PAROLE A MIO NOME

PUBBLICAZIONE DEL LIBRO ‘PAROLE A MIO NOME’

Silloge vincitrice del Premio Carrera 2016, finalista per la poesia edita del Premio Gozzano 2016 e del Premio PLII 2017.

Prefazione
«…quando mai il mito e la poesia hanno esitato a dividere una persona in due o a farne di due una?».
Si tratta di una domanda essenziale per interpretare la poesia contemporanea e ancor più se consideriamo che questa espressione è tratta da Il libro dell’Es di Georg Groddeck, di cui l’autore di questa silloge
di poesia ha curato la biografia fattane da Wolfgang Martynkewicz.
La poesia è il luogo, forse meglio dire il non-luogo o luogo-altro, in cui questa condizione è palese e sostanziale, è il mondo delle espressioni in cui si fissano vari punti della interrogazione su se stessi. Sottolineo questa pluralità perché la silloge Parole a mio nome di Giancarlo Stoccoro procede per illuminazioni e stadi, legati da un viaggio comune, ma al contempo configurantisi come passi di un diario personale.
Parole a mio nome, già il titolo, sembra considerare due aspetti che mi pare notare con forza in tutta l’opera: il luogo della parola quale risultato di conoscenza, più o meno affermativa, cui il poeta giunge attraverso un corso non sempre in progressione, e l’appropriazione degli elementi, che siano reali o soggettivi, attraverso il nome che viene assegnato. Dare un nome alle cose significa dare un segno di appartenenza, è il momento dell’appropriazione. Quest’ultimo punto mi pare essenziale
e indicato dallo stesso poeta che sceglie come riferimento Yves Bonnefoy in due epigrafi poste ad inizio della due parti della silloge: Parole a mio nome e Consolare la notte.
Scrive Bonnefoy: «Io, dice, vorrei dare un nome semplicemente a tutto questo, il nero, il nero negli occhi, il nero quando nonc’è altro se non il nero, quando non c’è più nient’altro», e dare un nome significa comprendere e appropriarsi. La poesia come luogo dell’analisi, della dialettica e del dubbio è già coglibile nel testo incipitario in cui sono gli occhi a dirigere le parole, «ma non tutti i luoghi sanno avvicinarsi». Ritornando al titolo,il segno di appartenenza è segnalato dal pronome personale, dal ‘mio’, facendo pensare a una ipertrofia del soggetto, come segnalava Enrico Testa in un suo saggio sulla poesia contemporanea dal titolo Per interposta persona, tuttavia nell’opera di Stoccoro il rapporto è molto più complesso dell’apparenza.
L’io poetico si relaziona ad un tu, che non è semplicemente un altro dall’«io». Il «tu», e qui la funzione pronominale complessa di questo poeta, potrebbe individuarsi in un «altro-io», in un «tu» come persona diversa e in un «tu» collettivo, quello che genericamente identifichiamo con il noi, sino a coinvolgere tutte queste persone in un unico dialogo: «Attenti a non sbagliare anno / soprattutto a non chiudersi dietro / la porta sbagliata con
la chiave / che apriva tutto». Tutto ciò non esclude la poesia come autocoscienza e autoanalisi, ovvero la parola come espressione della crisi e della riappropriazione di sé. Casi unici sono la poesia dedicata al padre e quella dedicata a Mauro Valsangiacomo, entità ben delineate. A questo punto il dialogo pronominale, quello poc’anzi individuato, si concretizza nel
parlare di se stessi e con se stessi: «Eppure a me piace scansare i fari / prendere a testa alta ogni luna / prima che il lago sempre ghiotto / se la succhi come una caramella». Si delinea, dunque,l’autocoscienza della crisi, in cui la parola, come lemma e come espressione, diventa un paradigma nella silloge di Stoccoro, ma anche il modo di rivisitare i luoghi che non ci ospitano più: «Per quanto t’immergi in parentesi tonde / accogli parole
meno accentate / svuoti frasi cancelli nomi / uno per uno lasci il nero».
Accertato questo elemento, si apre un mondo di interpretazioni di valore gnoseologico («Abbiamo visto di peggio / ricordi sfigurati indirizzi sfitti / grafie modeste e opere gloriose /immortalate senza distinzione / masse di aggettivi e iniziali / che hanno corpo in altri nomi / / Per questo io solo mi ostino / a cogliere nel buio la tua supplica / a sfidare i mostri che abbiamo dentro») in cui la pausa è essenziale per gli interrogativi
(«Mi occupo soprattutto delle pause, gli interrogativi quando stanno stretti in silenzio avrebbero bisogno di spazi ariosi, non certo di questa casa in ombra dal primo pomeriggio». Che la parola sia esperienza non solo interiore, mi pare indicato dalla sua connessione all’elemento corporeo. La parola e il suo suono (la voce), difatti, sono spesso associati a segnali del corpo come abbracci e sguardi: «Due volte ripetuto in sogno / è il tuo
abbraccio e adesso / io mi siedo sulle tue frasi»; «Mi abbracci per altra voce / in questo notturno sentire / che muove i passi allaga / le tracce e gli umori sottili»; «Domando voci vere non tutti / quei suoni attutiti dai sentieri / lucidi e belle scarpe gommate / Fugge irrisolto l’abbraccio»; «In accordo col mondo ti scrivo / vicino a Natale srotolo abbracci / e vecchie foto catturate col grandangolo». Il riferimento al Natale, e anche al passaggio all’anno nuovo, è un’altra caratteristica della poesia di Stoccoro, è il senhal dell’aspetto diaristico e temporale.
Dunque il luogo-altro, o luogo della poesia, si associa a quello reale con coordinate identificabili, giustificando o, perlomeno,indicando il dato temporale di Parole a mio nome, libro scritto a cavallo tra il 2014 e il 2015.
Parlare dei luoghi significa in prima analisi concedere spazio alla seconda sezione della silloge, che è consustanziale alla prima. Il titolo è Consolare la notte e riporta indicativamente al concetto di buio, oltre che a quello consolatorio. Qui si apre la parentesi lemmaticamente più ricorrente e poeticamente rilevante della silloge. Numerosi sono i termini che ritroviamo
connessi alla sfera concettuale del notturno e del buio, occorrenzialmente esorbitanti rispetto alla sfera opposta (quella luministica). Rileviamo il dato statistico: notte (nove occorrenze) e giorno (tre occorrenze, una sola delle quali legata all’alba e quindi alla luce); buio (sei occorrenze) e luce (cinque occorrenze, molte delle quali in negativo, cioè associate a lemmi di lacerazione oppure di sfera semantica opposta). La lettura concordanziale, per alcuni un semplice esercizio computazionistico, ci rivela un altro dato interessante, che nella dialettica dell’io e delle indicazioni temporali, siano esse reali o interiori, la sfera umbratile ha una certa preponderanza. La definisco umbratile perché anche il lemma ‘ombra’ ha una sua rilevanza non indifferente con sette occorrenze, a cui si associano le sue proiezioni («In campagna le ombre sono unite / non hanno teleferiche o luci appoggiate», 8 dicembre). Ciò apporta con sé una congerie di significati, in primis il suo rapporto con la conoscenza (e qui si veda tutta una serie si indagini da Jung a Groddeck stesso), perché l’ombra varia con il variare della luce, ed è dunque una visione.
L’opera di Giancarlo Stoccoro è una lettura di se stesso e della collettività, è una poesia completa e complessa, capace persino di associare una tradizionale figura come ‘gli occhi specchio dell’anima’ a termini quotidiani come selfie. Per questo motivo la sua opera ha ottenuto il primo premio al concorso per silloge inedita “Pietro Carrera”, perché la poesia, e il suo inconscio, è espressione di un mondo non sempre evidente.
Giuseppe Manitta

Recensioni del libro:

http://www.lestroverso.it/parole-a-mio-nome/

Parole a mio nome – Giancarlo Stoccoro – Libro – Il Convivio – | IBS

http://www.plii.it/2017

Una risposta a “PAROLE A MIO NOME”

  1. Una poetica , quella di Stoccoro, sul passo
    dell’ esistente e delle più vibranti forme
    del sentire.
    Svettano paesaggi emotivi,
    solo all’ apparenza scarni.
    E poi, da qualche angolo recondito,
    sbuca l’ immagine inaspettata.
    Come una folgore.

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