L’indolenza dei contorni

Abitare la frase
consentendo alla parola
di consumare l’oggetto
fino a custodirne l’ombra
al di là del giorno

(Poesia tratta dalla silloge inedita “La dimora dello sguardo”, 2015-2017)

Non hanno scuse

Non hanno scuse
invitano a gesti plateali
le derive fragili del paesaggio
luoghi assoluti sottratti alle radiografie
ai parenti stretti alle memorie
in epigrafe sui muri
Fino a ieri contavano
le appartenenze gli sguardi
rubati dietro al cancello le ombre
già prossime al sacrificio dei corpi
quando la notte spezza le catene
e si fa per tutti sogno luminoso

(in : “La dimora dello sguardo”, inedita 2015-2017)

Motivazione finalista Premio Lorenzo Montano 2015

Autobiografia sommaria

Autobiografia sommaria

Lettore onnivoro e disordinato, fin da piccolo mi sono appassionato alla letteratura e più tardi alla filosofia prima di decidermi per gli studi di medicina, trovando già in casa, più che a scuola, una fornita biblioteca. Mio nonno paterno, professore di lettere e filosofia, pubblicò per Zanichelli una grammatica italiana per Greci, avendo lavorato come preside in un liceo a Salonicco fino allo scoppiare della II guerra mondiale. Fu anche esperantista e tradusse il Pinocchio di Collodi. Amante del Pascoli, più del Carducci e di D’Annunzio, era vicino alla posizione di Sartre per la filosofia. Ebbi modo di conoscerlo a lungo, essendo morto quasi novantenne.
Del nonno materno, tedesco di Dortmund, professore di lettere, musicista e militare di carriera ho solo i racconti di mia madre, essendo morto nella campagna di Russia nel ’41.
I miei genitori si conobbero alla fine degli anni 1950 a Oxford, dove studiavano entrambi. Mio padre si sarebbe poi laureato in lingue alla Bocconi con una tesi su Jane Austen. Più portato al commercio che alle lettere (pare che da bambino avesse chiesto a mio nonno, sempre dedito alla lettura, se nei libri si trovassero le banconote!) si diede, grazie al finanziamento di un ricco cugino, all’imprenditoria e aprì nel Varesotto un maglificio dove confezionava pregiati capi in cashmere con filati scozzesi. Morì a 39 anni lasciando mia madre di 34 e tre figli, di cui io, il primogenito, di 7.
I miei genitori amavano soprattutto la letteratura russa e lessi, dopo le prime letture per ragazzi (ricordo in particolare Incompreso, Il grande Mealnus, Senza famiglia e poi le avventure nel mare dei Sargassi di Salgari), precocemente Tolstoj, Dostoevski, Gogol e più tardi Goncarov che amo ancora molto. Mia madre era appassionata di Pasternak e Checov che, ricordo, aver letto ripetutamente nella sua vita. È vivente ma affetta da demenza, ormai incapace di leggere (è riuscita, però, a divorare, lo scorso anno, l’ultimo inedito di Stefan Zweig, uno dei suoi autori preferiti).
La montagna incantata di Mann, letta nei primi anni di liceo, mi colpì molto: la figura del dott. Krokowski la trovai già molto intrigante (per tratteggiarla Mann si sarebbe ispirato proprio a Groddeck!!! La Roudinesco nella recente biografia di Freud fa esplicito riferimento a questo). Nel frattempo al liceo lessi tutto Buzzati ed ebbi modo di identificarmi facilmente nel tenente Drogo de Il deserto dei tartari. Fui soprattutto colpito dalle novelle, Sette piani (Un caso clinico, per il teatro) e Una cosa che comincia per L. Mi stavo orientando verso gli studi di medicina ma prima lessi tutto quello che riguardava i miei amati animali, i cani in particolare: i libri del veterinario James Herriot, quelli di Trumler (Il cane preso sul serio, A tu per tu con il cane, etc.), Lorenz, Piero Scanziani ( che scrisse poi alcuni libri un po’ esoterici sull’esistenza, la giovinezza e la vecchiaia). Ebbi più avanti modo di occuparmi di cinofilia e, per un certo tempo, allevai la razza del Cane da pastore bergamasco (e scrissi anche qualcosa in merito). Nei primi anni di università, a fianco dell’atlante di anatomia, tenevo un piccolo taccuino dove scrivevo “note a margine” (le mie prime poesie o, meglio, una sorta di esercizio di brain storming). Dalle medie legato alla poesia di Ungaretti, il poeta de L’allegria resta ancora il mio riferimento tra gli italiani (poi arriverà Caproni che mi premiò anche al Premio Lerici Pea 1988, arrivando a 25 anni secondo tra i giovani). La scelta della psichiatria fu in parte legata al mio avvicinamento a una medicina “psicosomatica”, capace di accogliere insieme mente e corpo. Fu proprio l’ingresso in psichiatria che mi appassionò finalmente agli studi. Mi ero trascinato un po’, non certo studente modello, avevo ritardato la laurea, pur raggiungendo alla fine il massimo dei voti. Mia madre da anni era stata costretta a liquidare l’azienda di famiglia, c’erano forti dissidi con i suoceri (io solo ho mantenuto sempre uno stretto rapporto con loro fino alla fine), mia madre stessa da anni soffriva di ricorrenti crisi depressive che l’avrebbero anche portata nei primi anni 1980 a ripetuti ricoveri. Pur immerso negli studi, continuavo a coltivare la lettura: da “un bambino” di Thomas Bernard a ” La lingua salvata” di Canetti (Massa e potere fu in realtà la porta di ingresso a questo autore del quale lessi tutto fino agli Aforismi per Marie Louise), tutto Arthur Schnitzler, Walser, Musil ( il giovane Torless e parte de L’uomo senza qualità! Mi sono promesso di riprenderlo ma per ora non l’ho fatto), Carlo Michelstaedter (i due piccoli Adelphi, le poesie e il saggio La persuasione e la rettorica, riletto qualche anno fa con maggior soddisfazione).
Groddeck non arrivò subito e, soprattutto, stette in attesa sul comodino per quasi un anno: un’edizione a 3500 lire della Newton Compton! Intanto cominciai ad appassionarmi alla relazione medico- paziente e lessi Balint (Medico Paziente e malattia, un libro fondamentale per me! In esso Michael Balint dice di dovere tutto a Freud ma di amare Groddeck. Scoprirò più tardi che il concetto di mutualità nella relazione di cura, lo prese da Groddeck; che il suocero, padre della prima moglie Alice Balint era stato un paziente di Groddeck, che lo stesso Ferenczi che lo iniziò all’analisi sperimentò con Groddeck un’analisi mutua, etc. etc.).
La lettura del Libro dell’Es fu una vera caccia al tesoro, l’attivazione di uno stato della mente che mi portava a scoprire cose inimmaginabili, attraverso un ciclo virtuoso di lettura e successiva corrispondenza nella realtà, a metà tra magia e sincronicità. Ricordo di avere appena finito di leggere la lettera nella quale Patrik Troll parlava dell’anello matrimoniale, che una mia paziente, sposa da poco, s’infortunò, perdendo addirittura il dito anulare per colpa dell’anello incastratosi in una macchina di lavoro (molti anni dopo la paziente mi avrebbe detto di essersi separata dal marito e la ripresi brevemente in cura). Lessi quindi l’edizione Adelphi insieme a il Linguaggio dell’Es che, sorprendentemente, trovai già in casa di mia nonna dopo la sua morte nel 1995. Seguirono tutti i volumi editi in italiano, compreso Questione di donna edito dalla TEA, un piccolo libro rivelatore questo: a parte la bella introduzione della Jutta Prasse , colpì alcune femministe come la Guiducci che ne La mela e il serpente scrive di Groddeck e della sua invidia dell’utero come del primo autore con un’apertura insolita per le donne. Curiosamente lo stesso libro in Germania (dal biografo Martynkewicz) viene considerato come segno inequivocabile di misoginia del nostro! La traduzione della biografia renderà ben conto di queste posizioni apparentemente inconciliabili e, purtroppo, della persistente scarsa fama nel suo paese. (Che la sua lettura eserciti un effetto tanto scuotente da poter essere accolta solo se tradotta? ).
Il lavoro a diretto contatto con i malati e le consulenze nei vari reparti ospedalieri mi portano a sperimentare i Gruppi Balint, (piccoli gruppi eterocentrati sulla relazione medico- paziente) che inizio a condurre con colleghi di altre discipline e medici di base, per poi allargarli anche ad altri operatori. Scrivo alcuni lavori e pubblico su Psicoterapia e Scienze Umane “I Gruppi Balint: storia e attualità”, dove non mancano i riferimenti a Groddeck, di cui nel frattempo visito l’ex sanatorio di Baden Baden e più avanti la biblioteca di Marbach, che custodisce il suo lascito.
Un amico e collega di Tubinga mi regala una copia della biografia di Groddeck uscita in Germania alla fine degli anni novanta. Purtroppo il mio tedesco è limitato, lo parlo ma non l’ho mai davvero studiato; racconta mia madre che il pediatra, quando avevo due anni e ancora parlavo poco, le avesse esplicitamente consigliato di parlarmi solo in italiano per evitare che diventassi balbuziente! Avevo da poco iniziato a prendere lezioni di tedesco e mi appassionai subito all’idea di proporre la traduzione a un editore (l’edizione dei Grossman era già fuori catalogo da anni e per di più molto incompleta). Per uno strano scherzo del destino (dell’Es) smisi subito di studiare tedesco perché la mia insegnante divenne presto la madre di mio figlio Martin; al contempo mi trovai arruolato, da parte di Luca Formenton, nella curatela dell’edizione italiana della nuova biografia di Groddeck. Mia moglie tradusse con me la biografia durante la gravidanza ma il libro uscì quasi due anni dopo. Scrissi un’introduzione un po’ critica che fu in parte stemperata prima della pubblicazione. Fu però ben riconosciuto il mio lavoro in una bella recensione su La Stampa di Torino pochi mesi dopo.
Continuavo a dedicarmi ai Gruppi Balint, il cui grosso limite è la difficoltà di applicazione in equipe, cioè in colleghi che lavorano insieme, dove più difficili da gestire sono le dinamiche di gruppo. Dopo la mia analisi freudiana classica e un corso di ipnosi, mi avvicinai al Gruppo e mi formai con la Gruppoanalisi di Diego Napolitani. Cominciai ad applicare il lavoro sui gruppi anche in terapia e sperimentai il gruppo con i pazienti acuti in reparto (pubblicando poi il lavoro:”Il fuoco si spegne col fuoco. Un itinerario di cura attraverso il gruppo”).
Il mio interesse precipuo si spostò sulla ricerca delle condizioni che consentissero, in ambito formativo per lo meno, una riduzione delle difese senza mettere però a nudo gli operatori. Avendo sempre a fianco la letteratura, mi aiutò in questo la lettura di Heinrich von Kleist “Sulla graduale produzione del pensiero durante il discorso”, alcune lettere di Keats ai fratelli dove parla della “capacità negativa” (poi ripresa dall’analista Bion), l’incontro con il filosofo Aldo Giorgio Gargani e il suo libro ” L’altra storia”, lo sviluppo del lavoro poetico e soprattutto il Social Dreaming di Gordon Lawrence. Mi formai con lui e sviluppai il suo strumento di condivisione sociale dei sogni (il socio analista inglese ricordava che lo portarono a “scoprire” il Social Dreaming lo studio della tribù malese dei Senoi e il libro della Berardt, Il terzo Reich dei sogni) associandolo alla visione di un film a tema. Dalle prime esperienze fatte, in ambito formativo ospedaliero, nelle scuole e direttamente nei cinema, è nato Occhi del sogno, pubblicato da Fioriti nel 2012. Da allora l’esperienza si è estesa in altri ambiti, tra cui un carcere di massima sicurezza. Nel 2012 e 2013 ho esportato il metodo in Ucraina. L’esperienza di Kiev è documentata nel saggio curato da Ignazio Senatore I registi della mente, pubblicato nel settembre 2015.
Nel frattempo ho ripreso a scrivere con maggiore regolarità poesie trovando ospitalità presso tre piccoli editori: nel giugno 2014 esce Il negozio degli affetti (Gattomerlino/Superstripes), nel dicembre 2014 Note di sguardo, (Premio Lago Gerundo, Morellini editore), nel marzo 2015 Benché non si sappia entrambi che vivere ( Alla chiara fonte editore di Lugano). Procedono le letture e la passione per gli aforismi. Tra gli autori prediletti oltre a Canetti, Celan di Microliti (Celan tra i poeti più amati, malgrado come persona deluda un po’ nel carteggio con la Bachmann, Troviamo le parole) e, soprattutto, Edmond Jabès, i cui libri di piccolo formato mi seguono ovunque. Pubblico nel corso di un anno, nel sito frasi celebri.it , un centinaio di aforismi. (La solitudine è sfacciata. / la notte dorme accanto a tutti gli insonni. / Mi attraversi la pelle e ti fermi come un tatuaggio./Un pensiero troppo lucido è come una lastra di ghiaccio./ …).
Tra gli autori è in primo piano James Hillmann, di cui riconosco forti analogie con Groddeck ( pur nelle dovute differenze, ricordo di aver tenuto una lezione alla scuola di Gruppoanalisi agli inizi degli anni 2000, spacciando per opera di Groddeck alcune frasi tratte da Il potere), Guggenbuhl Craig ( il cui Al di sopra del malato e della malattia è una vera chicca, secondo solo al sempre suo dissacrante Matrimonio: vivi o morti), Luis Chiozza ( Perchè ci ammaliamo, Le cose della vita), Irvin Yalom ( dal Manuale di psicoterapia di Gruppo ai suoi romanzi ispirati alla clinica, in primis La cura Schopenhauer) e sopratutto Adam Phillips ( di cui Adelphi ha in catalogo il grazioso Monogamia) con ” Paure ed esperti ” e il recentissimo ” In lode della vita non vissuta”.
Grazie alla disponibilità dell’editore svizzero Valsangiacomo, sto per pubblicare il saggio Pierino Porcospino e l’analista selvaggio, con alcune conferenze inedite di Groddeck, la 34 esima lettera del Libro dell’Es, una bozza di recensione inedita della Bachmann, le filastrocche dello Struwelpeter nella traduzione del Negri e il contributo critico di diversi autori. (Uscirà per ADV appena avrò la possibilità di correggere le ultime bozze e presentarlo).
Un nuovo progetto è già avviato: Poeti e prosatori alla corte dell’Es.
Si tratta di un’antologia poetica attorno al tema del rapporto tra Es e poesia, a partire dall’affermazione di Groddeck, contenuta in una sua conferenza sullo Struwelpeter, che ” il poeta è tanto più efficace tanto più è in grado di stare nell’Es”. I poeti ingaggiati, risponderanno a un questionario, già approntato e proporranno alcune loro poesie.
Tra le ultime letture Adelphi, le splendide Conversazioni di Brodskij, Lungo la via incantata e Epepe che ho iniziato ieri.
Giancarlo Stoccoro
17/2/2016

PAROLE A MIO NOME

PUBBLICAZIONE DEL LIBRO ‘PAROLE A MIO NOME’

Silloge vincitrice del Premio Carrera 2016, finalista per la poesia edita del Premio Gozzano 2016 e del Premio PLII 2017.

Prefazione
«…quando mai il mito e la poesia hanno esitato a dividere una persona in due o a farne di due una?».
Si tratta di una domanda essenziale per interpretare la poesia contemporanea e ancor più se consideriamo che questa espressione è tratta da Il libro dell’Es di Georg Groddeck, di cui l’autore di questa silloge
di poesia ha curato la biografia fattane da Wolfgang Martynkewicz.
La poesia è il luogo, forse meglio dire il non-luogo o luogo-altro, in cui questa condizione è palese e sostanziale, è il mondo delle espressioni in cui si fissano vari punti della interrogazione su se stessi. Sottolineo questa pluralità perché la silloge Parole a mio nome di Giancarlo Stoccoro procede per illuminazioni e stadi, legati da un viaggio comune, ma al contempo configurantisi come passi di un diario personale.
Parole a mio nome, già il titolo, sembra considerare due aspetti che mi pare notare con forza in tutta l’opera: il luogo della parola quale risultato di conoscenza, più o meno affermativa, cui il poeta giunge attraverso un corso non sempre in progressione, e l’appropriazione degli elementi, che siano reali o soggettivi, attraverso il nome che viene assegnato. Dare un nome alle cose significa dare un segno di appartenenza, è il momento dell’appropriazione. Quest’ultimo punto mi pare essenziale
e indicato dallo stesso poeta che sceglie come riferimento Yves Bonnefoy in due epigrafi poste ad inizio della due parti della silloge: Parole a mio nome e Consolare la notte.
Scrive Bonnefoy: «Io, dice, vorrei dare un nome semplicemente a tutto questo, il nero, il nero negli occhi, il nero quando nonc’è altro se non il nero, quando non c’è più nient’altro», e dare un nome significa comprendere e appropriarsi. La poesia come luogo dell’analisi, della dialettica e del dubbio è già coglibile nel testo incipitario in cui sono gli occhi a dirigere le parole, «ma non tutti i luoghi sanno avvicinarsi». Ritornando al titolo,il segno di appartenenza è segnalato dal pronome personale, dal ‘mio’, facendo pensare a una ipertrofia del soggetto, come segnalava Enrico Testa in un suo saggio sulla poesia contemporanea dal titolo Per interposta persona, tuttavia nell’opera di Stoccoro il rapporto è molto più complesso dell’apparenza.
L’io poetico si relaziona ad un tu, che non è semplicemente un altro dall’«io». Il «tu», e qui la funzione pronominale complessa di questo poeta, potrebbe individuarsi in un «altro-io», in un «tu» come persona diversa e in un «tu» collettivo, quello che genericamente identifichiamo con il noi, sino a coinvolgere tutte queste persone in un unico dialogo: «Attenti a non sbagliare anno / soprattutto a non chiudersi dietro / la porta sbagliata con
la chiave / che apriva tutto». Tutto ciò non esclude la poesia come autocoscienza e autoanalisi, ovvero la parola come espressione della crisi e della riappropriazione di sé. Casi unici sono la poesia dedicata al padre e quella dedicata a Mauro Valsangiacomo, entità ben delineate. A questo punto il dialogo pronominale, quello poc’anzi individuato, si concretizza nel
parlare di se stessi e con se stessi: «Eppure a me piace scansare i fari / prendere a testa alta ogni luna / prima che il lago sempre ghiotto / se la succhi come una caramella». Si delinea, dunque,l’autocoscienza della crisi, in cui la parola, come lemma e come espressione, diventa un paradigma nella silloge di Stoccoro, ma anche il modo di rivisitare i luoghi che non ci ospitano più: «Per quanto t’immergi in parentesi tonde / accogli parole
meno accentate / svuoti frasi cancelli nomi / uno per uno lasci il nero».
Accertato questo elemento, si apre un mondo di interpretazioni di valore gnoseologico («Abbiamo visto di peggio / ricordi sfigurati indirizzi sfitti / grafie modeste e opere gloriose /immortalate senza distinzione / masse di aggettivi e iniziali / che hanno corpo in altri nomi / / Per questo io solo mi ostino / a cogliere nel buio la tua supplica / a sfidare i mostri che abbiamo dentro») in cui la pausa è essenziale per gli interrogativi
(«Mi occupo soprattutto delle pause, gli interrogativi quando stanno stretti in silenzio avrebbero bisogno di spazi ariosi, non certo di questa casa in ombra dal primo pomeriggio». Che la parola sia esperienza non solo interiore, mi pare indicato dalla sua connessione all’elemento corporeo. La parola e il suo suono (la voce), difatti, sono spesso associati a segnali del corpo come abbracci e sguardi: «Due volte ripetuto in sogno / è il tuo
abbraccio e adesso / io mi siedo sulle tue frasi»; «Mi abbracci per altra voce / in questo notturno sentire / che muove i passi allaga / le tracce e gli umori sottili»; «Domando voci vere non tutti / quei suoni attutiti dai sentieri / lucidi e belle scarpe gommate / Fugge irrisolto l’abbraccio»; «In accordo col mondo ti scrivo / vicino a Natale srotolo abbracci / e vecchie foto catturate col grandangolo». Il riferimento al Natale, e anche al passaggio all’anno nuovo, è un’altra caratteristica della poesia di Stoccoro, è il senhal dell’aspetto diaristico e temporale.
Dunque il luogo-altro, o luogo della poesia, si associa a quello reale con coordinate identificabili, giustificando o, perlomeno,indicando il dato temporale di Parole a mio nome, libro scritto a cavallo tra il 2014 e il 2015.
Parlare dei luoghi significa in prima analisi concedere spazio alla seconda sezione della silloge, che è consustanziale alla prima. Il titolo è Consolare la notte e riporta indicativamente al concetto di buio, oltre che a quello consolatorio. Qui si apre la parentesi lemmaticamente più ricorrente e poeticamente rilevante della silloge. Numerosi sono i termini che ritroviamo
connessi alla sfera concettuale del notturno e del buio, occorrenzialmente esorbitanti rispetto alla sfera opposta (quella luministica). Rileviamo il dato statistico: notte (nove occorrenze) e giorno (tre occorrenze, una sola delle quali legata all’alba e quindi alla luce); buio (sei occorrenze) e luce (cinque occorrenze, molte delle quali in negativo, cioè associate a lemmi di lacerazione oppure di sfera semantica opposta). La lettura concordanziale, per alcuni un semplice esercizio computazionistico, ci rivela un altro dato interessante, che nella dialettica dell’io e delle indicazioni temporali, siano esse reali o interiori, la sfera umbratile ha una certa preponderanza. La definisco umbratile perché anche il lemma ‘ombra’ ha una sua rilevanza non indifferente con sette occorrenze, a cui si associano le sue proiezioni («In campagna le ombre sono unite / non hanno teleferiche o luci appoggiate», 8 dicembre). Ciò apporta con sé una congerie di significati, in primis il suo rapporto con la conoscenza (e qui si veda tutta una serie si indagini da Jung a Groddeck stesso), perché l’ombra varia con il variare della luce, ed è dunque una visione.
L’opera di Giancarlo Stoccoro è una lettura di se stesso e della collettività, è una poesia completa e complessa, capace persino di associare una tradizionale figura come ‘gli occhi specchio dell’anima’ a termini quotidiani come selfie. Per questo motivo la sua opera ha ottenuto il primo premio al concorso per silloge inedita “Pietro Carrera”, perché la poesia, e il suo inconscio, è espressione di un mondo non sempre evidente.
Giuseppe Manitta

Recensioni del libro:

http://www.lestroverso.it/parole-a-mio-nome/

Parole a mio nome – Giancarlo Stoccoro – Libro – Il Convivio – | IBS

http://www.plii.it/2017