PIERINO PORCOSPINO E L’ANALISTA SELVAGGIO

 

 

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Pubblicazione del libro ‘PIERINO PORCOSPINO E L’ANALISTA SELVAGGIO’ a cura di G. Stoccoro

 

Introduzione   (pp.7-20)

 

 Oh Hoffmann, tu, il più saggio tra i saggi, gli uomini credono che tu abbia fatto un libro di favole per bambini e invece hai illustrato e composto il Cantico dei Cantici dell’inconscio per adulti. Groddeck [i]

Dovunque possiamo trovare simboli. È importante che le cose non siano chiuse in se stesse, che il mare sia soltanto il mare ma anche la madre, che la chiesa non sia soltanto la chiesa ma anche la madre, che i pensieri sull’eternità siano la madre. Il mondo è pieno di simboli. (…) I miti istruiscono sui più profondi sentimenti dell’uomo e si fanno intendere a patto che noi riusciamo a coglierne la valenza simbolica. Groddeck [ii]

 

Non sorprenderà, forse, il profondo conoscitore dell’opera groddeckiana la pubblicazione, finalmente anche in lingua italiana, delle conferenze su Pierino Porcospino, le cui illustrazioni troneggiano da sempre indisturbate in bella vista sulla copertina delle varie edizioni de Il libro e de Il linguaggio dell’Es, oltre che della prima biografia dell’analista selvaggio.


Affascinato e rapito dal libro illustrato dello psichiatra Heinrich Hoffmann, ai tempi già un bestseller da ben mezzo secolo, il Nostro ne fece oggetto di conferenze  per oltre un decennio, dal 1918 al 1930, anni di massima notorietà sia per la produzione letteraria che per il rapporto con Freud e Ferenczi, di cui restano le mirabili corrispondenze.
Eppure queste conferenze, finché visse, non trovarono accoglienza sulla carta stampata.
Freud, che si era occupato dell’argomento nelle Lezioni di introduzione alla psicoanalisi  riferendosi alla storia del ‘Succhia pollici’ come esempio di minaccia di castrazione[iii], non pubblicò sulla rivista “Imago” la conferenza di Baden Baden del 1918, che Groddeck gli aveva offerto.
Anche quella del 1927, quarta e ultima della serie di conferenze berlinesi “Quattro trattati di psicoanalisi”, dopo la trilogia “Anello dei Nibelunghi, Peer Gynt, Faust”, <<quasi come un gioco satirico>> (così scrive Egenolf Roeder Von Diersburg[iv]) giunse troppo tardi e non trovò spazio su “Die Arche”, come viceversa le tre precedenti, perché nel frattempo questa rivista fondata e diretta da Groddeck dal 1925 era stata chiusa.
Non ebbe maggior fortuna la conferenza di Dresda del 1930, di cui si interessò la casa editrice di Francoforte Rurren e Loening, che stampò Pierino Porcospino e alla quale fu proposta.
Certamente, come scrisse Groddeck all’editore,  << la conferenza trascritta può spiegare abbastanza bene il motivo del successo di Pierino Porcospino (…) indubbiamente si parla di cose che non rispondono al gusto di tutti>>.
Lo stesso Pierino Porcospino quando uscì nel 1845 fu un successo inaspettato, che diede avvio a una serie ininterrotta di riedizioni fino alla definitiva (la 28ª del 1859) a cui  seguirono, e ancora seguono, continue ristampe oltre a imitazioni e parodie.  Storielle morali, nate nel mondo perbene e perbenista della società Biedermeier, le dieci filastrocche dal titolo Der Struwwelpeter (Pierino testa arruffata, cappellone) avevano sì un intento pedagogico, contenendo un decalogo di insegnamenti (abbi cura del tuo corpo, non succhiarti il pollice, mangia sempre ciò che si trova sul piatto, non fare il birichino a tavola, sii sempre prudente, ecc.) ma dovevano soprattutto divertire. Dalla sua prima apparizione a tutt’oggi, il libro non smette di dividere <<i tedeschi tra coloro che l’hanno preso come un biberon e quelli che l’hanno rifiutato come gli spinaci e ancora sono irritati per la crudezza del suo contenuto>>[vi].  Indignarsi e confinare le punizioni draconiane, cui sono sottoposti i personaggi, alla pedagogia repressiva dell’epoca serve a poco. Nonostante tutte le critiche di tipo psicologico e pedagogico, Der Struwwelpeter è stato uno dei libri per bambini di maggior successo. Divulgato ben presto in tutto il mondo, arrivò in Italia  nella traduzione di Gaetano Negri col titolo di Pierino Porcospino nel 1882 e da allora è sempre in catalogo presso l’editore Hoepli.


Pierino Porcospino è immortale. Lo sanno tutti. Ma nessuno sa perché … un prodotto indiscutibilmente dilettantesco diventa un classico>>[vii].  Se i bambini dell’epoca potevano rispecchiarsi nelle bravate più o meno efferate dei personaggi delle filastrocche, non risulta convincente la tesi che <<il mondo di oggi continua forse ad amarlo come immagine nostalgica di una società patriarcale perduta.
Tutt’altro che relegato al mondo dell’infanzia, il Porcospino, brutto, sporco e cattivo, anarchico e sessantottino ante litteram, divenne un’icona per la stampa degli adulti con numerose parodie e caricature di carattere politico e sociale: dal Pierino Porcospino politico: un tentativo di unità tedesca del 1849 all’Anti Pierino Porcospino del 1998 con in copertina Helmuth Kohl e Gerard Schroeder.
Proprio <<i numerosi imitatori hanno fatto diventare il Pierino Porcospino originario un sinonimo di pedagogia insensibile alle esigenze del bambino attraverso il diffuso sadismo derisorio delle loro  porcospinate (Struwwelpeteriaden) spudorate e grossolane>>[ix].
A onor del vero si tentò pure di convertire il Pierino Porcospino, pentito delle sue malefatte, nel Struwwelpeter’s Reue und Bekehrung. Pubblicato nel 1851, ebbe un certo successo ed è stato anche tradotto in italiano col titolo “Pentimento e conversione di Pierino Porcospino[x], ma il personaggio, ripulito e pettinato, ubbidiente e coscienzioso, non esercita certo l’interesse del caparbio originale scavezzacollo.


Quale fascino irresistibile si nasconde dunque dietro l’opera immortale di Hoffmann?
<<Che cos’ha di particolare questa storia?>>, egli stesso rispose un anno prima di morire, a quasi cinquant’anni dalla prima edizione del suo libro nel 1892: <<A quel tempo, del tutto casualmente trovai un semino insignificante, lo misi nel terreno in modo del tutto innocente; con il tempo è cresciuto, è diventato un albero e, dopo la fioritura, continua a dare frutti.
Si ricorda che il manoscritto originario venne alla luce come regalo di Natale per il figlio Carl di tre anni e mezzo, dopo la vana ricerca di un libro adatto nelle librerie dell’epoca. Il medico, e più tardi psichiatra, Heinrich Hoffmann, esperto anche di bambini disadattati, ribelli e vittime di traumi precoci, sapeva bene che: <<Il bambino impara semplicemente solo attraverso gli occhi e comprende solo quello che vede. Non sa cosa farsene dei divieti e delle imposizioni morali. L’avvertimento: Non sporcarti! Non toccare i fiammiferi! Ubbidisci! Tutte queste sono parole vuote per il bambino. Ma l’illustrazione dell’insudiciarsi, del vestito che va a fuoco, dell’imprudente che si ferisce, il solo guardare spiega e insegna>> (scrisse lo psichiatra nella lettera della redazione del Gartenlaube nel 1893[xii]).
Le filastrocche, come le fiabe, offrono basi ideali per la proiezione e per questo alcune storie sono più coinvolgenti di altre ma quelle di Hoffmann sembrano non avere uguali. L’autore distrae e diverte i piccoli lettori con immagini tratteggiate velocemente a penna e poi colorate con l’acquarello, senza pretesa artistica, ma incisive come i versi che associa per descriverle. Le rime essenziali, taglienti, facili da ricordare, restano impresse indelebilmente già  dopo due o tre letture. Dei dieci eroi, solo quattro finiscono veramente male, per alcuni la punizione sarà esemplare, altri riusciranno a cavarsela con poco o  addirittura provocheranno più invidia che paura, come nel caso dell’ultima filastrocca del libro, in cui Roberto, sfidando il vento con l’ombrello aperto, vola coraggiosamente verso paesi lontani.
Malgrado siano possibili diversi piani di lettura, sorprende il riscontro, anche nei commenti presenti nelle pubblicazioni più recenti del libro, che il suo fascino stia da sempre nella <<consapevole ingenuità sia nella parola che nell’immagine>>[xiii].  Nell’esaminare le singole filastrocche un commentatore scrive: <<la paura vera, quella che ti lascia sveglio di notte al buio quando la mamma spegne la lucerna, sta in agguato nella storia del povero “Daumenlutscher”, (Corrado succhia pollici). Perché una punizione così atroce per una così piccola colpa? Che male c’è, in fondo, a succhiarsi i pollici? Perché c’è tanto odio negli occhi del sartore, tanta voluttà nel suo volto mefistofelico mentre tronca i pollici del povero Corrado? Forse in questa breve ma intensa nota di orrore sta uno dei segreti del libro. Questa è la storia che tutti ricordano meglio, perché l’orrore ha un suo fascino perverso ma irresistibile>>[xiv].  Interrogativi pertinenti, che potrebbero togliere il velo alla presunta “innocenza” e “consapevolezza” della storiella, per riprendere e approfondire l’interpretazione freudiana della comprensione dei complessi, sessuali e non, dell’infanzia presenti nell’opera.
La letteratura su Pierino Porcospino si soffermerà nel corso degli anni piuttosto sulla più rassicurante identificazione, nelle varie storie, di comportamenti riconducibili a disturbi della classificazione internazionale delle malattie mentali (attualmente l’ICD10),  tra i quali l’ anoressia nervosa, il disturbo della condotta e comportamento antisociale, il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività,  oltre alla piromania e ad altre condotte devianti. In particolare, “La storia di Filippo che si dondola” rappresenterebbe la prima descrizione dei sintomi del disturbo da deficit dell’attenzione dell’infanzia (F90), chiamato infatti in Germania anche “la sindrome di Filippo che si dondola” (Zappelphilipp-Syndrom),  “la storia del cattivo Federigo” il disturbo della condotta (F91), “il succhia pollici” il disturbo del funzionamento sociale (F94.1).
Anche la singolare biografia del suo autore, psichiatra riformatore che eliminerà camicie di forza, letti di contenzione  nel suo ospedale soprannominato “Campo della roccia della scimmia” e dove più tardi lavorerà Alois Alzheimer, attratto dall’innovativo ambiente curativo e non più repressivo, si è ben prestata a una rilettura del suo più celebre lavoro.  Heinrich Hoffmann, ricordato tutt’altro che come rigido pedagogo, quanto appunto democratico innovatore, <<tollerante nei confronti dei propri errori>> e <<ancor di più delle mancanze degli altri>>[xvi]  appartiene senz’altro alla schiera dei guaritori feriti: orfano di madre a sei mesi, rimase per tre anni senza una figura femminile di riferimento e, quando il padre si risposò, fu da lui costretto ad accogliere in casa la matrigna <<salutandola ‘buon giorno mamma’>>[xvii]. Secondo Anita Eckstaedt ( che nel 1998 ha pubblicato una monografia, Il Pierino Porcospino. Poesia e interpretazione. Uno studio psicoanalitico[xviii]) questo lutto precoce e represso verrà tradotto creativamente nei personaggi del Pierino Porcospino che svolgeranno la funzione di capro espiatorio: immagini al negativo del bambino che fu.
In anni meno recenti sono stati pubblicati altri saggi sia d’interpretazione psicoanalitica che  pedagogici, che hanno però sempre tralasciato o citato solo marginalmente le interpretazioni groddeckiane.  Wolfram Ellwanger[xix] ha analizzato  “Filippo che dondola”, <<storia etico- realistica (…) su un <<conflitto irrisolto della fase orale nell’area della nevrosi infantile>> e  il “Fiero cacciatore”, <<una storia fantastica senza morale di un conflitto fallico irrisolto scritta nella lingua delle fiabe>>: entrambe sarebbero <<rappresentazioni dei conflitti padre-figlio sul terreno delle fasi precoci dello sviluppo sessuale>>.
A Helmut Siefert, medico, professore di storia della medicina e psicoterapeuta, si deve oltre al recupero e alla curatela per la Groddeck Gesellschaft di tutti gli scritti sulla letteratura e l’arte di Georg Groddeck, anche un interessante studio su Pierino Porcospino e le conferenze groddeckiane a esso dedicate.  Dando voce all’analista selvaggio, riprende la sua ricetta: leggere dentro i manuali già esistenti, invece di scriverne di nuovi.  E <<questo libro eterno>>, cioè il Pierino Porcospino <<è il manuale più importante per l’inconscio>>[xx], le sue storielle, <<storielle archetipiche>>[xxi].
Siefert, tra le varie filastrocche, approfondisce in particolare quella di Paolinetta e “La tristissima storia degli zolfanelli”. Egli ricorda che l’ambivalenza del fuoco, elemento sì vitale e cantato da Francesco d’Assisi come “fratello foco”, ma anche distruttivo, tanto che con un incendio può distruggere un intero quartiere, è il retroscena reale di questa storia pedagogica. Gli zolfanelli, come venivano chiamati  una volta i fiammiferi, erano stati inoltre appena introdotti grazie al contributo di un fisico e chimico, Rudolf Christian Boettger, conoscente di Hoffmann. Viene quindi citata l’esperienza negativa con il fuoco, vissuta dallo stesso Hoffmann da piccolo: <<stavo imparando a camminare, andai a tentoni verso la stufa rovente e la toccai di buon cuore con entrambe le mani, bruciandomi in modo così terribile che la pelle bruciata rimase attaccata alla superficie incandescente. Ancora adesso posso mostrare le tracce di questa tortura nel palmo della mano destra>>. Se per la psichiatria il comportamento dell’”appiccare il fuoco” (piromania) è inquadrabile nel “disturbo antisociale”, la psicoanalisi, che è una psicologia del profondo, cerca, continuando con le osservazioni di Siefert, di guardare “più nel profondo”, di guardare con precisione: Paolinetta nelle illustrazioni di Hoffmann non appare come una bambina ma come una ragazzina adolescente, in età puberale, una Paolina o una Paola. Osservando le tavole successive, nonostante l’incidente che mette in pericolo la sua vita, non cade nel panico, non sembra affliggersi, viceversa mostra, bruciando, un viso allegro, addirittura voglioso. Evidentemente, scrive Siefert, gode dell’azione proibita e delle sue conseguenze nefaste. Per Groddeck, come leggerete nelle sue conferenze, questa storia è <<il canto dell’onanismo della fanciulla>>, <<una forma poetica dell’atto di onanismo che porta a bruciarsi vivi>>.
Va qui ricordato che nell’Ottocento l’onanismo era considerato una patologia e ritenuto causa di malattie di varia natura e, come tale, combattuto energicamente. Solo con Freud, infatti, l’onanismo verrà considerato uno stadio normale dello sviluppo della sessualità infantile.

 

Groddeck non riunì in un unico lavoro le sue considerazioni su Pierino Porcospino, al centro delle conferenze qui raccolte, ma riuscì a inserirlo surrettiziamente in due capitoli de  Lo Scrutatore d’anime (del 1921), opera da Freud ancor più amata del celeberrimo Libro dell’Es,  e nel saggio La coazione a simbolizzare (del 1922). Il lavoro di Hoffmann, pur solo accennato in questi scritti, già emerge per l’importanza assoluta che gli viene attribuita. Nel romanzo psicoanalitico Groddeck, per voce del protagonista, il trickster Thomas Weltlein, nel capitolo dedicato a una “noiosa visita” al museo afferma: <<Un libro per bambini come il Pierino Porcospino vale dieci volte più di tutto questo museo messo insieme ed è mille volte più profondo di tutto il grande imbroglio di Rembrandt, e anche mille volte più importante. Dal Pierino Porcospino scaturisce un fiume di saggezza>>[xxii]. In un successivo, spassoso capitolo, “Il pazzo in veste di eroe”,  Thomas, <<con aria seria>>, a un interlocutore poco convinto dei <<suoi paradossi>>: <<Se le interessa davvero la questione del rapporto fra scienza e divinità, la soluzione la può trovare nel Pierino Porcospino>>[xxiii]. E, dopo essere stato incalzato al riguardo, finirà col rispondere: << In una di quelle storie[xxiv] un ragazzino arriva di corsa con la bandiera della scienza, un secondo con una palla, che è il globo terrestre, e un terzo con un cerchio, e quella è la matematica, e un quarto mostra trionfante una ciambellina salata, che serve da catena per il povero negretto, che è la fantasia. Come lei sa, il caldo rende fantastici e superstiziosi, il sole, la luce troppo forte rendono scuri di pelle. E per ultimo arriva il Babbo Natale, quello con la lunga barba bianca, noto come simbolo del Buon Dio, e caccia i ragazzini sapienti al loro posto, nel calamaio>>[xxv].
Ciò che interessa a Groddeck non è offrire <<una psicoanalisi dell’opera d’arte>>, bensì <<insegnare l’analisi dal testo letterario>>[xxvi], smascherando l’arrogante debolezza dell’io di fronte alle forze dell’inconscio.
Esaminando opere letterarie, dipinti come La creazione di Adamo di Michelangelo, il << più famoso dipinto del mondo>>[xxvii], la poesia Der Fischer di Goethe, ma anche leggende e fiabe popolari come Biancaneve e i sette nani dei fratelli Grimm, il Nostro sottolineerà  come gli autori siano stati, nel loro pensiero, o meglio nel loro atto creativo, tutt’altro che liberi, anzi guidati dall’inconscio. In quest’ottica non è tanto il valore in sé dell’opera d’arte a essere importante quanto la ricchezza dei  simboli in essa racchiusi, espressi dalle forze misteriose che controllano l’intenzione cosciente dell’artista, al quale non rimarrebbe che la libera configurazione della forma[xxviii].
E ciò varrebbe massimamente per Pierino Porcospino dove Hoffmann, in modo del tutto
inintenzionale,  avrebbe raggiunto la massima efficacia nell’espressione simbolica, innata nel poeta e affine a quella dei bambini nei primi anni di vita. Essi conoscono <<la doppia natura della vita>>, <<l’irrazionale dell’esistenza>>, l’ambivalenza che le dieci filastrocche, in grado diverso, possiedono.[xxix]
<<Tu, che sei grande, pensi in piccolo. Diventa un bambino>>[xxx] è un’esortazione che il Nostro rivolge costantemente ai suoi lettori e che ben esplicita nelle conferenze dove invita i presenti a riattraversare la propria biografia e a ritrovare  <<lo stato d’animo>> che avevano <<da bambini davanti a Pierino Porcospino>> ,  ripensandosi come erano allora. <<Non è certo difficile e il risultato di solito è molto vantaggioso>>.
Ma per fare questo bisogna abbandonare l’orizzonte razionale, l’immagine univoca dei grandi:
<< Per noi adulti, una sedia- apparentemente – è una sedia: ma per il bambino è anche molte altre cose diverse: una carrozza, una casa, un cane o un bambino. Per noi il rubinetto dell’acqua, è – apparentemente – un rubinetto dell’acqua, ma per il bambino è un essere che orina. L’adulto si sforza di rimuovere e nascondere il simbolismo, ma il bambino vede immediatamente i simboli, non può procedere che in modo chiaramente simbolico. E anche il bambino, come si può constatare se solo lo vogliamo, non introduce il simbolo nelle cose dall’esterno ma le percepisce, perché l’uomo, per sua costituzione, è portato a simbolizzare, perché l’uomo è un essere simbolizzante>>[xxxi].
E nel Libro dell’Es si può leggere: <<Se non diventate come questi bambini, non entrerete nel regno dei cieli. A venticinque anni si deve rinunciare a fare i grandi: fino a quell’età è necessario, perché dobbiamo crescere, ma dopo serve solo nella rara occasione dell’erezione. Rilassarsi, e non celare né a noi stessi né agli altri questo rilassamento, questa mollezza, questa tenera gracilità, ecco la cosa importante>>[xxxii].
Groddeck riconosce  all’essere umano solo due possibilità, diventare bambino o diventare infantile:
un essere <<estatico>> piuttosto che <<statico>>  (per dirla con Roger Lewinter in Groddeck e il regno millenario di Hieronymus Bosch)[xxxiii] che a me fa risuonare il concetto di ritorno del rimosso in contrapposizione alla rimozione definitiva del paziente malato di Alzheimer.
La terapia, praticata non solo a diretto contatto col paziente ma anche indirettamente attraverso le proprie opere e le conferenze, si baserebbe quindi sul riconciliare l’adulto con l’essere bambino, smascherare il travestimento dei grandi per ritornare al libero gioco della perversità polimorfa dell’infanzia.
Poco importa quindi se Groddeck <<non rende giustizia>>  a Hoffmann, come non fece con Goethe o con Michelangelo[xxxiv], perché vuole rendere ragione dell’inconscio delle loro opere, opere che <<come forse ogni azione>> hanno <<la propria vita, la propria anima>>[xxxv], e <<rendere visibile l’elemento umano generale>>[xxxvi].
Per questo egli ritrova gli elementi organici elementari (il sangue, l’urina, gli escrementi) ma anche il carattere naturale dell’essere (la bisessualità originaria, l’onanismo e l’omosessualità) inizialmente accolti e compresi come un dato di fatto nell’infanzia e poi regolati, rimossi, sfigurati dal processo educativo in elementi tabù di cui vergognarsi e da respingere a ogni costo nell’età adulta, tanto da diventare <<sorgente e principio  di tutte le malattie- nevrosi, attualizzazioni perverse, alienate, dell’essere>>[xxxvii].
Il “selvaggio” Es, infatti, rispetto a quello “civilizzato e borghese” di Freud non ammette che le sue “escrezioni” vengano rimosse, al più che vengano spostate nella loro espressione e questo è il compito della terapia groddeckiana: la rinuncia alla malattia, a volte unica possibile creazione dell’inconscio in quanto <<ritorno della biologia settica nella ideologia asettica, irruzione dell’organico elementare nello spazio sociale idealizzato, inodoro>>[xxxviii], a favore di una realizzazione non più mortifera  ma di <<riconciliazione con il corpo meraviglioso – sessuale- dell’infanzia>>[xxxix].
Le conferenze su Pierino Porcospino furono tenute da Groddeck davanti a una platea eterogenea,  popolare a Baden Baden e a Berlino, dove avrebbe avuto <<un successo come raramente capita>>[xl], di accademici a Dresda, dove invece suscitò reazioni contrastanti: da ilarità e rifiuto a coinvolgimento appassionato e autentica gioia[xli]. È probabile che anche adesso, a distanza di quasi cent’anni, i lettori si dividano allo stesso modo ma nessuno, come allora, resterà indifferente.
Il Nostro, che al suo ingresso nella società psicoanalitica (al congresso dell’Aia del 1920) si autodefinì <<uno psicoanalista selvaggio>> e che per tutta la vita non smise di presentarsi nelle vesti di buffone e bambino giocherellone e sognatore, non incarnò forse proprio uno dei  personaggi di Hoffmann?

Giancarlo Stoccoro

Bibliografia

A. Bode, “Zur Geschichte des Buches” in: Der Struwwelpeter, ArsEdition, München 1994.

S. Freud, “Lezione 23. Le vie per la formazione dei sintomi” in: Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino 1996, pag. 515-531.

G. Groddeck, Psychoanalytische Schriften zur Literatur und Kunst, a cura di H. Siefert, Fischer Taschenbuch Verlag, Frankfurt a.M. 1978

G. Groddeck, Conferenze psicoanalitiche, UTET, Torino 2005

G. Groddeck, Die Arche, Band III (1927), Stroemfeld/Roter Stern, Frankfurt 2001

G. Groddeck, Il libro dell’Es, Adelphi, Milano 1966

G. Groddeck, Il linguaggio dell’Es, Adelphi, Milano 1969

G. Groddeck, Lo scrutatore d’anime, Adelphi Edizioni, Milano 1976.

G. Groddeck, Questione di donna, TEA, Milano 1980.

H. Hoffmann, Pierino Porcospino, trad.it. di G. Negri, Hoepli, Milano 1985

R. Lewinter, Groddeck e il regno millenario di Hieronymus Bosch, La salamandra, Milano 1977

W. Martynkewicz, Georg Groddeck. Una vita, ed. ita. a cura di G. Stoccoro, Il Saggiatore, Milano 2005

H. Siefert “Georg Groddeck und der Struwwelpeter” in Wege zum Es, a cura di M. Giefer, O. Jägersberg, W.H. Krause, Verlag für Akademische Schriften, Bad Homburg 2010

S. Stocchi, Il porcospino ragionato, Longanesi, 1986.

 

NOTE:

[i] Groddeck, Die Arche III, 30.04.1927, p. 44.

[ii] Conferenza psicoanalitica del 23 agosto 1916, in Groddeck (2005), p. 9.

[iii] Freud (1996), pag. 524- 525.

[iv] Siefert in Groddeck (1978), p. 196.

[v] ibidem

[vi] In Bode 1994.

[vii] Von Matt in Siefert 2010, p.180.

[viii] Stocchi, p.16.

[ix] Bode (1994)

[x] In Stocchi

[xi] Siefert 2010, p.180.

[xii] Bode (1994)

[xiii] Ibidem.

[xiv] Stocchi, p.16.

[xv] Vedi www.ub.uni.frankfurt.de

[xvi] Vedi www.ub.uni.frankfurt.de

[xvii] Siefert (2010), pag. 184.

[xviii] Siefert (2010), pag. 184.

[xix] Siefert in Groddeck (1978), pag.197.

[xx] Groddeck ,. 2. Vortrag: Peer Gynt  in: Die Arche, 30.11.1927, pag. 16.

[xxi] Siefert (2010), pag. 185.

[xxii] Groddeck (scrutatore, pag. 257-258)

[xxiii] ibidem, pag. 308.

[xxiv] Si riferisce qui alla “Storia del moretto” (n.d.c.).

[xxv] ibidem, pag. 309.

[xxvi] Robert Fliess, “Der psychoanalytische Struwwelpeter”. In: Vossische Zeitung, Berlin, Nr. 565 del 30.11.1927 in: Siefert (2010), pag. 185.

[xxvii] Groddeck (1969), pag. 63.

[xxviii] Cfr. “La coazione a simbolizzare”  in Groddeck (1969), pagg. 52-71.

[xxix] Siefert in Groddeck (1978), pag. 211

[xxx] Groddeck (1980), pag. 72.

[xxxi] Groddeck (1969), pag. 71.

[xxxii] Groddeck (1966), pag. 332.

[xxxiii] Lewinter, pag. 40.

[xxxiv] Martynkewicz, pag. 322.

[xxxv] Groddeck (1969), pag. 59.

[xxxvi] Martynkewicz, pag. 323.

[xxxvii] Lewinter, pag. 41.

[xxxviii] ibidem, pag. 44.

[xxxix] ibidem, pag. 46.

[xl] Siefert in Groddeck (1978), p. 197.

[xli] Martynkewicz, pag. 322.

Recensioni:

http://www.lestroverso.it/pierino-porcospino-e-lanalista-selvaggio/
Pierino Porcospino e l’analista selvaggio. Le conferenze di Georg … – Ibs

ADV Publishing – Pierino Porcospino e l’analista selvaggio

Indice Pierino Porcospino e l’analista selvaggio Giancarlo Stoccoro 7 …

https://it.wikipedia.org/wiki/Heinrich_Hoffmann

https://it.wikipedia.org/wiki/Georg_Groddeck

 

video

FORME D’OMBRA

riferimenti:

Giancarlo Stoccoro vince il premio internazione di poesia inedita i colori dellanima

Alcune poesie

La calma del mare richiede uno sguardo dall’alto
un tempo arreso alle foto in bianco e nero
si fa visitare per secoli dalla stessa alba
La gente sta a riva e dà un’occhiata
per un altro giorno è salva

____________________________

Si sono riempiti di addii
e ora fanno pace con gli occhi
non hanno bisogno del buio
per incontrare distanze senza confini

________________________________

Traducono ombre
in forme chiuse
prima che diventino lame
e più di un corpo
facciano sanguinare

________________________________

Viviamo di echi
ricordano la nostra frattura
la lacerazione che non si vede

Distanze e silenzi
nelle pause fanno luce

_________________________________

Sai che mi piace il distacco
la sofferenza tiene la vita
in un solitario abbraccio

Cambia la pelle ai sogni
li rende anfibi

___________________________________

Forma lenta del buio
dove un sogno si posa
come una farfalla

___________________________________

Pochi luoghi mi accompagnano a casa
quasi sempre si fermano in periferia
scivolano sul pavimento dell’anima
giocano con le parole e finiscono
con l’annodarsi alle sillabe più miti

Attendo che un silenzio si avvicini
e porti via i tanti piccoli me
lasciando un corpo solo
addormentato sulla panchina

_______________________________

(Leggendo Betocchi)

La luce non è più che una cosa
da allungare e stendere all’infinito
dispensa paesaggi e ha fame
di tetti e glicini in fiore
Alle cose superflue
ha già smussato gli angoli

_______________________________

La penombra toglie la cornice alle persone, alle cose e lo sguardo finisce di indirizzare i gesti all’ultimo incontro con la luce. L’aria risponde col profumo della terra fiorita in strada e la furia del tempo si ferma.

CONSULENTE DEL BUIO

Pubblicazione del libro ‘Consulente del buio’

Poésie, affaire d’abime
Poesia, questione d’abisso
Paul Celan

Giancarlo Stoccoro, “il luogo della poesia”

Che cosa è mai un “luogo”? Quanto di più indefinibile? Quanto di più indecifrabile? Quanto di più irraggiungibile? Quanto di più inesplorabile? Tanti interrogativi (retorici) per una premessa di ineccepibilità persino vagamente ironica: “Non c’è luogo/ che non sappia/ stare/ al suo posto” (Non c’è luogo).
Al di là della scansione così marcata e – direi – incisa, mi pare che siamo qui alla tautologia. Ma mi pare anche che in questa “fissità” si giochi tutto il dilemma dell’itinerario poetico di Giancarlo Stoccoro. Da un lato l’inafferrabilità, la provvisorietà, la fluidità, la mercurialità del tutto, dall’altra la necessità di cogliere, di accogliere, di stringere, di comprendere: in una parola, di dire. O potrei citare ancora per diverso prelievo, di “raccordare la notte con la luce piena”.
La lotta è impari, l’identità distante. Se il corpo è la lettera, lo spirito è il suo fiato e la lotta si combatte tra il segno che circoscrive e il senso che fugge e sfugge; si combatte tra scrittura e fallimento, tra finito e infinito, tra concrezione e astrazione, tra segnaletica e rivelazione, tra materia percepibile e indicibile immaterialità. Il che – detto nei termini di Stoccoro, suona nella forma del testo intitolato Ancoraggio precedente: “La poesia non riduce la complessità, viceversa le offre uno spazio dove muoversi e, perché no, difendersi allontanandola dalla parola che, assediandola, la immola”. Oppure – ancora – dell’immagine di Flaschenpost: “Parole/ di nero vestite/ danzano/ nella bottiglia bianca”, con quel che segue.
Perché è ben vero che la parola – nella sua contraddittoria esistenza – smentisce ciò che la poesia afferma di sé. Ma nello stesso tempo la poesia può alimentare le radici del suo segreto solo grazie alla parola (“Una parola che imbavaglia la sua dimora”), e che nel silenzio (il “suo” abisso) si dà. Come sta lì a testimoniare il testo forse più espanso e programmatico (tutto da leggere), che s’intitola giustappunto Il silenzio, custode di quell’”obscurité potable” di cui parla un giovane titolo di Jabès.
Questo libro di Stoccoro parla del “presente imperfetto”, dell’abisso della fine, dell’annuncio della morte, proprio perché “nessuna morte è semplice” (Conciliazione). Ma anche – laicamente – parla di esperienza, di ciò che resta del nostro spazio vitale, del luogo di cui andiamo “indicibilmente” in cerca (La mente avversa) senza davvero “buscarlo” mai: né per occidente né per oriente.
E tuttavia non c’è rivelazione, ma resistenza; non c’è cattura ma coscienza dell’imperfetto, in cui consiste l’unica nostra possibile traccia (ma impossibile dominio) che chiamiamo destino. Così che i due fili dell’esperienza e della poesia (o meglio della riflessione poetica, ossia della meta-poesia) s’intrecciano di continuo in un costante interrogare e interrogarsi in dialogo con un “tu” frequentemente indistinto, non sempre ma spesso quasi più autoriflessivo che “esterno” o proiettivo.
In questo modo – e solo in questo modo – la complessità incontra la sua unica dicibilità: una forma di semplificazione, ma anche un incontro con le ragioni di una chiarezza tanto ineludibile quanto enigmatica. E qui, forse, con la stupefazione abissale di Celan e con la metafisica nudità di Jabès si potrebbe azzardare la classicistica e ostinata consistenza di Bonnefoy. Non a caso in Bonnefoy è frequente il rinvio all’insufficienza della parola, al suo statuto labile – e tuttavia unico e “irreparabile”. Ma è ad un tempo acuta e incisiva la necessità di conquistare un senso nell’abisso che si apre “tra essere e apparenza”, se è vero che la poesia viene da una continua “esitazione” e che alla musica più distante tende la ricerca del pianista che – attraverso i tasti – guida i suoni. Ancora Bonnefoy: “La parola non salva, talvolta sogna”.
Ecco dunque che la scrittura diventa esile lotta di sillabe in costruzione come In questo silenzio che trabocca: “sillaba dopo sillaba/ senza trovare la parola giusta/ un balbettio sonoro/ che un altro invaso non accoglie/ molto prima del sogno/ nella stanza dei giochi/ eravamo carponi tu ed io/ a tracciare la pista/ con i binari e gli scambi per il trenino”.
Silenzio (“parola disabitata”…), ombra (“che tiene ben al riparo/ la sua luce), frontiera (“il profumo/ appena percettibile/ del confine”), diventano le parole-chiave di un viaggio nel “buio” (“nel buio/ mi arrovento/ e penso”), di cui il poeta – consapevole che “anche nei luoghi più piccoli/ il buio è gigante” – diventa a sua volta il “consulente” quantunque disarmato: “Consulente del buio/ a volte intravedo/ la parola solitaria/ come sorgente che zampilla// ma non ho letto da offrire/ e nemmeno pozza o rigagnolo/ Mi difendo come posso/ da altri ammiccamenti” (Diario di bordo)
Non dunque un consulente di certezze o di accertamenti semeiotici (vista anche la professione di psichiatra e psicoterapeuta che Stoccoro svolge), ma un consulente aperto alla coscienza critica dei fatti, alla verticalità del tempo, alla complessità degli intrecci e degli intrichi, al passo gratuito e ramingo delle nostre riflessioni sullo sprofondo in cui siamo domiciliati, al nodo radicale della vita e della morte, ossia della conversione dell’esistenza – appunto – in destino: che è poi l’unico e ignoto miraggio dell’essere.
Forse anche per questo – in questo libro di Stoccoro, e certo del suo io poetico – al di là delle soglie abituali, ad accogliere il comprimario lettore sono due testi: il primo ad annunciare “che la vita è un eterno commiato” (almeno quanto al principio degli Esercizi di sopravvivenza si dica che il naufragio è la “condizione ineludibile del viaggio”); il secondo a stabilire una discesa al padre-radice (e al se stesso bambino) vibrante fino alle lacrime nell’irrecusabile fragilità e indecidibilità del ritorno. Come nel walseriano e randagio Per ombre certe e pochi solitari abbracci: “Nomade di terraferma e isolate pianure/ senza deriva ufficiale né ancoraggi/ camminavo per alberi radi e bassi/ Più spesso seguivo la fila/ dei lunghi tronchi sottili/ con le radici in superficie/ che non portavano mai a casa”.
Stoccoro non smantella il testo, non lo sradica, ma neppure lo incatena, nonostante l’avviso di Sulla graduale produzione dei pensieri durante il discorso: “L’opportunità del metro/ quando scrivere è addomesticare/ spazi e silenzi…” (in cui, senza parere, corre qualcosa di leopardiano). E nemmeno lo raggela (Ora c’è la galaverna). Potrei dire invece che lo fissa nell’ossimoro del suo dirsi essenziale. Almeno quanto potrei dire che ne sottrae (o decanta) ogni possibile sperpero, lo spoglia, lo riduce all’osso, lo traduce nel poco, lo preserva da cedimenti sentimentali, lo accoglie in tutta sobrietà e – si dica pure – povertà. A vincere – qui – è proprio questa onestà di parola che – torno a citare – “imbavaglia la sua dimora”. La sua trasparenza e la sua consistenza stanno nella costanza della riflessione, nei pensieri che si specchiano e s’interrogano, nonostante la consapevolezza che si tratti di un esercizio senza compenso: “logora è la parola/ quando l’interrogo/ non consola” (In tempi di dissolvenza).
Ecco. La poesia di Stoccoro non si presta a facili consolazioni, ma invece ad ardue conciliazioni. La sua oscurità apparente è l’oscurità che ci interroga, che ci avvisa, che ci invita a fare i conti con la difettività, ma anche con la ricchezza della parola che conviene al “luogo della poesia”. Non è luogo – questo – che ci possa salvare, ma di certo è luogo di vocazioni che ci continuano a cercare. Il poeta cita in esergo Celan, ma io – come interprete – potrei non meno appropriatamente citare l’Ungaretti dell’Allegria che già Sereni unghiò: “Quando trovo in questo mio silenzio/ una parola scavata è nella mia vita/ come un abisso”.

Giovanni Tesio

               Il silenzio

(2002)

Il silenzio e la sua ombra
parola muta
che non sa tacere

Il silenzio non è mai silenzioso.
Pensare il silenzio è, in qualche modo, dargli voce.
Il silenzio non è debolezza del linguaggio.
È, al contrario, forza.
La debolezza della parola è ignorarlo.

come se il passaggio dal silenzio al silenzio non potesse avvenire senza qualche gemito:
È giusto acconsentire un giorno a tacere,
quando le parole non hanno più bisogno di voi.

La parola si ostina a riconoscere soltanto la parola.

Non lasciare inacidire le parole. Hanno la stessa longevità del vino.

Per la chiarezza non ci sono catene.

Ogni parola è prima di tutto l’eco di una parola perduta.

Silenzio di viso
deriso
compreso condiviso
cercato trovato
urlato violentato sottomesso (di chi sottomette e di chi si lascia sottomettere)
spossessato  (ogni possesso ci frustra là dove ci favorisce. Pagine Pagine. Moriamo per quel che ci ha fatto essere, assai più che per quel che siamo)
tradotto interpretato
proposto imposto
vuoto pieno
vulnerabile invulnerabile
autistico povero ricco
(il pc corregge automaticamente in artistico)
confuso stuprato in volto
senza volto
incomunicabile
germinativo
paziente impaziente
buono cattivo
di vita di morte
che fonda la parola che l’uccide
che impedisce (blocca, taglia, soffoca) la voce che gli offre il sonoro
nomade contadino
dell’inizio della fine
amico estraneo
che avvolge travolge
illeggibile inviolabile
parola cancellata dalla parola
parola cucita
cicuta
albero con/senza radici (matrici)
ospitalità austera
quella del deserto
o della steppa
nomade che cammina senza fretta (che riposa sul ciglio della strada, sotto le stelle) (Quando ogni stella è una parola ritrovata)
contadino che attende il germoglio del seme
solitudine troppo rumorosa
istante che trattiene (ritiene chi lo possiede) il suo limite (spazio/tempo)
posseduto
prolungamento (paura della fine)
servo padrone (tiranno)
di troppo peso e nessuna nudità
da accettare soltanto
abisso dell’impensato
Silenzio è la parola disabitata
dimora o deserto
scheletro di lupo o sciacallo
mummia chiusa in un museo
ché la terra offre la voce dei grilli e le cicale
parola asfaltata
lucciola dimenticata
torsolo di mela gomma bucata
Il silenzio toglie la parola
e la restituisce
spazio bianco/nero tra le parole
siamo ancora in tempo

NOTA: Il silenzio è un dialogo a più voci, nel quale l’autore chiama a raccolta diversi autori:  Il silenzio non è mai silenzioso (Irwing Yalom). Pensare il silenzio è, in qualche modo, dargli voce./Il silenzio non è debolezza del linguaggio./È, al contrario, forza. /La debolezza della parola è ignorarlo ( Edmond Jabès).…come se il passaggio dal silenzio al silenzio non potesse avvenire senza qualche gemito. (Edmond Jabès). È giusto acconsentire un giorno a tacere,/quando le parole non hanno più bisogno di voi (Edmond Jabès). La parola si ostina a riconoscere soltanto la parola./Non lasciare inacidire le parole. Hanno la stessa longevità del vino (Edmond Jabès) Per la chiarezza non ci sono catene (Edmond Jabès) Ogni parola è prima di tutto l’eco di una parola perduta. (Edmond Jabès). ogni possesso ci frustra là dove ci favorisce. Pagine Pagine. Moriamo per quel che ci ha fatto essere, assai più che per quel che siamo (Edmond Jabès). autistico povero ricco (Eugène Minkowski). parola cancellata dalla parola (Edmond Jabès). ospitalità austera  quella del deserto (Edmond Jabès). Quando ogni stella è una parola ritrovata (Edmond Jabès). solitudine troppo rumorosa (Bohumil Hrabal).

 

Recensioni:

Consulente del buio

 

https://almerighi.wordpress.com/tag/giancarlo-stoccoro/

http://europainversi.org/premio/vincitori-finalisti-del-premio-europa-versi-2017-recensioni/#Stoccoro

http://europainversi.org/2017/05/premio-europa-versi-2017-giancarlo-stoccoro/

 

 

PAROLE A MIO NOME

PUBBLICAZIONE DEL LIBRO ‘PAROLE A MIO NOME’

Silloge vincitrice del Premio Carrera 2016, finalista per la poesia edita del Premio Gozzano 2016 e del Premio PLII 2017.

Prefazione
«…quando mai il mito e la poesia hanno esitato a dividere una persona in due o a farne di due una?».
Si tratta di una domanda essenziale per interpretare la poesia contemporanea e ancor più se consideriamo che questa espressione è tratta da Il libro dell’Es di Georg Groddeck, di cui l’autore di questa silloge
di poesia ha curato la biografia fattane da Wolfgang Martynkewicz.
La poesia è il luogo, forse meglio dire il non-luogo o luogo-altro, in cui questa condizione è palese e sostanziale, è il mondo delle espressioni in cui si fissano vari punti della interrogazione su se stessi. Sottolineo questa pluralità perché la silloge Parole a mio nome di Giancarlo Stoccoro procede per illuminazioni e stadi, legati da un viaggio comune, ma al contempo configurantisi come passi di un diario personale.
Parole a mio nome, già il titolo, sembra considerare due aspetti che mi pare notare con forza in tutta l’opera: il luogo della parola quale risultato di conoscenza, più o meno affermativa, cui il poeta giunge attraverso un corso non sempre in progressione, e l’appropriazione degli elementi, che siano reali o soggettivi, attraverso il nome che viene assegnato. Dare un nome alle cose significa dare un segno di appartenenza, è il momento dell’appropriazione. Quest’ultimo punto mi pare essenziale
e indicato dallo stesso poeta che sceglie come riferimento Yves Bonnefoy in due epigrafi poste ad inizio della due parti della silloge: Parole a mio nome e Consolare la notte.
Scrive Bonnefoy: «Io, dice, vorrei dare un nome semplicemente a tutto questo, il nero, il nero negli occhi, il nero quando nonc’è altro se non il nero, quando non c’è più nient’altro», e dare un nome significa comprendere e appropriarsi. La poesia come luogo dell’analisi, della dialettica e del dubbio è già coglibile nel testo incipitario in cui sono gli occhi a dirigere le parole, «ma non tutti i luoghi sanno avvicinarsi». Ritornando al titolo,il segno di appartenenza è segnalato dal pronome personale, dal ‘mio’, facendo pensare a una ipertrofia del soggetto, come segnalava Enrico Testa in un suo saggio sulla poesia contemporanea dal titolo Per interposta persona, tuttavia nell’opera di Stoccoro il rapporto è molto più complesso dell’apparenza.
L’io poetico si relaziona ad un tu, che non è semplicemente un altro dall’«io». Il «tu», e qui la funzione pronominale complessa di questo poeta, potrebbe individuarsi in un «altro-io», in un «tu» come persona diversa e in un «tu» collettivo, quello che genericamente identifichiamo con il noi, sino a coinvolgere tutte queste persone in un unico dialogo: «Attenti a non sbagliare anno / soprattutto a non chiudersi dietro / la porta sbagliata con
la chiave / che apriva tutto». Tutto ciò non esclude la poesia come autocoscienza e autoanalisi, ovvero la parola come espressione della crisi e della riappropriazione di sé. Casi unici sono la poesia dedicata al padre e quella dedicata a Mauro Valsangiacomo, entità ben delineate. A questo punto il dialogo pronominale, quello poc’anzi individuato, si concretizza nel
parlare di se stessi e con se stessi: «Eppure a me piace scansare i fari / prendere a testa alta ogni luna / prima che il lago sempre ghiotto / se la succhi come una caramella». Si delinea, dunque,l’autocoscienza della crisi, in cui la parola, come lemma e come espressione, diventa un paradigma nella silloge di Stoccoro, ma anche il modo di rivisitare i luoghi che non ci ospitano più: «Per quanto t’immergi in parentesi tonde / accogli parole
meno accentate / svuoti frasi cancelli nomi / uno per uno lasci il nero».
Accertato questo elemento, si apre un mondo di interpretazioni di valore gnoseologico («Abbiamo visto di peggio / ricordi sfigurati indirizzi sfitti / grafie modeste e opere gloriose /immortalate senza distinzione / masse di aggettivi e iniziali / che hanno corpo in altri nomi / / Per questo io solo mi ostino / a cogliere nel buio la tua supplica / a sfidare i mostri che abbiamo dentro») in cui la pausa è essenziale per gli interrogativi
(«Mi occupo soprattutto delle pause, gli interrogativi quando stanno stretti in silenzio avrebbero bisogno di spazi ariosi, non certo di questa casa in ombra dal primo pomeriggio». Che la parola sia esperienza non solo interiore, mi pare indicato dalla sua connessione all’elemento corporeo. La parola e il suo suono (la voce), difatti, sono spesso associati a segnali del corpo come abbracci e sguardi: «Due volte ripetuto in sogno / è il tuo
abbraccio e adesso / io mi siedo sulle tue frasi»; «Mi abbracci per altra voce / in questo notturno sentire / che muove i passi allaga / le tracce e gli umori sottili»; «Domando voci vere non tutti / quei suoni attutiti dai sentieri / lucidi e belle scarpe gommate / Fugge irrisolto l’abbraccio»; «In accordo col mondo ti scrivo / vicino a Natale srotolo abbracci / e vecchie foto catturate col grandangolo». Il riferimento al Natale, e anche al passaggio all’anno nuovo, è un’altra caratteristica della poesia di Stoccoro, è il senhal dell’aspetto diaristico e temporale.
Dunque il luogo-altro, o luogo della poesia, si associa a quello reale con coordinate identificabili, giustificando o, perlomeno,indicando il dato temporale di Parole a mio nome, libro scritto a cavallo tra il 2014 e il 2015.
Parlare dei luoghi significa in prima analisi concedere spazio alla seconda sezione della silloge, che è consustanziale alla prima. Il titolo è Consolare la notte e riporta indicativamente al concetto di buio, oltre che a quello consolatorio. Qui si apre la parentesi lemmaticamente più ricorrente e poeticamente rilevante della silloge. Numerosi sono i termini che ritroviamo
connessi alla sfera concettuale del notturno e del buio, occorrenzialmente esorbitanti rispetto alla sfera opposta (quella luministica). Rileviamo il dato statistico: notte (nove occorrenze) e giorno (tre occorrenze, una sola delle quali legata all’alba e quindi alla luce); buio (sei occorrenze) e luce (cinque occorrenze, molte delle quali in negativo, cioè associate a lemmi di lacerazione oppure di sfera semantica opposta). La lettura concordanziale, per alcuni un semplice esercizio computazionistico, ci rivela un altro dato interessante, che nella dialettica dell’io e delle indicazioni temporali, siano esse reali o interiori, la sfera umbratile ha una certa preponderanza. La definisco umbratile perché anche il lemma ‘ombra’ ha una sua rilevanza non indifferente con sette occorrenze, a cui si associano le sue proiezioni («In campagna le ombre sono unite / non hanno teleferiche o luci appoggiate», 8 dicembre). Ciò apporta con sé una congerie di significati, in primis il suo rapporto con la conoscenza (e qui si veda tutta una serie si indagini da Jung a Groddeck stesso), perché l’ombra varia con il variare della luce, ed è dunque una visione.
L’opera di Giancarlo Stoccoro è una lettura di se stesso e della collettività, è una poesia completa e complessa, capace persino di associare una tradizionale figura come ‘gli occhi specchio dell’anima’ a termini quotidiani come selfie. Per questo motivo la sua opera ha ottenuto il primo premio al concorso per silloge inedita “Pietro Carrera”, perché la poesia, e il suo inconscio, è espressione di un mondo non sempre evidente.
Giuseppe Manitta

Recensioni del libro:

http://www.lestroverso.it/parole-a-mio-nome/

Parole a mio nome – Giancarlo Stoccoro – Libro – Il Convivio – | IBS

http://www.plii.it/2017