF93mtL

POETI E PROSATORI ALLA CORTE DELL’ES

Pubblicazione del libro: ‘POETI E PROSATORI ALLA CORTE DELL’ES’

Articolo sul quotidiano ‘La Sicilia’ di G. Calanna pubblicato in data 05/11/2017:LA-SICILIA-05.11.2017-Ridenti-e-Fuggitivi-G.-Calanna

Recensioni:

http://www.pelagosletteratura.it/2018/01/18/essere-scritto/

“Poeti e prosatori alla corte dell’Es”, un capolavoro che accende …

‘L’estroverso: Poeti e prosatori alla corte dell’ES’

Poeti e Prosatori alla corte dell’Es – AnimaMundi Edizioni

Questionario a cura di Giancarlo Stoccoro Otto Domande da Poeti e …

POETI E PROSATORI ALLA CORTE DELL’ES – AnimaMundi Store …

Giovanna Rosadini: nonostante tutto, la poesia ‘vende’ (e soprattutto …

poeti e prosatori alla corte dell’Es (AnimaMundi, 2017)

Il poeta Giancarlo Stoccoro ospite della rassegna #Poetry | Faenzawebtv

Sport a Rimini Archivi – Sport a Rimini

 

http://www.psychiatryonline.it/node/7146

http://www.psychiatryonline.it/node/7147

http://www.psychiatryonline.it/node/7148

http://www.psychiatryonline.it/node/7149

http://www.psychiatryonline.it/node/6693

Contributo di Franco Loi

Franco Loi, dopo aver ascoltato il progetto, prima di rispondere alle do- mande, quasi anticipandole…

Le sensazioni e le emozioni inconsce sono quotidiane nella vita, noi non ce ne accorgiamo ma dentro di noi si accumula una sapienza che non abbiamo col pensiero. Dante, nel XXIV canto del Paradiso a Pietro che gli chiede «qual è la tua fede?», risponde con le lettere di San Paolo ridotte a due versi: «Fede sostanza di cose sperate ed argomento delle non parventi» e «Ma come fai a dire sostanza e poi argomento? Sono in con- traddizione» gli dice Pietro e Dante: «No, non sono in con- traddizione, le cose che vediamo e tocchiamo non possiamo metterle in dubbio, ma delle altre non possiamo avere certezza e allora cominciamo a discuterne, col pensiero cominciamo ad analizzarle». Secondo me fede è certezza di esperienze vissute nella loro essenza, che il nostro pensiero non riesce ancora a comprendere. Questo è molto più preciso e vero, perché non conosciamo l’essenza delle cose tutte, figurarsi dell’universo. Non conosciamo quasi niente del mondo, solo che l’uomo ha la pretesa di trarne sempre una conseguenza di ordine logico da cui parte quel poco che conosce per tracciarne delle ideo- logie (comunismo, Dio non esiste o viceversa una serie di bugie attorno alla divinità), dimenticando di essere in una condizione tale da avere col pensiero una conoscenza tanto superficiale. Lo dice Einstein: «Non si perviene alle leggi universali per via

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di logica ma per intuizione e l’intuizione non la facciamo noi ma è possibile in rapporto simpatetico con l’esperienza», cioè amoroso con l’esperienza. Allora tu ami qualcosa (fai il conta- dino, fai il falegname, fai qualsiasi cosa ami fare) e in questo modo conosci te stesso insieme alla cosa su cui stai lavorando. Nel Vecchio Testamento, proprio al momento della creazione, il primo atto fu la luce e Dio vide che era buona. Secondo atto fu la separazione dello spirito dallo spirito, lo spirito che rimane in Dio e quello atto ad avere rapporto con la materia. E quindi di Dio non possiamo dire niente, solo cose che possono an- dare bene per la società ma non cose vere. Dio non ha mai rapporto con la materia, mentre lo Spirito Santo sì. A me piac- ciono i pellerossa perché lo chiamano il Grande Spirito. Ci sono esperienze che l’uomo fa e che non sono comprensibili dalla mente. Mosè, dopo che gli sono stati dettati i Comanda- menti, che sono provvedimenti di ordine sociale e non hanno niente a che vedere con il peccato e il male, dice alla voce: «Ma tu chi sei?». E la voce risponde: «Io sono colui che sono». In realtà la risposta è RA- AR, cioè essere – non essere. Questo è interessante: gli atei sono nel non essere ma quelli che hanno una coscienza di se stessi, seppur relativa ma profonda, non possono fare a meno di ammettere che ci sia qualcosa di inco- noscibile. Conosci te stesso, nosce te ipsum è fondamentale, que- sto è il compito.

Risposta 1| Sì, io sono convinto che così sia. Anch’io dico sempre di aver scritto un solo libro e che era già scritto. Questa forza è così evidente quando noi pensiamo al sogno. Quando andiamo a letto la sera, non è che ci diciamo «adesso sognerò il mare perché amo il mare, la montagna perché amo la mon- tagna o una bella donna». Sogniamo quello che sogniamo. Per fortuna riusciamo a racimolare col pensiero qualcosa sulla vita, sulla natura, sul mondo, sull’uomo. Tutti i poeti, gli scrit-

tori e i filosofi, che hanno avuto l’attenzione e la pazienza di stare ad ascoltare se stessi e il mondo, dicono che quello che hanno scritto, non l’hanno scritto loro. Anch’io, quando ri- leggo le mie poesie dico: «ma chi le ha scritte?». Certo che serve la cultura, la cultura serve per rivedere le cose che si dicono. Non siamo così straordinari da ridire esattamente quello che ci viene detto dentro di noi e facciamo degli errori. Per questo abbiamo in mente le rime e tutte quelle regolette. Ciò che è davvero importante è l’ascolto di se stessi, bisogna essere soli. Ho scritto Stròlegh tra la fine di giugno e la seconda metà di lu- glio perché ero da solo in casa. Giravo per le stanze e recitavo quello che sentivo, quello che veniva fuori da me. Quando la mia mente non ce la faceva più a ricordare, mi sedevo e scri- vevo.

Dopo aver scritto, devo fare un gran lavoro a leggere e rileg- gere: la parola è suono. Da bambini si faceva un gioco ormai dimenticato: ci mettevamo in cerchio e contavamo. Il bambino selezionato pronunciava una parola, per esempio “cassapanca”; tutti in coro ripetevamo cassapanca, cassapanca, cassapanca… fino a quando uno dei bambini diceva: «non so più cosa sia, non sento, non vedo più quella cosa, sento “csspa”». Era la consonante che risuonava dentro, non la vocale. Poi si sceglieva un’altra parola e si continuava a giocare.

Risposta 2| Non solo la poesia. Benedetto Croce, nel suo diario pubblicato postumo dalla figlia, scrive una grande cosa: «Nel filosofo accade il medesimo che nel poeta. Non è lui che filosofa ma Dio o la natura, anzi è la cosa che pensa se stessa in lui». Straordinario! Non so se la poesia sia salvifica ma è stata l’essenza della mia vita. Adesso mi è venuta questa malattia agli occhi, ho fatto un errore gravissimo: compiuti gli ottant’anni, ricevuto l’ennesimo premio, ho sentito gente che diceva di aver letto le mie poesie e mi incensava ma poi ho scoperto che non

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Poeti e prosatori alla corte dell’Es Contributo di Franco Loi

Contributo di Franco Loi Poeti e prosatori alla corte dell’Es

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era vero. Io mi sono detto: «ho scritto tanto, ho detto tanto e poi mi trovo che le persone non fanno un minimo di rifles- sione su se stessi» – io ho scritto sopratutto per gli altri, perché capissero qualcosa – «basta, non scrivo più!». Sarà un caso ma subito dopo mi è venuta la maculopatia. Questo mi ha fatto capire che non si finisce mai di comprendere. Uno può aver letto tantissimo, come ho fatto io, ma essere presuntuoso. La presunzione umana è terribile! Ha ragione ancora Einstein che, dopo aver saputo del lancio della bomba atomica, aveva detto: «Se nascessi un’altra volta, farei l’artigiano piuttosto che vivere questa disperazione». L’energia dell’atomo da lui scoperta era stata immediatamente usata dall’uomo per scopi distruttivi. È presunzione umana anche aver detto io ho fatto troppo. Nella vita non si fa mai abbastanza! Non s’impara mai abbastanza!

Risposta 3| Il sogno è l’espressione del nostro inconscio e la poesia lo stesso. Infatti per un periodo della mia vita ho scritto tre quaderni di sogni che trascrivevo la mattina appena sveglio. Se non si scrivono subito, si dimenticano. Questo la dice lunga su come l’attenzione dell’uomo non debba mai venir meno. Se non li scrivo, me li ricordo ma non riesco più ad af- ferrare alcuni particolari importanti. Ricordo per esempio di aver sognato di essere uscito volando dalla finestra di un ca- stello e di essere finito lontano su un albero di ciliegio. Dall’al- bero vedevo i contadini che stavano facendo la vendemmia dell’uva. Era una festa bellissima che mi piaceva. Poi, però, come ho deciso di scendere e di andare a parlare con i conta- dini non l’ho scritto e quindi non ce l’ho bene in mente. Que- sto vale anche per la poesia, non bisogna fare come Zanzotto che dice: «Il primo verso viene da sé ma poi io mi ritraggo, perché ho paura di essere travolto». Non bisogna ritrarsi, anzi, è necessario abbandonarsi ancora di più a se stessi.

Risposta 4| Tradire traducendo è proprio interessante. Ab- biamo già detto che la parola è suono. Se io dico: «di Dio sono matto, si strappa la coscienza, vado in giro, lo penso, me lo ri- mugino e cammino… E più lo penso e più gli sono lontano. Dio è scherzoso, è come fa la luna che i miei pensieri sono nu- vole, e lui si nasconde. Così io mi perdo via, parlo con gli uo- mini, e matta è la luna, chiara, luna che si rifà sempre luna, luna luneggiante…» come succede sempre d’estate. Se lo dico in mi- lanese, “lüna lünenta” è una cosa ben diversa, c’è la musicalità: «De Diu sun matt, se streppa la cuscienza./ Vu ‘n gir, el pensi, me ‘l remèni, e vu…/ E püssè ‘l pensi, e pü ghe sun luntan./Diu l’è schersûs… L’è cume fa la lüna,/ ch’i mè penser în nüver, e lü se scund./Inscì, me tundi via, parli cuj òmm,/ e matta l’è la lüna, ciara lünenta,/cun la sua lüs che slisa ne la nott». È di- verso, tutto diverso, nell’ascoltarla si muove dentro qualcosa attraverso i suoni, attraverso la sequenza dei suoni. Non sap- piamo cosa sia, ma c’è, è qualcosa di indefinibile. Poi c’è la mia emozione nel dirla. La traduzione, invece, per quanto voglia esserle vicina, non è mai la poesia, cioè la versificazione musi- cale di quello che si è sentito, la musica delle parole. Come Mo- zart, come Bach ci trascinano nostro malgrado, ci emozionano profondamente e dalla tristezza, che avevamo, piangiamo la- crime di gioia.

Non si può tradurre, possiamo mettere delle didascalie, le chiamo così, come per le foto; per esempio: Piazza del Duomo alle ore 15 del giorno tale a Milano. La pretesa di esprimere la poesia nella traduzione… bisogna scrivere un’altra poesia!

Risposta 5| Intanto la solitudine è importantissima: non bi- sogna essere distratti dai famigliari, che sia la madre o la moglie. Ogni volta che ho scritto le mie poesie, che sia Stròlegh o L’An- gel, in meno di un mese, ero da solo. Non so come nasca la poesia. Ci sono tutti i precedenti, da bambino facevo teatro,

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Poeti e prosatori alla corte dell’Es Contributo di Franco Loi

Contributo di Franco Loi Poeti e prosatori alla corte dell’Es

poi ho iniziato la narrativa e successivamente ripreso il teatro; ho scritto racconti, un romanzo a 21 anni, pubblicato proprio adesso. È stata tutta preparazione, preparazione inconscia. Non posso dire con precisione cosa mi abbia spinto alla poesia. Avevo già detto che dopo aver letto il Belli ho voluto scrivere una poesia anch’io. Adesso che ci penso bene, anche la lettura di Shakespeare, dei filosofi come Socrate, Kant, Hegel, Croce… Con questo non voglio dire che nasca da suggestioni interte- stuali, ma quanto sia importante la preparazione culturale. Anche un falegname deve conoscere bene il legno per lavo- rarlo. La conoscenza delle parole, gli studi che ho fatto con- corrono al fare della poesia.

È stato incidentale che io, leggendo il Belli, abbia iniziato a scrivere poesie perché, in realtà, ero maturato per abbando- narmi finalmente al mio inconscio.

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è più attenta alla musicalità della parola. La poesia è una musica del vocabolario che vien detta con l’emozione e l’adesione al suono della parola che non c’è nella prosa. La prosa e il teatro, con cui sono partito, mi sono serviti molto nella vita. Anche quando leggevo la prosa, aderivo con tutto me stesso a ciò che leggevo. Poi ho scelto la poesia proprio per la musica, la sono- rità della parola che mi ha sempre colpito. Il prosatore è più attento al significato, c’è una logica costruttiva nel suo operare, non è interessato alla musicalità o meno della proposizione uti- lizzata: usa una parola per dire quella ben determinata cosa. Non è un giudizio di valore: i prosatori possono essere dei grandi personaggi. Ci può essere un abbandono anche nell’an- damento prosaico; l’atteggiamento del poeta è, però, diverso: una parola tira l’altra, è il suono della parola che conduce, non è più la necessità di raccontare quella cosa, arrivano altre im- magini, altri mondi, questa esperienza fa emergere altre cose. Il risultato della poesia è diverso da quello che avevi in mente all’inizio. Nel racconto, viceversa, ci sono tutte le cose che hai in testa come ricordo.

Non so dire perché ho scelto la poesia, anzi, non l’ho scelta, sono stato scelto dalla poesia. Ho scritto, non solo per il suono, nel dialetto degli operai che ho conosciuto e che ho ascoltato a lungo. Mi hanno detto cose eccezionali che poi ho letto nei grandi autori, poeti e filosofi.

Risposta 7| Sì, sì. Avevo quaderni e diari, ne ho 105 ma ne avrei di più se non ne avessi persi alcuni per strada mentre an- davo a lavorare in bicicletta allo scalo merci. Ho iniziato a 16 anni e anche prima. Un ragazzo ha fatto la tesi di laurea e il dottorato sui miei quaderni, tralasciando gli scritti troppo in- timi sulla mia vita. Scrivevo di tutto: i sogni, le piccole cose, la descrizione di una passeggiata… Scrivevo in tram dove ho anche studiato Kant quando andavo alla Mondadori e, a volte,

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Risposta 6| Non ho mai fatto questo confronto tra poesia e prosa perché, secondo me, dipende da come si scrive. Dosto- evskij, per esempio, per me è un grande, non è un poeta ma è come se lo fosse. Dice delle cose profonde e straordinarie. È stato il mio primo maestro, anche se avevo già letto da bam- bino l’Ariosto e Omero. Quello che mi ha colpito da adole- scente è il modo in cui Dostoevskij racconta spontaneamente quello che ha vissuto: dice tutto, non si ritrae davanti a niente di ciò che ha dentro. Correggeva tantissimo ma non poteva farlo a lungo perché gli editori esigevano subito le bozze per pubblicarle. Era un narratore ma scriveva proprio come i poeti. Tolstoj, invece, era in condizioni economiche e sociali ben di- verse: aveva giovani al seguito che lo aiutavano nelle ricerche in biblioteca, aveva accesso ad archivi per altri irraggiungibili, poteva vedere e rivedere i suoi scritti. Due modalità di lavoro ben differenti, malgrado abbia amato anche Tolstoj.

La differenza sostanziale tra prosa e poesia è che quest’ultima

Poeti e prosatori alla corte dell’Es Contributo di Franco Loi

Contributo di Franco Loi Poeti e prosatori alla corte dell’Es

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Risposta 1| Amo Groddeck, la cui lettura è sempre stimo- lante e attualissima. Amo il suo spirito anarchico e “selvaggio”, in contrasto con quegli aspetti di Freud che suonano repressivi e autoritari. Trovo assoluta conferma a quanto egli dice ri- guardo alla scrittura e alla creatività nella mia esperienza, dato che quasi ogni libro che ho scritto ha avuto un aspetto “me- dianico”, tuttavia ogni volta con caratteristiche diverse. Potrei parlare a lungo di queste esperienze, da cui ho tratto la con- vinzione assoluta che l’inconscio è la fonte della creatività e il luogo di quella che gli antichi chiamavano ispirazione, con una parola che i contemporanei in genere si rifiutano di usare. Solo che questa “ispirazione” non è qualcosa che discende dal cielo, ma piuttosto risale da profondità abissali. Detto qui per inciso, la mia esperienza mi ha confermato anche il forte collega- mento tra eros e creatività, messo anch’esso in risalto da Grod- deck («L’Es […] è in misterioso rapporto […] con l’Eros»). Spesso l’ispirazione creativa, lo dico in senso concreto, è uno stato prossimo all’orgasmo. Se qualcuno riderà di questa affer- mazione, vuol dire solo che non l’ha mai provato. In ogni caso, sempre nella mia esperienza, sono arrivata a distinguere un’ispirazione che viene da un inconscio, diciamo, freudiano, quell’oscuro groviglio strettamente personale di sensi di colpa e rimozioni indagato, appunto, per primo da Freud e un in- conscio “junghiano”, un inconscio collettivo, un deposito di archetipi, simboli e miti. La mia scrittura ha attinto sia all’uno

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mi dimenticavo di scendere o scendevo alla fermata prima o a quella dopo. Per me il diario è sempre stato essenziale, come i sogni che poi si dimenticano. Nella vita non si riesce però ad acquisire tutto e le cose si dimenticano lo stesso. Tenere il dia- rio ci consente di rimanere in relazione con noi stessi.

Risposta 8| Non saprei, ce ne sarebbero tanti ma non mi vengono in mente. C’è sempre qualcosa da affrontare. Anche quando si corregge la poesia, non si finirebbe mai. Anche quando sento le mie poesie registrate, già pubblicate, penso subito che dovrei riprenderle, rivederle, modificarle in qualche punto e poi in un altro, senza fine. Non siamo così coscienti da cogliere tutto quando le recepiamo.

 

 

 

 

 

 

 

PIERINO PORCOSPINO E L’ANALISTA SELVAGGIO

 

 

https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/attualita-culturale/Analista-selvaggio-pioniere-della-psicosomatica-amante-%E2%80%A6-dei-porcospini.-Un-convegno-dedicato-a-Georg-Groddeck-a-150-anni-dalla-nascita-allex-municipio-di-Montagnola-in-occasione-delluscita-di-testi-inediti-del-medico-tedesco-pubbl-7374404.html

 

Pubblicazione del libro ‘PIERINO PORCOSPINO E L’ANALISTA SELVAGGIO’ a cura di G. Stoccoro

 

Introduzione   (pp.7-20)

 

 Oh Hoffmann, tu, il più saggio tra i saggi, gli uomini credono che tu abbia fatto un libro di favole per bambini e invece hai illustrato e composto il Cantico dei Cantici dell’inconscio per adulti. Groddeck [i]

Dovunque possiamo trovare simboli. È importante che le cose non siano chiuse in se stesse, che il mare sia soltanto il mare ma anche la madre, che la chiesa non sia soltanto la chiesa ma anche la madre, che i pensieri sull’eternità siano la madre. Il mondo è pieno di simboli. (…) I miti istruiscono sui più profondi sentimenti dell’uomo e si fanno intendere a patto che noi riusciamo a coglierne la valenza simbolica. Groddeck [ii]

 

Non sorprenderà, forse, il profondo conoscitore dell’opera groddeckiana la pubblicazione, finalmente anche in lingua italiana, delle conferenze su Pierino Porcospino, le cui illustrazioni troneggiano da sempre indisturbate in bella vista sulla copertina delle varie edizioni de Il libro e de Il linguaggio dell’Es, oltre che della prima biografia dell’analista selvaggio.


Affascinato e rapito dal libro illustrato dello psichiatra Heinrich Hoffmann, ai tempi già un bestseller da ben mezzo secolo, il Nostro ne fece oggetto di conferenze  per oltre un decennio, dal 1918 al 1930, anni di massima notorietà sia per la produzione letteraria che per il rapporto con Freud e Ferenczi, di cui restano le mirabili corrispondenze.
Eppure queste conferenze, finché visse, non trovarono accoglienza sulla carta stampata.
Freud, che si era occupato dell’argomento nelle Lezioni di introduzione alla psicoanalisi  riferendosi alla storia del ‘Succhia pollici’ come esempio di minaccia di castrazione[iii], non pubblicò sulla rivista “Imago” la conferenza di Baden Baden del 1918, che Groddeck gli aveva offerto.
Anche quella del 1927, quarta e ultima della serie di conferenze berlinesi “Quattro trattati di psicoanalisi”, dopo la trilogia “Anello dei Nibelunghi, Peer Gynt, Faust”, <<quasi come un gioco satirico>> (così scrive Egenolf Roeder Von Diersburg[iv]) giunse troppo tardi e non trovò spazio su “Die Arche”, come viceversa le tre precedenti, perché nel frattempo questa rivista fondata e diretta da Groddeck dal 1925 era stata chiusa.
Non ebbe maggior fortuna la conferenza di Dresda del 1930, di cui si interessò la casa editrice di Francoforte Rurren e Loening, che stampò Pierino Porcospino e alla quale fu proposta.
Certamente, come scrisse Groddeck all’editore,  << la conferenza trascritta può spiegare abbastanza bene il motivo del successo di Pierino Porcospino (…) indubbiamente si parla di cose che non rispondono al gusto di tutti>>.
Lo stesso Pierino Porcospino quando uscì nel 1845 fu un successo inaspettato, che diede avvio a una serie ininterrotta di riedizioni fino alla definitiva (la 28ª del 1859) a cui  seguirono, e ancora seguono, continue ristampe oltre a imitazioni e parodie.  Storielle morali, nate nel mondo perbene e perbenista della società Biedermeier, le dieci filastrocche dal titolo Der Struwwelpeter (Pierino testa arruffata, cappellone) avevano sì un intento pedagogico, contenendo un decalogo di insegnamenti (abbi cura del tuo corpo, non succhiarti il pollice, mangia sempre ciò che si trova sul piatto, non fare il birichino a tavola, sii sempre prudente, ecc.) ma dovevano soprattutto divertire. Dalla sua prima apparizione a tutt’oggi, il libro non smette di dividere <<i tedeschi tra coloro che l’hanno preso come un biberon e quelli che l’hanno rifiutato come gli spinaci e ancora sono irritati per la crudezza del suo contenuto>>[vi].  Indignarsi e confinare le punizioni draconiane, cui sono sottoposti i personaggi, alla pedagogia repressiva dell’epoca serve a poco. Nonostante tutte le critiche di tipo psicologico e pedagogico, Der Struwwelpeter è stato uno dei libri per bambini di maggior successo. Divulgato ben presto in tutto il mondo, arrivò in Italia  nella traduzione di Gaetano Negri col titolo di Pierino Porcospino nel 1882 e da allora è sempre in catalogo presso l’editore Hoepli.


Pierino Porcospino è immortale. Lo sanno tutti. Ma nessuno sa perché … un prodotto indiscutibilmente dilettantesco diventa un classico>>[vii].  Se i bambini dell’epoca potevano rispecchiarsi nelle bravate più o meno efferate dei personaggi delle filastrocche, non risulta convincente la tesi che <<il mondo di oggi continua forse ad amarlo come immagine nostalgica di una società patriarcale perduta.
Tutt’altro che relegato al mondo dell’infanzia, il Porcospino, brutto, sporco e cattivo, anarchico e sessantottino ante litteram, divenne un’icona per la stampa degli adulti con numerose parodie e caricature di carattere politico e sociale: dal Pierino Porcospino politico: un tentativo di unità tedesca del 1849 all’Anti Pierino Porcospino del 1998 con in copertina Helmuth Kohl e Gerard Schroeder.
Proprio <<i numerosi imitatori hanno fatto diventare il Pierino Porcospino originario un sinonimo di pedagogia insensibile alle esigenze del bambino attraverso il diffuso sadismo derisorio delle loro  porcospinate (Struwwelpeteriaden) spudorate e grossolane>>[ix].
A onor del vero si tentò pure di convertire il Pierino Porcospino, pentito delle sue malefatte, nel Struwwelpeter’s Reue und Bekehrung. Pubblicato nel 1851, ebbe un certo successo ed è stato anche tradotto in italiano col titolo “Pentimento e conversione di Pierino Porcospino[x], ma il personaggio, ripulito e pettinato, ubbidiente e coscienzioso, non esercita certo l’interesse del caparbio originale scavezzacollo.


Quale fascino irresistibile si nasconde dunque dietro l’opera immortale di Hoffmann?
<<Che cos’ha di particolare questa storia?>>, egli stesso rispose un anno prima di morire, a quasi cinquant’anni dalla prima edizione del suo libro nel 1892: <<A quel tempo, del tutto casualmente trovai un semino insignificante, lo misi nel terreno in modo del tutto innocente; con il tempo è cresciuto, è diventato un albero e, dopo la fioritura, continua a dare frutti.
Si ricorda che il manoscritto originario venne alla luce come regalo di Natale per il figlio Carl di tre anni e mezzo, dopo la vana ricerca di un libro adatto nelle librerie dell’epoca. Il medico, e più tardi psichiatra, Heinrich Hoffmann, esperto anche di bambini disadattati, ribelli e vittime di traumi precoci, sapeva bene che: <<Il bambino impara semplicemente solo attraverso gli occhi e comprende solo quello che vede. Non sa cosa farsene dei divieti e delle imposizioni morali. L’avvertimento: Non sporcarti! Non toccare i fiammiferi! Ubbidisci! Tutte queste sono parole vuote per il bambino. Ma l’illustrazione dell’insudiciarsi, del vestito che va a fuoco, dell’imprudente che si ferisce, il solo guardare spiega e insegna>> (scrisse lo psichiatra nella lettera della redazione del Gartenlaube nel 1893[xii]).
Le filastrocche, come le fiabe, offrono basi ideali per la proiezione e per questo alcune storie sono più coinvolgenti di altre ma quelle di Hoffmann sembrano non avere uguali. L’autore distrae e diverte i piccoli lettori con immagini tratteggiate velocemente a penna e poi colorate con l’acquarello, senza pretesa artistica, ma incisive come i versi che associa per descriverle. Le rime essenziali, taglienti, facili da ricordare, restano impresse indelebilmente già  dopo due o tre letture. Dei dieci eroi, solo quattro finiscono veramente male, per alcuni la punizione sarà esemplare, altri riusciranno a cavarsela con poco o  addirittura provocheranno più invidia che paura, come nel caso dell’ultima filastrocca del libro, in cui Roberto, sfidando il vento con l’ombrello aperto, vola coraggiosamente verso paesi lontani.
Malgrado siano possibili diversi piani di lettura, sorprende il riscontro, anche nei commenti presenti nelle pubblicazioni più recenti del libro, che il suo fascino stia da sempre nella <<consapevole ingenuità sia nella parola che nell’immagine>>[xiii].  Nell’esaminare le singole filastrocche un commentatore scrive: <<la paura vera, quella che ti lascia sveglio di notte al buio quando la mamma spegne la lucerna, sta in agguato nella storia del povero “Daumenlutscher”, (Corrado succhia pollici). Perché una punizione così atroce per una così piccola colpa? Che male c’è, in fondo, a succhiarsi i pollici? Perché c’è tanto odio negli occhi del sartore, tanta voluttà nel suo volto mefistofelico mentre tronca i pollici del povero Corrado? Forse in questa breve ma intensa nota di orrore sta uno dei segreti del libro. Questa è la storia che tutti ricordano meglio, perché l’orrore ha un suo fascino perverso ma irresistibile>>[xiv].  Interrogativi pertinenti, che potrebbero togliere il velo alla presunta “innocenza” e “consapevolezza” della storiella, per riprendere e approfondire l’interpretazione freudiana della comprensione dei complessi, sessuali e non, dell’infanzia presenti nell’opera.
La letteratura su Pierino Porcospino si soffermerà nel corso degli anni piuttosto sulla più rassicurante identificazione, nelle varie storie, di comportamenti riconducibili a disturbi della classificazione internazionale delle malattie mentali (attualmente l’ICD10),  tra i quali l’ anoressia nervosa, il disturbo della condotta e comportamento antisociale, il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività,  oltre alla piromania e ad altre condotte devianti. In particolare, “La storia di Filippo che si dondola” rappresenterebbe la prima descrizione dei sintomi del disturbo da deficit dell’attenzione dell’infanzia (F90), chiamato infatti in Germania anche “la sindrome di Filippo che si dondola” (Zappelphilipp-Syndrom),  “la storia del cattivo Federigo” il disturbo della condotta (F91), “il succhia pollici” il disturbo del funzionamento sociale (F94.1).
Anche la singolare biografia del suo autore, psichiatra riformatore che eliminerà camicie di forza, letti di contenzione  nel suo ospedale soprannominato “Campo della roccia della scimmia” e dove più tardi lavorerà Alois Alzheimer, attratto dall’innovativo ambiente curativo e non più repressivo, si è ben prestata a una rilettura del suo più celebre lavoro.  Heinrich Hoffmann, ricordato tutt’altro che come rigido pedagogo, quanto appunto democratico innovatore, <<tollerante nei confronti dei propri errori>> e <<ancor di più delle mancanze degli altri>>[xvi]  appartiene senz’altro alla schiera dei guaritori feriti: orfano di madre a sei mesi, rimase per tre anni senza una figura femminile di riferimento e, quando il padre si risposò, fu da lui costretto ad accogliere in casa la matrigna <<salutandola ‘buon giorno mamma’>>[xvii]. Secondo Anita Eckstaedt ( che nel 1998 ha pubblicato una monografia, Il Pierino Porcospino. Poesia e interpretazione. Uno studio psicoanalitico[xviii]) questo lutto precoce e represso verrà tradotto creativamente nei personaggi del Pierino Porcospino che svolgeranno la funzione di capro espiatorio: immagini al negativo del bambino che fu.
In anni meno recenti sono stati pubblicati altri saggi sia d’interpretazione psicoanalitica che  pedagogici, che hanno però sempre tralasciato o citato solo marginalmente le interpretazioni groddeckiane.  Wolfram Ellwanger[xix] ha analizzato  “Filippo che dondola”, <<storia etico- realistica (…) su un <<conflitto irrisolto della fase orale nell’area della nevrosi infantile>> e  il “Fiero cacciatore”, <<una storia fantastica senza morale di un conflitto fallico irrisolto scritta nella lingua delle fiabe>>: entrambe sarebbero <<rappresentazioni dei conflitti padre-figlio sul terreno delle fasi precoci dello sviluppo sessuale>>.
A Helmut Siefert, medico, professore di storia della medicina e psicoterapeuta, si deve oltre al recupero e alla curatela per la Groddeck Gesellschaft di tutti gli scritti sulla letteratura e l’arte di Georg Groddeck, anche un interessante studio su Pierino Porcospino e le conferenze groddeckiane a esso dedicate.  Dando voce all’analista selvaggio, riprende la sua ricetta: leggere dentro i manuali già esistenti, invece di scriverne di nuovi.  E <<questo libro eterno>>, cioè il Pierino Porcospino <<è il manuale più importante per l’inconscio>>[xx], le sue storielle, <<storielle archetipiche>>[xxi].
Siefert, tra le varie filastrocche, approfondisce in particolare quella di Paolinetta e “La tristissima storia degli zolfanelli”. Egli ricorda che l’ambivalenza del fuoco, elemento sì vitale e cantato da Francesco d’Assisi come “fratello foco”, ma anche distruttivo, tanto che con un incendio può distruggere un intero quartiere, è il retroscena reale di questa storia pedagogica. Gli zolfanelli, come venivano chiamati  una volta i fiammiferi, erano stati inoltre appena introdotti grazie al contributo di un fisico e chimico, Rudolf Christian Boettger, conoscente di Hoffmann. Viene quindi citata l’esperienza negativa con il fuoco, vissuta dallo stesso Hoffmann da piccolo: <<stavo imparando a camminare, andai a tentoni verso la stufa rovente e la toccai di buon cuore con entrambe le mani, bruciandomi in modo così terribile che la pelle bruciata rimase attaccata alla superficie incandescente. Ancora adesso posso mostrare le tracce di questa tortura nel palmo della mano destra>>. Se per la psichiatria il comportamento dell’”appiccare il fuoco” (piromania) è inquadrabile nel “disturbo antisociale”, la psicoanalisi, che è una psicologia del profondo, cerca, continuando con le osservazioni di Siefert, di guardare “più nel profondo”, di guardare con precisione: Paolinetta nelle illustrazioni di Hoffmann non appare come una bambina ma come una ragazzina adolescente, in età puberale, una Paolina o una Paola. Osservando le tavole successive, nonostante l’incidente che mette in pericolo la sua vita, non cade nel panico, non sembra affliggersi, viceversa mostra, bruciando, un viso allegro, addirittura voglioso. Evidentemente, scrive Siefert, gode dell’azione proibita e delle sue conseguenze nefaste. Per Groddeck, come leggerete nelle sue conferenze, questa storia è <<il canto dell’onanismo della fanciulla>>, <<una forma poetica dell’atto di onanismo che porta a bruciarsi vivi>>.
Va qui ricordato che nell’Ottocento l’onanismo era considerato una patologia e ritenuto causa di malattie di varia natura e, come tale, combattuto energicamente. Solo con Freud, infatti, l’onanismo verrà considerato uno stadio normale dello sviluppo della sessualità infantile.

 

Groddeck non riunì in un unico lavoro le sue considerazioni su Pierino Porcospino, al centro delle conferenze qui raccolte, ma riuscì a inserirlo surrettiziamente in due capitoli de  Lo Scrutatore d’anime (del 1921), opera da Freud ancor più amata del celeberrimo Libro dell’Es,  e nel saggio La coazione a simbolizzare (del 1922). Il lavoro di Hoffmann, pur solo accennato in questi scritti, già emerge per l’importanza assoluta che gli viene attribuita. Nel romanzo psicoanalitico Groddeck, per voce del protagonista, il trickster Thomas Weltlein, nel capitolo dedicato a una “noiosa visita” al museo afferma: <<Un libro per bambini come il Pierino Porcospino vale dieci volte più di tutto questo museo messo insieme ed è mille volte più profondo di tutto il grande imbroglio di Rembrandt, e anche mille volte più importante. Dal Pierino Porcospino scaturisce un fiume di saggezza>>[xxii]. In un successivo, spassoso capitolo, “Il pazzo in veste di eroe”,  Thomas, <<con aria seria>>, a un interlocutore poco convinto dei <<suoi paradossi>>: <<Se le interessa davvero la questione del rapporto fra scienza e divinità, la soluzione la può trovare nel Pierino Porcospino>>[xxiii]. E, dopo essere stato incalzato al riguardo, finirà col rispondere: << In una di quelle storie[xxiv] un ragazzino arriva di corsa con la bandiera della scienza, un secondo con una palla, che è il globo terrestre, e un terzo con un cerchio, e quella è la matematica, e un quarto mostra trionfante una ciambellina salata, che serve da catena per il povero negretto, che è la fantasia. Come lei sa, il caldo rende fantastici e superstiziosi, il sole, la luce troppo forte rendono scuri di pelle. E per ultimo arriva il Babbo Natale, quello con la lunga barba bianca, noto come simbolo del Buon Dio, e caccia i ragazzini sapienti al loro posto, nel calamaio>>[xxv].
Ciò che interessa a Groddeck non è offrire <<una psicoanalisi dell’opera d’arte>>, bensì <<insegnare l’analisi dal testo letterario>>[xxvi], smascherando l’arrogante debolezza dell’io di fronte alle forze dell’inconscio.
Esaminando opere letterarie, dipinti come La creazione di Adamo di Michelangelo, il << più famoso dipinto del mondo>>[xxvii], la poesia Der Fischer di Goethe, ma anche leggende e fiabe popolari come Biancaneve e i sette nani dei fratelli Grimm, il Nostro sottolineerà  come gli autori siano stati, nel loro pensiero, o meglio nel loro atto creativo, tutt’altro che liberi, anzi guidati dall’inconscio. In quest’ottica non è tanto il valore in sé dell’opera d’arte a essere importante quanto la ricchezza dei  simboli in essa racchiusi, espressi dalle forze misteriose che controllano l’intenzione cosciente dell’artista, al quale non rimarrebbe che la libera configurazione della forma[xxviii].
E ciò varrebbe massimamente per Pierino Porcospino dove Hoffmann, in modo del tutto
inintenzionale,  avrebbe raggiunto la massima efficacia nell’espressione simbolica, innata nel poeta e affine a quella dei bambini nei primi anni di vita. Essi conoscono <<la doppia natura della vita>>, <<l’irrazionale dell’esistenza>>, l’ambivalenza che le dieci filastrocche, in grado diverso, possiedono.[xxix]
<<Tu, che sei grande, pensi in piccolo. Diventa un bambino>>[xxx] è un’esortazione che il Nostro rivolge costantemente ai suoi lettori e che ben esplicita nelle conferenze dove invita i presenti a riattraversare la propria biografia e a ritrovare  <<lo stato d’animo>> che avevano <<da bambini davanti a Pierino Porcospino>> ,  ripensandosi come erano allora. <<Non è certo difficile e il risultato di solito è molto vantaggioso>>.
Ma per fare questo bisogna abbandonare l’orizzonte razionale, l’immagine univoca dei grandi:
<< Per noi adulti, una sedia- apparentemente – è una sedia: ma per il bambino è anche molte altre cose diverse: una carrozza, una casa, un cane o un bambino. Per noi il rubinetto dell’acqua, è – apparentemente – un rubinetto dell’acqua, ma per il bambino è un essere che orina. L’adulto si sforza di rimuovere e nascondere il simbolismo, ma il bambino vede immediatamente i simboli, non può procedere che in modo chiaramente simbolico. E anche il bambino, come si può constatare se solo lo vogliamo, non introduce il simbolo nelle cose dall’esterno ma le percepisce, perché l’uomo, per sua costituzione, è portato a simbolizzare, perché l’uomo è un essere simbolizzante>>[xxxi].
E nel Libro dell’Es si può leggere: <<Se non diventate come questi bambini, non entrerete nel regno dei cieli. A venticinque anni si deve rinunciare a fare i grandi: fino a quell’età è necessario, perché dobbiamo crescere, ma dopo serve solo nella rara occasione dell’erezione. Rilassarsi, e non celare né a noi stessi né agli altri questo rilassamento, questa mollezza, questa tenera gracilità, ecco la cosa importante>>[xxxii].
Groddeck riconosce  all’essere umano solo due possibilità, diventare bambino o diventare infantile:
un essere <<estatico>> piuttosto che <<statico>>  (per dirla con Roger Lewinter in Groddeck e il regno millenario di Hieronymus Bosch)[xxxiii] che a me fa risuonare il concetto di ritorno del rimosso in contrapposizione alla rimozione definitiva del paziente malato di Alzheimer.
La terapia, praticata non solo a diretto contatto col paziente ma anche indirettamente attraverso le proprie opere e le conferenze, si baserebbe quindi sul riconciliare l’adulto con l’essere bambino, smascherare il travestimento dei grandi per ritornare al libero gioco della perversità polimorfa dell’infanzia.
Poco importa quindi se Groddeck <<non rende giustizia>>  a Hoffmann, come non fece con Goethe o con Michelangelo[xxxiv], perché vuole rendere ragione dell’inconscio delle loro opere, opere che <<come forse ogni azione>> hanno <<la propria vita, la propria anima>>[xxxv], e <<rendere visibile l’elemento umano generale>>[xxxvi].
Per questo egli ritrova gli elementi organici elementari (il sangue, l’urina, gli escrementi) ma anche il carattere naturale dell’essere (la bisessualità originaria, l’onanismo e l’omosessualità) inizialmente accolti e compresi come un dato di fatto nell’infanzia e poi regolati, rimossi, sfigurati dal processo educativo in elementi tabù di cui vergognarsi e da respingere a ogni costo nell’età adulta, tanto da diventare <<sorgente e principio  di tutte le malattie- nevrosi, attualizzazioni perverse, alienate, dell’essere>>[xxxvii].
Il “selvaggio” Es, infatti, rispetto a quello “civilizzato e borghese” di Freud non ammette che le sue “escrezioni” vengano rimosse, al più che vengano spostate nella loro espressione e questo è il compito della terapia groddeckiana: la rinuncia alla malattia, a volte unica possibile creazione dell’inconscio in quanto <<ritorno della biologia settica nella ideologia asettica, irruzione dell’organico elementare nello spazio sociale idealizzato, inodoro>>[xxxviii], a favore di una realizzazione non più mortifera  ma di <<riconciliazione con il corpo meraviglioso – sessuale- dell’infanzia>>[xxxix].
Le conferenze su Pierino Porcospino furono tenute da Groddeck davanti a una platea eterogenea,  popolare a Baden Baden e a Berlino, dove avrebbe avuto <<un successo come raramente capita>>[xl], di accademici a Dresda, dove invece suscitò reazioni contrastanti: da ilarità e rifiuto a coinvolgimento appassionato e autentica gioia[xli]. È probabile che anche adesso, a distanza di quasi cent’anni, i lettori si dividano allo stesso modo ma nessuno, come allora, resterà indifferente.
Il Nostro, che al suo ingresso nella società psicoanalitica (al congresso dell’Aia del 1920) si autodefinì <<uno psicoanalista selvaggio>> e che per tutta la vita non smise di presentarsi nelle vesti di buffone e bambino giocherellone e sognatore, non incarnò forse proprio uno dei  personaggi di Hoffmann?

Giancarlo Stoccoro

Bibliografia

A. Bode, “Zur Geschichte des Buches” in: Der Struwwelpeter, ArsEdition, München 1994.

S. Freud, “Lezione 23. Le vie per la formazione dei sintomi” in: Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino 1996, pag. 515-531.

G. Groddeck, Psychoanalytische Schriften zur Literatur und Kunst, a cura di H. Siefert, Fischer Taschenbuch Verlag, Frankfurt a.M. 1978

G. Groddeck, Conferenze psicoanalitiche, UTET, Torino 2005

G. Groddeck, Die Arche, Band III (1927), Stroemfeld/Roter Stern, Frankfurt 2001

G. Groddeck, Il libro dell’Es, Adelphi, Milano 1966

G. Groddeck, Il linguaggio dell’Es, Adelphi, Milano 1969

G. Groddeck, Lo scrutatore d’anime, Adelphi Edizioni, Milano 1976.

G. Groddeck, Questione di donna, TEA, Milano 1980.

H. Hoffmann, Pierino Porcospino, trad.it. di G. Negri, Hoepli, Milano 1985

R. Lewinter, Groddeck e il regno millenario di Hieronymus Bosch, La salamandra, Milano 1977

W. Martynkewicz, Georg Groddeck. Una vita, ed. ita. a cura di G. Stoccoro, Il Saggiatore, Milano 2005

H. Siefert “Georg Groddeck und der Struwwelpeter” in Wege zum Es, a cura di M. Giefer, O. Jägersberg, W.H. Krause, Verlag für Akademische Schriften, Bad Homburg 2010

S. Stocchi, Il porcospino ragionato, Longanesi, 1986.

 

NOTE:

[i] Groddeck, Die Arche III, 30.04.1927, p. 44.

[ii] Conferenza psicoanalitica del 23 agosto 1916, in Groddeck (2005), p. 9.

[iii] Freud (1996), pag. 524- 525.

[iv] Siefert in Groddeck (1978), p. 196.

[v] ibidem

[vi] In Bode 1994.

[vii] Von Matt in Siefert 2010, p.180.

[viii] Stocchi, p.16.

[ix] Bode (1994)

[x] In Stocchi

[xi] Siefert 2010, p.180.

[xii] Bode (1994)

[xiii] Ibidem.

[xiv] Stocchi, p.16.

[xv] Vedi www.ub.uni.frankfurt.de

[xvi] Vedi www.ub.uni.frankfurt.de

[xvii] Siefert (2010), pag. 184.

[xviii] Siefert (2010), pag. 184.

[xix] Siefert in Groddeck (1978), pag.197.

[xx] Groddeck ,. 2. Vortrag: Peer Gynt  in: Die Arche, 30.11.1927, pag. 16.

[xxi] Siefert (2010), pag. 185.

[xxii] Groddeck (scrutatore, pag. 257-258)

[xxiii] ibidem, pag. 308.

[xxiv] Si riferisce qui alla “Storia del moretto” (n.d.c.).

[xxv] ibidem, pag. 309.

[xxvi] Robert Fliess, “Der psychoanalytische Struwwelpeter”. In: Vossische Zeitung, Berlin, Nr. 565 del 30.11.1927 in: Siefert (2010), pag. 185.

[xxvii] Groddeck (1969), pag. 63.

[xxviii] Cfr. “La coazione a simbolizzare”  in Groddeck (1969), pagg. 52-71.

[xxix] Siefert in Groddeck (1978), pag. 211

[xxx] Groddeck (1980), pag. 72.

[xxxi] Groddeck (1969), pag. 71.

[xxxii] Groddeck (1966), pag. 332.

[xxxiii] Lewinter, pag. 40.

[xxxiv] Martynkewicz, pag. 322.

[xxxv] Groddeck (1969), pag. 59.

[xxxvi] Martynkewicz, pag. 323.

[xxxvii] Lewinter, pag. 41.

[xxxviii] ibidem, pag. 44.

[xxxix] ibidem, pag. 46.

[xl] Siefert in Groddeck (1978), p. 197.

[xli] Martynkewicz, pag. 322.

Recensioni:

http://www.lestroverso.it/pierino-porcospino-e-lanalista-selvaggio/
Pierino Porcospino e l’analista selvaggio. Le conferenze di Georg … – Ibs

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