Mantova Poesia Teatrino di Palazzo d’Arco venerdì 11 maggio 2018 ore 21

Recital di Miro Silvera che ha presentato con Stefano Iori, Enrico Ratti e Giancarlo Stoccoro la sua ultima silloge “Perfetti miracoli”.

    (foto di Massimo Capirossi)

Grazie a Stefano Iori e Enrico Ratti, è stata anche  l’occasione per presentare “Poeti e prosatori alla corte dell’Es” e riprendere la figura dell’analista selvaggio Georg Groddeck.

 

 

Pensare ti conviene
a perfetti miracoli
della mente
e del cuore
l’amore
ha queste leggi
e tu che leggi
con o senza dolore
sai che niente
nel mondo ha difetti
e ogni cosa è un bene
immortale

(da: Perfetti miracoli, La vita felice, 2018, p. 71)

Tre poesie di Camilla Ziglia

SUBLIME IN LUCE
Quando la pupilla si spalanca
sul mare della meraviglia
in modalità automatica
il nervo ottico
attiva il grandangolo
il collo ruota
per allargarlo ancora;
la pelle rizza i recettori
più fini
i timpani escludono
le interferenze
le braccia si sollevano
impercettibilmente
col respiro
i piedi in stallo
pulsano e si dilatano
come le mani
lo stomaco incassa il colpo secco
e poi si scioglie lento
in basso
il cuore in ascolto
accorda il battito all’armonia
il baricentro disegna un piccolo
cerchio di vertigine
il cervello controlla le funzioni vitali
e basta.
Eccolo, solo allora,
il balzo dell’anima
sublime.
LA MORTE DI CHRONOS
Come San Giorgio a cavallo
trafiggere il drago orfico
redivivo ad ogni luce del pensiero,
la triade temporale
l’allegorico medioevale,
pervadente relazioni
memorie proiezioni.
Crea a sua immagine
dall’informità del limo
sostanze predicanti
i sistemi linguistici,
e poi non emette il fiato!
Eliminare questo padre
onnipresente, eliminare
i tempi verbali soggioganti
il pensiero esteso
al quale sciogliere nuove voci
a dargli canto e carne!
Allora occhi negli occhi
stringere la mano
alla Morte, en fin de partie.
RITORNO AL CENTRO
Pedalo in direzione centrifuga
per unirmi al vivo.
Si alberano le strade
e, oltre, il bosco pulito
lisciato dai legnaioli.
M’inoltro a gettare la bici
ai piedi dell’agonia
del giovane tiglio
sul limite della curvatura,
mi stringo nella sciarpa
al trionfo del rampicante costrittore.
Spoglio in uno braccia e collo:
non bastano i timpani
a sentire il soffio del vento
e serve serrare le palpebre
alle distrazioni.
Slaccio l’orologio ai canti rochi
spezzati del castagno
scavato dalla storia,
al vibrare contenuto
delle termiti.
Sbuffano le narici
con l’esplosione delle spore,
soffio le più risibili proiezioni
sul distacco a volo
del seme di tarassaco.
Qui torno al centro.
Camilla Ziglia è nata a Brescia, dove tuttora risiede, nel 1970. Si è diplomata al liceo classico “Arnaldo da Brescia” e laureata in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore con tesi in Paleografia e Diplomatica. Ha vinto il premio “Agostino Gemelli” come miglior laureata dell’anno. Dopo corsi di perfezionamento e aggiornamento, si è abilitata all’insegnamento delle lingue e letterature greca, latina, italiana ed è attualmente in ruolo.
Sue opere compaiono nelle pubblicazioni antologiche dei premi in cui è stata segnalata (“Il Sublime”, “Ossi di Seppia”, “Finestre sul mondo”) e sulla rivista “Atelier online”. Terzo posto a “Le Occasioni”.

Tre poesie di Raffaele Floris

MACCHIA CIECA

C’è un sentiero fiorito che ritorna,
talvolta, frantumando le abitudini
dei giorni amari, dei pensieri morti,
di questa pioggia fine sulle strade
nere e guardinghe. Eppure è un’illusione,
lo so: non c’è mai niente che ritorna
davvero, e forse il viso di mia madre
che sorride in giardino sarà sempre
più lontano da me, da questa vita,
come una macchia cieca nella sera.

CORREDO

Quanti sogni nascondono gli armadi!
Fiori nei lini, broccati, lenzuola
ripiegate con cura nel silenzio
degli anni. Quanto sole nei cassetti,
adesso che se ne vanno le sere!
Quante porte sono rimaste chiuse
mentre il corredo andava fuori moda:
il legno vecchio odora di cantina,
anche il cielo è un lenzuolo senza nubi,
esanime in un brusio di cicale.

SCHEGGE

Oggi settembre è azzurro nonostante
l’angoscia ci sconfigga, a volte, e lasci
labbra di fiele e sacchi di fatica.
C’è così tanta vita nell’autunno
imminente: basta il coraggio antico
di fermarsi, ogni tanto, per guardare
il cielo e non pensare che le lacrime
scendano invano. In fondo siamo fatti
di polvere, schegge di un’altra luce.

Poesie terze classificate alla IV edizione (2018) del Premio Letterario Il Giardino di Babuk – Proust en Italie

Raffaele Floris

Un libro di Raffaele Floris

 

Presentazione Poeti e prosatori alla corte dell’ES Spino D’Adda 4 maggio 2018

Cena al Porcospino con Donatella Bisutti, Antonia Grazzani e Miro Silvera prima della presentazione in biblioteca.

Dopo la presentazione a MIlano in biblioteca Sormani, un nuovo incontro sul rapporto tra Es e scrittura con Donatella Bisutti e Miro Silvera.

 

Donatella Bisutti è poetessa scrittrice traduttrice giornalista. Ha pubblicato di poesia Inganno Ottico, Guanda, Premio Montale Inedito; Colui che viene, Interlinea, Premio Camposampiero; The Game, Gradiva New York; Rosa Alchemica, Crocetti, Premio Camaiore, Premio Lerici Pea, Premio Laudomia Bonanni; Un amore con due braccia, Lietocolle, Premio Alda Merini; Dal buio
della terra, Empiria; Duet of Life, Yumpa, Kyoto; il romanzo Voglio avere gli occhi azzurri, Bompiani e il saggio La poesia salva la vita, Feltrinelli; i libri per introdurre i ragazzi alla poesia L’Albero delle Parole, Le parole Magiche e La Poesia è un orecchio (tutti Feltrinelli Kids). Ha fondato la rivista Poesia e Spiritualità e attualmente dirige la rivista Poesia e Conoscenza www.poesiaeconoscenza.it. Redige su Poesia la rubrica La poesia italiana all’estero. Ha partecipato a numerosi festival internazionali tra cui recentemente il Poetry Reading in Kyoto 2014 e il Poetic Heart 5th Edition 2016 a Dubai e residenze di scrittura tra cui la prestigiosa fondazione americana Bogliasco Foundation, di cui è Fellow, e organizzato numerosi eventi culturali collegati alla poesia in Italia e all’estero. È nel direttivo dell’Unione Lettori Italiani. Il suo ultimo libro è la raccolta di filastrocche, ispirate a “Pierino Porcospino”, “Storie che finiscono male” (Einaudi).

 

Miro Silvera è nato ad Aleppo, in Siria. Vive e lavora a Milano. È autore di poesie, saggi, romanzi che hanno vinto premi letterari. Presso Piemme è uscito nel 1998 I giardini dell’Eden e successivamente il film di Alessandro d’Alatri, con sceneggiatura di Miro Silvera che ha ricevuto il premio Kieslowski.
Presso Frassinelli sono usciti i romanzi: L’ebreo narrante (1993, premio Augusto Bianchi), Margini d’amore (1994), Il prigioniero di Aleppo (1996, selezione Strega e Comisso ), Il senso del dubbio (2001), nel 2003 presso lo stesso editore il saggio Contro di noi.Del 2012 è il romanzo Lo Yeoshua chiamato Gesù, uscito presso et al edizioni. Del 2007 è il saggio Libroterapia, del 2010 Cinema e videoterapia e del 2012 Libroterapia due, tutti usciti da Salani. Nel 2010 è uscito il romanzo Il passeggero occidentale per Ponte alle Grazie. Suoi racconti e poesie sono usciti sulle riviste Tabula,Nuovi Argomenti, e Intrepid Anthology. E’ in corso di pubblicazione una nuova raccolta di poesie per l’editore La Vita Felice di Milano.

“Poeti e prosatori alla corte dell’Es”, un capolavoro che accende inedite riflessioni

 

 

 

 

La dimora dello sguardo, Fara editore, 2018

Pubblicazione del libro “La dimora dello sguardo” (Fara editore, aprile 2018)
raccolta poetica I classificata al concorso narrapoetando

 

http://www.faraeditore.it/vademecum/12-Dimorasguardo.html

 

Note critiche dei giurati:

Eccellente esercizio poetico che riflette sulla possibilità della parola di farsi scena – e quindi luogo, e quindi dimora – di uno sguardo che è più mano tesa alla ricerca di un contatto che distanza insuperabile. Esercizio corporale e umilissimo contro la pretesa della poesia di rendere presente l’assente
a tutti i costi.
(Michele Bordoni)

Una raccolta che s’interroga sulla parola e sullo sguardo, su quei luoghi della memoria che “si spostano dentro di noi”. Ne “L’indolenza dei contorni” ho trovato forse una chiave di lettura di queste poesie: un vagare nel Tempo senza “smarrire il mondo”.
(Giovanna Iorio)

Protagonista di questa raccolta è il mondo accolto come un luogo in cui mettere alla prova la propria etica, in un gioco continuo di adulti che possa – rinfrancato dal ricordo di una voce senza significato, voce materna, voce narrante – ritrovare i contorni alle cose. Se il mondo è prima di tutto luogo del gioco e della fiaba, dovere del poeta è riportare l’attenzione sulle cornici
che sono, come le parole della poesia, sostegno ad ogni altra cosa, che sia nuvola, ricordo, sentiero o pianto. Il confine è la misura dello sguardo del poeta che accoglie la desolata meraviglia che sempre accade per un passaggio sbagliato di palla.
(Alberto Trentin)

La Forma, come collocazione di sé, soggetto, nel paesaggio complessivo. I luoghi con la loro realtà piena e oggettiva. Lo sguardo, che “attraverso una crepa si fa largo” diviene una chiave possibile per decifrarli e collocarsi. Una frontiera, confine, di cui la Parola “sgretola fragoroso il silenzio”.
In questi versi rinveniamo l’origine della Poesia intesa come lingua nuova capace di attraversare le percezioni. Il verso è sempre attento al rapporto suono/senso, di essenziale economia espressiva, portando un
ordine armonico nella scrittura.
(Valeria Raimondi)

 

Segnalazione libraria di Gian Ruggero Manzoni (14/05/2018)

– LA DIMORA DELLO SGUARDO di Giancarlo Stoccoro, Fara Editore. Stoccoro, da buon psichiatra, in questa sua raccolta poetica (Opera Prima Classificata al concorso “narrapoetando” 2018) a mio avviso tenta di catturare, attraverso la ricostruzione di uno scenario che pare non veda alcuna soluzione di continuità nella storia del nostro esserci, un movimento che infine possa condurci a una meta; quel fugace andare, dovuto a un’irrevocabilità dell’istante, che tanto assillò anche un grande come fu Rilke. Stoccoro sa che quel lampo non si lascerà mai catturare da un pensiero discorsivo, bensì, forse, da un dire che sia capace di intenderne la transitorietà, come autentico perdurare; da una voce che sia in grado, insomma, di porsi come luogo utopico, fra un mondo che svanisce e un mondo che, dalle sue maglie disannodate, poi riesce a riprodursi e a rinascere. La sua, quindi, non è poesia didascalica, poesia composta, bensì canto emesso al fine di immobilizzare un quid che pare impossibile da fermarsi, pena la sua riduzione a scoria morta o a fantasma esistenziale, quando appunto si cade (come nell’oggi) nel baratro in cui tutto il pensabile pare sia già stato pensato e che, nell’oltre, non si annidi più alcunché. In questo senso, grazie alla sua forza, la scrittura di Stoccoro lascia emergere da un fondo oscuro un barbaglio che, via via, diviene emanazione sempre più evidente, in particolare quando il linguaggio, inteso come sguardo totale e divorante, scarta l’abbellimento o la decorazione per divenire carne e sangue.

 

La recensione di Vincenzo D’Alessio :
https://farapoesia.blogspot.com/2018/07/il-solco-dove-lo-sguardo-rimanda-il-suo.html

La raccolta di versi che reca il titolo: La dimora dello sguardo, del poeta Giancarlo Stoccoro, è risultata vincitrice del Concorso nazionale Narrapoetando 2018, indetto annualmente dalla Casa Editrice Fara di Rimini.
In questa occasione è utile ricordare i nomi dei Giurati che hanno votato la raccolta di cui parliamo: Michele Bordoni, Giovanna Iorio, Alberto Trentin e Valeria Raimondi. Ognuno di essi si è fatto carico di analizzare forma, contenuti, attualità e permanenza nel tempo dei testi inseriti nella raccolta, a seconda della propria sensibilità critica.
Il pensiero critico di Valeria Raimondi l’ho sentito più vicino al mio, nella lettura della raccolta di Stoccoro, dove scrive: “La Forma, come collocazione di sé, soggetto, nel paesaggio complessivo. (…) Poesia intesa come lingua nuova capace di attraversare le percezioni.” (pag. 8).
La dimora raccontata in versi dal Nostro ha richiamato alla mente La casa dei doganieri del Nobel Montale dove i versi recitano: “Tu non ricordi la casa dei doganieri / (…) in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri / e vi sostò irrequieto.”
Nei versi la parola “luoghi” compare in tutta la raccolta a indicare il solco dove lo sguardo rimanda il suo percorso, il nostro percorso esistenziale, il “destino di anime di pianura”, guidate dallo sguardo interiore impercettibile agli occhi degli uomini.
L’altrove che descrive il Nostro somiglia molto al “luogo” cantato dal poeta romantico Friedrich Hölderlin: il perturbante, l’impenetrabile.
Ritroviamo in questi versi il senso: “(…) Fosse facile stringersi / l’ombra addosso / ignorare l’alba / davanti a sé” (pag. 16).
La poesia di Stoccoro può considerarsi essenziale e romantica al tempo stesso: nuova per la ricerca che prende l’abbrivo dalla lezione del Novecento sulla scarnificazione della “parola”; romantica per il ricorso al “nome” delle persone, dei luoghi, degli oggetti, fonti dell’ispirazione espressiva: “Abitare la frase / consentendo alla parola / di consumare l’oggetto / fino a custodirne l’ombra / al di là del giorno” (pag. 77: L’indolenza dei contorni).
Lo sguardo poetico è alla ricerca della sua dimora.
L’invito rivolto al lettore è di condivisione nell’intraprendere il viaggio che porta al completamento di noi stessi: “Ho scritto tanto / per non lasciare / senza immagini / il desiderio” (pag. 64).
Vorrei congiungere i versi della raccolta La dimora dello sguardo ai versi della raccolta del poeta Luigi Fontanella: Ceres (Caramanica Editore 1996), dove l’epigrafe recita: “Difficilmente il suo luogo / abbandona ciò che abita vicino all’origine.” (Hölderlin): “Vorrei toccare una poesia / che solo sta tersa e leggera / (…) unica cosa casa di vetro / illuminata dal giorno / che si sposti volando / su ogni anfratto del mondo. / Vorrei che il verso diventi universo / e che ogni cosa ritrovi il suo posto.”

La recensione di Lucia Papaleo:

https://farapoesia.blogspot.com/2019/02/raccontami-cio-che-sai-la-poesia-di.html?q=lucia+papaleo

Aspettando Prove di arrendevolezza di Giancarlo Stoccoro, in imminente uscita per Oèdipus, riassaporiamo La dimora dello sguardo, penultima raccolta di questo poeta e psichiatra milanese che fa della poesia uno strumento infallibile di vita, di cura, di relazioni e di conoscenza.
Egli ama dire che “le parole della poesia non dovrebbero mai essere troppo ospitali”, che la poesia dovrebbe “accogliere qualche domanda ma non rispondere a tutte”, e lascia trasparire quanto osmotico e sottile sia il confine tra poesia e mente, tra dimora e aria.
Nella Dimora si scorge la struttura portante di ogni altro suo scritto, sia precedente che successivo; i temi che lo appassionano e che tende a sempre a sviluppare, a perfezionare, frutto di instancabile osservazione del contesto che lo circonda; la sua tendenza a stabilire legami con ogni cosa che popola i suoi dintorni. I suoi temi sono luoghi, assenze, alberi, distanze.
Raccontami ciò che sai… ed è subito dialogo tra il poeta e il suo lettore; tra il poeta che non è il detentore della musa, che piuttosto gli viene incontro da fuori, dal lettore che racconta e legge ed è la stessa cosa.
Stoccoro va al di là della scrittura, legge chi lo legge. È dei poeti migliori questa capacità ed è raro imbattervisi. Si resta impigliati nelle sue poesie perché lui ti chiama per nome e tu resti.
Allo scrittore accade di lasciare l’opera a metà, in preda al solipsismo della sua scrittura, finché non arriva il tassello che la completa. E il tassello mancate è il lettore, con la sua personale traduzione.
È questo il dialogo a cui mira Giancarlo Stoccoro, e che arriva quando vuole; l’autore non può farci niente, può solo aspettare e scrutare. Lui è la dimora, lui il fortino da cui parte lo sguardo amorevole che avvince.
Si può anche immaginare che i versi siano scaturiti da eventi molto personali, da amori iniziati e interrotti – meglio se sul più bello – in modo che possa essere il bello la materia da stendere sui fogli.
E se chi entra in possesso di quei fogli si dimentica del poeta e vede scorrergli davanti la vita – la propria o una vita inventata – allora è poesia semplice come il tempo che si stende sulla pelle e sulle cose, che annulla la distanza (parola ricorrente, forse per prudenza e scaramanzia, per non farsi catturare e troppo irretire, per riuscire a mantenere quella giusta).
Si inizia a leggere ostentando distanze, sicuri che non si resterà contaminati, che non si crederà alle ingenuità di un poeta… e invece ci si entra fino al collo, specie se la lettura conduce nei luoghi (altro topos ricorrente) che interrogano ciascuno ad ogni istante, (ogni luogo che raggiungo è un confine/che non smette di interrogare il mondo).
La poesia ci insegue, e noi ci lasciamo raggiungere, prendiamo dimora in ogni immagine, in ogni verso. Parole ci chiamano/assecondano la nostra voce/sembrano portarla chissà dove.
Sono testi brevi, non se ne perde il filo, non ci si perde tra le righe; vi si entra per poi rimanere nel loro senso profondo e semplice. Si rimane dentro la stessa ansia, lo stesso stupore, lo stesso desiderio. A volte m’accorgo in nota/che ti tengo addosso/con un’approssimazione che fa male
La frontiera labile dell’abbraccio/quel taglio obliquo/impegnato a scoperchiare il mondo. Versi che si nutrono anche di visioni oniriche, considerata la passione e l’interesse scientifico dell’Autore per il sogno. Il più intimo atto dell’individuo, il più solitario, diventa legame tra individui; raccontare un sogno crea un confine, una pelle, che ingloba le persone più diverse che si trovano nello stesso spazio-tempo-compito scoprendo che il sogno è uno solo, che ognuno declina con immagini diverse e proprie, basta solo condividere uno stesso evento che genera emozioni.
La dimora dello sguardo – dentro cui si stabiliscono Lettore ed Autore – diventa il setting di un gioco tra sogno e poesia. Ed ecco la realtà/trasloca/alla fine di un giorno/che ci ha ospitato come tanti altri.
Mantova 3 febbraio 2019 Lucia Papaleo

è finalista al Premio Guido Gozzano 2018 e al Premio Internazionale Città di Como 2018

Ha vinto il secondo posto per la poesia inedita al Premio Internazionale Energia per la vita 2018
http://energiaperlavita.weebly.com/verbale-2018.html#

Ieri a Rho la premiazione del concorso “Energia per la vita”.Ringrazio la giuria tutta e in particolare Laura Maria Gabrielleschi e Alessandro Quasimodo che ha letto la poesia.Felice di aver incontrato Franco Buffoni, Piero Marelli, Alessandra Corbetta, Ivan Fedeli, Raffaele Floris, Fabrizio Bregoli e i poeti tutti, che ancora non conoscevo.Un grazie particolare a Rita Iacomino.

Pubblicato da ladimoradellosguardo.it su Domenica 11 novembre 2018

è tra i libri di poesia selezionati al Premio Bologna in lettere 2019:

Premio Bologna in Lettere 2019 – Sezione A (Opere edite)

e finalista al Premio Alda Merini di Brunate 2019:

https://farapoesia.blogspot.com/2019/02/la-dimora-dello-sguardo-finalista-al.html?fbclid=IwAR2JG2z_UmtSKRpceh_89yd0_pawlE5AejkJv0Bl3E35snv8ijpn6N09qTU

 

Alcune poesie tratte dalla silloge

 

Per quanto stia fermo
lo sguardo dà impronta di sé
quando sorride e allarga il braccio
accarezza le montagne e confonde
il nostro destino di anime di pianura

————–

I luoghi comuni le serate senza dedica
un quadro di Hopper sulla parete bianca

Se solo abbandoni le tracce
scopri lo sguardo notturno del cielo
mentre la vita danza nella stanza accesa

Una lenta processione di alberi
carichi d’ombra
ammicca davanti alla finestra

Ti fai ramo per una foglia
che sola corre via

————–

I luoghi si spostano dentro di noi
nemmeno concedono un’ora di tregua
per quanto tu fugga gli appetiti del mondo

Qui adesso rimane carne di contrabbando
e la luna che rovina ignara sugli occhi

————–

Consentire alla notte di dubitare ancora
strappando qualche sillaba alle frasi fatte

Sdraiarsi mollemente quando l’orizzonte
sembra nascondersi dietro l’ultima curva

Non smettere mai di scrivere con ignota
destinazione e più smisurata abnegazione