CONSULENTE DEL BUIO

Pubblicazione del libro ‘Consulente del buio’

Poésie, affaire d’abime
Poesia, questione d’abisso
Paul Celan

Giancarlo Stoccoro, “il luogo della poesia”

Che cosa è mai un “luogo”? Quanto di più indefinibile? Quanto di più indecifrabile? Quanto di più irraggiungibile? Quanto di più inesplorabile? Tanti interrogativi (retorici) per una premessa di ineccepibilità persino vagamente ironica: “Non c’è luogo/ che non sappia/ stare/ al suo posto” (Non c’è luogo).
Al di là della scansione così marcata e – direi – incisa, mi pare che siamo qui alla tautologia. Ma mi pare anche che in questa “fissità” si giochi tutto il dilemma dell’itinerario poetico di Giancarlo Stoccoro. Da un lato l’inafferrabilità, la provvisorietà, la fluidità, la mercurialità del tutto, dall’altra la necessità di cogliere, di accogliere, di stringere, di comprendere: in una parola, di dire. O potrei citare ancora per diverso prelievo, di “raccordare la notte con la luce piena”.
La lotta è impari, l’identità distante. Se il corpo è la lettera, lo spirito è il suo fiato e la lotta si combatte tra il segno che circoscrive e il senso che fugge e sfugge; si combatte tra scrittura e fallimento, tra finito e infinito, tra concrezione e astrazione, tra segnaletica e rivelazione, tra materia percepibile e indicibile immaterialità. Il che – detto nei termini di Stoccoro, suona nella forma del testo intitolato Ancoraggio precedente: “La poesia non riduce la complessità, viceversa le offre uno spazio dove muoversi e, perché no, difendersi allontanandola dalla parola che, assediandola, la immola”. Oppure – ancora – dell’immagine di Flaschenpost: “Parole/ di nero vestite/ danzano/ nella bottiglia bianca”, con quel che segue.
Perché è ben vero che la parola – nella sua contraddittoria esistenza – smentisce ciò che la poesia afferma di sé. Ma nello stesso tempo la poesia può alimentare le radici del suo segreto solo grazie alla parola (“Una parola che imbavaglia la sua dimora”), e che nel silenzio (il “suo” abisso) si dà. Come sta lì a testimoniare il testo forse più espanso e programmatico (tutto da leggere), che s’intitola giustappunto Il silenzio, custode di quell’”obscurité potable” di cui parla un giovane titolo di Jabès.
Questo libro di Stoccoro parla del “presente imperfetto”, dell’abisso della fine, dell’annuncio della morte, proprio perché “nessuna morte è semplice” (Conciliazione). Ma anche – laicamente – parla di esperienza, di ciò che resta del nostro spazio vitale, del luogo di cui andiamo “indicibilmente” in cerca (La mente avversa) senza davvero “buscarlo” mai: né per occidente né per oriente.
E tuttavia non c’è rivelazione, ma resistenza; non c’è cattura ma coscienza dell’imperfetto, in cui consiste l’unica nostra possibile traccia (ma impossibile dominio) che chiamiamo destino. Così che i due fili dell’esperienza e della poesia (o meglio della riflessione poetica, ossia della meta-poesia) s’intrecciano di continuo in un costante interrogare e interrogarsi in dialogo con un “tu” frequentemente indistinto, non sempre ma spesso quasi più autoriflessivo che “esterno” o proiettivo.
In questo modo – e solo in questo modo – la complessità incontra la sua unica dicibilità: una forma di semplificazione, ma anche un incontro con le ragioni di una chiarezza tanto ineludibile quanto enigmatica. E qui, forse, con la stupefazione abissale di Celan e con la metafisica nudità di Jabès si potrebbe azzardare la classicistica e ostinata consistenza di Bonnefoy. Non a caso in Bonnefoy è frequente il rinvio all’insufficienza della parola, al suo statuto labile – e tuttavia unico e “irreparabile”. Ma è ad un tempo acuta e incisiva la necessità di conquistare un senso nell’abisso che si apre “tra essere e apparenza”, se è vero che la poesia viene da una continua “esitazione” e che alla musica più distante tende la ricerca del pianista che – attraverso i tasti – guida i suoni. Ancora Bonnefoy: “La parola non salva, talvolta sogna”.
Ecco dunque che la scrittura diventa esile lotta di sillabe in costruzione come In questo silenzio che trabocca: “sillaba dopo sillaba/ senza trovare la parola giusta/ un balbettio sonoro/ che un altro invaso non accoglie/ molto prima del sogno/ nella stanza dei giochi/ eravamo carponi tu ed io/ a tracciare la pista/ con i binari e gli scambi per il trenino”.
Silenzio (“parola disabitata”…), ombra (“che tiene ben al riparo/ la sua luce), frontiera (“il profumo/ appena percettibile/ del confine”), diventano le parole-chiave di un viaggio nel “buio” (“nel buio/ mi arrovento/ e penso”), di cui il poeta – consapevole che “anche nei luoghi più piccoli/ il buio è gigante” – diventa a sua volta il “consulente” quantunque disarmato: “Consulente del buio/ a volte intravedo/ la parola solitaria/ come sorgente che zampilla// ma non ho letto da offrire/ e nemmeno pozza o rigagnolo/ Mi difendo come posso/ da altri ammiccamenti” (Diario di bordo)
Non dunque un consulente di certezze o di accertamenti semeiotici (vista anche la professione di psichiatra e psicoterapeuta che Stoccoro svolge), ma un consulente aperto alla coscienza critica dei fatti, alla verticalità del tempo, alla complessità degli intrecci e degli intrichi, al passo gratuito e ramingo delle nostre riflessioni sullo sprofondo in cui siamo domiciliati, al nodo radicale della vita e della morte, ossia della conversione dell’esistenza – appunto – in destino: che è poi l’unico e ignoto miraggio dell’essere.
Forse anche per questo – in questo libro di Stoccoro, e certo del suo io poetico – al di là delle soglie abituali, ad accogliere il comprimario lettore sono due testi: il primo ad annunciare “che la vita è un eterno commiato” (almeno quanto al principio degli Esercizi di sopravvivenza si dica che il naufragio è la “condizione ineludibile del viaggio”); il secondo a stabilire una discesa al padre-radice (e al se stesso bambino) vibrante fino alle lacrime nell’irrecusabile fragilità e indecidibilità del ritorno. Come nel walseriano e randagio Per ombre certe e pochi solitari abbracci: “Nomade di terraferma e isolate pianure/ senza deriva ufficiale né ancoraggi/ camminavo per alberi radi e bassi/ Più spesso seguivo la fila/ dei lunghi tronchi sottili/ con le radici in superficie/ che non portavano mai a casa”.
Stoccoro non smantella il testo, non lo sradica, ma neppure lo incatena, nonostante l’avviso di Sulla graduale produzione dei pensieri durante il discorso: “L’opportunità del metro/ quando scrivere è addomesticare/ spazi e silenzi…” (in cui, senza parere, corre qualcosa di leopardiano). E nemmeno lo raggela (Ora c’è la galaverna). Potrei dire invece che lo fissa nell’ossimoro del suo dirsi essenziale. Almeno quanto potrei dire che ne sottrae (o decanta) ogni possibile sperpero, lo spoglia, lo riduce all’osso, lo traduce nel poco, lo preserva da cedimenti sentimentali, lo accoglie in tutta sobrietà e – si dica pure – povertà. A vincere – qui – è proprio questa onestà di parola che – torno a citare – “imbavaglia la sua dimora”. La sua trasparenza e la sua consistenza stanno nella costanza della riflessione, nei pensieri che si specchiano e s’interrogano, nonostante la consapevolezza che si tratti di un esercizio senza compenso: “logora è la parola/ quando l’interrogo/ non consola” (In tempi di dissolvenza).
Ecco. La poesia di Stoccoro non si presta a facili consolazioni, ma invece ad ardue conciliazioni. La sua oscurità apparente è l’oscurità che ci interroga, che ci avvisa, che ci invita a fare i conti con la difettività, ma anche con la ricchezza della parola che conviene al “luogo della poesia”. Non è luogo – questo – che ci possa salvare, ma di certo è luogo di vocazioni che ci continuano a cercare. Il poeta cita in esergo Celan, ma io – come interprete – potrei non meno appropriatamente citare l’Ungaretti dell’Allegria che già Sereni unghiò: “Quando trovo in questo mio silenzio/ una parola scavata è nella mia vita/ come un abisso”.

Giovanni Tesio

               Il silenzio

(2002)

Il silenzio e la sua ombra
parola muta
che non sa tacere

Il silenzio non è mai silenzioso.
Pensare il silenzio è, in qualche modo, dargli voce.
Il silenzio non è debolezza del linguaggio.
È, al contrario, forza.
La debolezza della parola è ignorarlo.

come se il passaggio dal silenzio al silenzio non potesse avvenire senza qualche gemito:
È giusto acconsentire un giorno a tacere,
quando le parole non hanno più bisogno di voi.

La parola si ostina a riconoscere soltanto la parola.

Non lasciare inacidire le parole. Hanno la stessa longevità del vino.

Per la chiarezza non ci sono catene.

Ogni parola è prima di tutto l’eco di una parola perduta.

Silenzio di viso
deriso
compreso condiviso
cercato trovato
urlato violentato sottomesso (di chi sottomette e di chi si lascia sottomettere)
spossessato  (ogni possesso ci frustra là dove ci favorisce. Pagine Pagine. Moriamo per quel che ci ha fatto essere, assai più che per quel che siamo)
tradotto interpretato
proposto imposto
vuoto pieno
vulnerabile invulnerabile
autistico povero ricco
(il pc corregge automaticamente in artistico)
confuso stuprato in volto
senza volto
incomunicabile
germinativo
paziente impaziente
buono cattivo
di vita di morte
che fonda la parola che l’uccide
che impedisce (blocca, taglia, soffoca) la voce che gli offre il sonoro
nomade contadino
dell’inizio della fine
amico estraneo
che avvolge travolge
illeggibile inviolabile
parola cancellata dalla parola
parola cucita
cicuta
albero con/senza radici (matrici)
ospitalità austera
quella del deserto
o della steppa
nomade che cammina senza fretta (che riposa sul ciglio della strada, sotto le stelle) (Quando ogni stella è una parola ritrovata)
contadino che attende il germoglio del seme
solitudine troppo rumorosa
istante che trattiene (ritiene chi lo possiede) il suo limite (spazio/tempo)
posseduto
prolungamento (paura della fine)
servo padrone (tiranno)
di troppo peso e nessuna nudità
da accettare soltanto
abisso dell’impensato
Silenzio è la parola disabitata
dimora o deserto
scheletro di lupo o sciacallo
mummia chiusa in un museo
ché la terra offre la voce dei grilli e le cicale
parola asfaltata
lucciola dimenticata
torsolo di mela gomma bucata
Il silenzio toglie la parola
e la restituisce
spazio bianco/nero tra le parole
siamo ancora in tempo

NOTA: Il silenzio è un dialogo a più voci, nel quale l’autore chiama a raccolta diversi autori:  Il silenzio non è mai silenzioso (Irwing Yalom). Pensare il silenzio è, in qualche modo, dargli voce./Il silenzio non è debolezza del linguaggio./È, al contrario, forza. /La debolezza della parola è ignorarlo ( Edmond Jabès).…come se il passaggio dal silenzio al silenzio non potesse avvenire senza qualche gemito. (Edmond Jabès). È giusto acconsentire un giorno a tacere,/quando le parole non hanno più bisogno di voi (Edmond Jabès). La parola si ostina a riconoscere soltanto la parola./Non lasciare inacidire le parole. Hanno la stessa longevità del vino (Edmond Jabès) Per la chiarezza non ci sono catene (Edmond Jabès) Ogni parola è prima di tutto l’eco di una parola perduta. (Edmond Jabès). ogni possesso ci frustra là dove ci favorisce. Pagine Pagine. Moriamo per quel che ci ha fatto essere, assai più che per quel che siamo (Edmond Jabès). autistico povero ricco (Eugène Minkowski). parola cancellata dalla parola (Edmond Jabès). ospitalità austera  quella del deserto (Edmond Jabès). Quando ogni stella è una parola ritrovata (Edmond Jabès). solitudine troppo rumorosa (Bohumil Hrabal).

 

Recensioni:

Consulente del buio

 

https://almerighi.wordpress.com/tag/giancarlo-stoccoro/

http://europainversi.org/premio/vincitori-finalisti-del-premio-europa-versi-2017-recensioni/#Stoccoro

http://europainversi.org/2017/05/premio-europa-versi-2017-giancarlo-stoccoro/

 

 

PAROLE A MIO NOME

PUBBLICAZIONE DEL LIBRO ‘PAROLE A MIO NOME’

Silloge vincitrice del Premio Carrera 2016, finalista per la poesia edita del Premio Gozzano 2016 e del Premio PLII 2017.

Prefazione
«…quando mai il mito e la poesia hanno esitato a dividere una persona in due o a farne di due una?».
Si tratta di una domanda essenziale per interpretare la poesia contemporanea e ancor più se consideriamo che questa espressione è tratta da Il libro dell’Es di Georg Groddeck, di cui l’autore di questa silloge
di poesia ha curato la biografia fattane da Wolfgang Martynkewicz.
La poesia è il luogo, forse meglio dire il non-luogo o luogo-altro, in cui questa condizione è palese e sostanziale, è il mondo delle espressioni in cui si fissano vari punti della interrogazione su se stessi. Sottolineo questa pluralità perché la silloge Parole a mio nome di Giancarlo Stoccoro procede per illuminazioni e stadi, legati da un viaggio comune, ma al contempo configurantisi come passi di un diario personale.
Parole a mio nome, già il titolo, sembra considerare due aspetti che mi pare notare con forza in tutta l’opera: il luogo della parola quale risultato di conoscenza, più o meno affermativa, cui il poeta giunge attraverso un corso non sempre in progressione, e l’appropriazione degli elementi, che siano reali o soggettivi, attraverso il nome che viene assegnato. Dare un nome alle cose significa dare un segno di appartenenza, è il momento dell’appropriazione. Quest’ultimo punto mi pare essenziale
e indicato dallo stesso poeta che sceglie come riferimento Yves Bonnefoy in due epigrafi poste ad inizio della due parti della silloge: Parole a mio nome e Consolare la notte.
Scrive Bonnefoy: «Io, dice, vorrei dare un nome semplicemente a tutto questo, il nero, il nero negli occhi, il nero quando nonc’è altro se non il nero, quando non c’è più nient’altro», e dare un nome significa comprendere e appropriarsi. La poesia come luogo dell’analisi, della dialettica e del dubbio è già coglibile nel testo incipitario in cui sono gli occhi a dirigere le parole, «ma non tutti i luoghi sanno avvicinarsi». Ritornando al titolo,il segno di appartenenza è segnalato dal pronome personale, dal ‘mio’, facendo pensare a una ipertrofia del soggetto, come segnalava Enrico Testa in un suo saggio sulla poesia contemporanea dal titolo Per interposta persona, tuttavia nell’opera di Stoccoro il rapporto è molto più complesso dell’apparenza.
L’io poetico si relaziona ad un tu, che non è semplicemente un altro dall’«io». Il «tu», e qui la funzione pronominale complessa di questo poeta, potrebbe individuarsi in un «altro-io», in un «tu» come persona diversa e in un «tu» collettivo, quello che genericamente identifichiamo con il noi, sino a coinvolgere tutte queste persone in un unico dialogo: «Attenti a non sbagliare anno / soprattutto a non chiudersi dietro / la porta sbagliata con
la chiave / che apriva tutto». Tutto ciò non esclude la poesia come autocoscienza e autoanalisi, ovvero la parola come espressione della crisi e della riappropriazione di sé. Casi unici sono la poesia dedicata al padre e quella dedicata a Mauro Valsangiacomo, entità ben delineate. A questo punto il dialogo pronominale, quello poc’anzi individuato, si concretizza nel
parlare di se stessi e con se stessi: «Eppure a me piace scansare i fari / prendere a testa alta ogni luna / prima che il lago sempre ghiotto / se la succhi come una caramella». Si delinea, dunque,l’autocoscienza della crisi, in cui la parola, come lemma e come espressione, diventa un paradigma nella silloge di Stoccoro, ma anche il modo di rivisitare i luoghi che non ci ospitano più: «Per quanto t’immergi in parentesi tonde / accogli parole
meno accentate / svuoti frasi cancelli nomi / uno per uno lasci il nero».
Accertato questo elemento, si apre un mondo di interpretazioni di valore gnoseologico («Abbiamo visto di peggio / ricordi sfigurati indirizzi sfitti / grafie modeste e opere gloriose /immortalate senza distinzione / masse di aggettivi e iniziali / che hanno corpo in altri nomi / / Per questo io solo mi ostino / a cogliere nel buio la tua supplica / a sfidare i mostri che abbiamo dentro») in cui la pausa è essenziale per gli interrogativi
(«Mi occupo soprattutto delle pause, gli interrogativi quando stanno stretti in silenzio avrebbero bisogno di spazi ariosi, non certo di questa casa in ombra dal primo pomeriggio». Che la parola sia esperienza non solo interiore, mi pare indicato dalla sua connessione all’elemento corporeo. La parola e il suo suono (la voce), difatti, sono spesso associati a segnali del corpo come abbracci e sguardi: «Due volte ripetuto in sogno / è il tuo
abbraccio e adesso / io mi siedo sulle tue frasi»; «Mi abbracci per altra voce / in questo notturno sentire / che muove i passi allaga / le tracce e gli umori sottili»; «Domando voci vere non tutti / quei suoni attutiti dai sentieri / lucidi e belle scarpe gommate / Fugge irrisolto l’abbraccio»; «In accordo col mondo ti scrivo / vicino a Natale srotolo abbracci / e vecchie foto catturate col grandangolo». Il riferimento al Natale, e anche al passaggio all’anno nuovo, è un’altra caratteristica della poesia di Stoccoro, è il senhal dell’aspetto diaristico e temporale.
Dunque il luogo-altro, o luogo della poesia, si associa a quello reale con coordinate identificabili, giustificando o, perlomeno,indicando il dato temporale di Parole a mio nome, libro scritto a cavallo tra il 2014 e il 2015.
Parlare dei luoghi significa in prima analisi concedere spazio alla seconda sezione della silloge, che è consustanziale alla prima. Il titolo è Consolare la notte e riporta indicativamente al concetto di buio, oltre che a quello consolatorio. Qui si apre la parentesi lemmaticamente più ricorrente e poeticamente rilevante della silloge. Numerosi sono i termini che ritroviamo
connessi alla sfera concettuale del notturno e del buio, occorrenzialmente esorbitanti rispetto alla sfera opposta (quella luministica). Rileviamo il dato statistico: notte (nove occorrenze) e giorno (tre occorrenze, una sola delle quali legata all’alba e quindi alla luce); buio (sei occorrenze) e luce (cinque occorrenze, molte delle quali in negativo, cioè associate a lemmi di lacerazione oppure di sfera semantica opposta). La lettura concordanziale, per alcuni un semplice esercizio computazionistico, ci rivela un altro dato interessante, che nella dialettica dell’io e delle indicazioni temporali, siano esse reali o interiori, la sfera umbratile ha una certa preponderanza. La definisco umbratile perché anche il lemma ‘ombra’ ha una sua rilevanza non indifferente con sette occorrenze, a cui si associano le sue proiezioni («In campagna le ombre sono unite / non hanno teleferiche o luci appoggiate», 8 dicembre). Ciò apporta con sé una congerie di significati, in primis il suo rapporto con la conoscenza (e qui si veda tutta una serie si indagini da Jung a Groddeck stesso), perché l’ombra varia con il variare della luce, ed è dunque una visione.
L’opera di Giancarlo Stoccoro è una lettura di se stesso e della collettività, è una poesia completa e complessa, capace persino di associare una tradizionale figura come ‘gli occhi specchio dell’anima’ a termini quotidiani come selfie. Per questo motivo la sua opera ha ottenuto il primo premio al concorso per silloge inedita “Pietro Carrera”, perché la poesia, e il suo inconscio, è espressione di un mondo non sempre evidente.
Giuseppe Manitta

Recensioni del libro:

http://www.lestroverso.it/parole-a-mio-nome/

Parole a mio nome – Giancarlo Stoccoro – Libro – Il Convivio – | IBS

http://www.plii.it/2017

I Registi della mente

I registi della mente (Falsopiano, giugno 2015), curato da Ignazio Senatore, contenente il lavoro Ciak. Si sogna! L’esperienza di Kiev

http://www.falsopiano.com/registimente.htm

NOTE DI SGUARDO

in: Luoghi a perdere- Note di sguardo: Ivan Fedeli e Giancarlo Stoccoro
Premio Lago Gerundo 2014 Ebook Morellini editore

https://www.ibs.it/luoghi-a-perdere-note-di-ebook-ivan-fedeli-giancarlo-stoccoro/e/9788862983662?inventoryId=49860034

motivazione:

 

Due poesie da Note di sguardo

Ciò che la luce abbandona

e gli occhi continuano a vedere…

Varianti

I

Ciò che la luce abbandona

e gli occhi continuano a vedere

è un cielo aperto dove s’appoggia

breve il tramonto sacrificato

al mare vasto e ingordo

È caccia grossa

I fiori di oleandro uccidono di notte

 

II

 Un commerciante di albe

per quale cielo se poi la luce

abbandona il giorno

e i fiori uccidono di notte

Meglio scegliere le ore

dal profumo intenso

e le stelle consumate da millenni

Una  luna tonda

da queste parti

si specchia nel mare