PIERINO PORCOSPINO E L’ANALISTA SELVAGGIO

 

 

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Pubblicazione del libro ‘PIERINO PORCOSPINO E L’ANALISTA SELVAGGIO’ a cura di G. Stoccoro

 

Introduzione   (pp.7-20)

 

 Oh Hoffmann, tu, il più saggio tra i saggi, gli uomini credono che tu abbia fatto un libro di favole per bambini e invece hai illustrato e composto il Cantico dei Cantici dell’inconscio per adulti. Groddeck [i]

Dovunque possiamo trovare simboli. È importante che le cose non siano chiuse in se stesse, che il mare sia soltanto il mare ma anche la madre, che la chiesa non sia soltanto la chiesa ma anche la madre, che i pensieri sull’eternità siano la madre. Il mondo è pieno di simboli. (…) I miti istruiscono sui più profondi sentimenti dell’uomo e si fanno intendere a patto che noi riusciamo a coglierne la valenza simbolica. Groddeck [ii]

 

Non sorprenderà, forse, il profondo conoscitore dell’opera groddeckiana la pubblicazione, finalmente anche in lingua italiana, delle conferenze su Pierino Porcospino, le cui illustrazioni troneggiano da sempre indisturbate in bella vista sulla copertina delle varie edizioni de Il libro e de Il linguaggio dell’Es, oltre che della prima biografia dell’analista selvaggio.


Affascinato e rapito dal libro illustrato dello psichiatra Heinrich Hoffmann, ai tempi già un bestseller da ben mezzo secolo, il Nostro ne fece oggetto di conferenze  per oltre un decennio, dal 1918 al 1930, anni di massima notorietà sia per la produzione letteraria che per il rapporto con Freud e Ferenczi, di cui restano le mirabili corrispondenze.
Eppure queste conferenze, finché visse, non trovarono accoglienza sulla carta stampata.
Freud, che si era occupato dell’argomento nelle Lezioni di introduzione alla psicoanalisi  riferendosi alla storia del ‘Succhia pollici’ come esempio di minaccia di castrazione[iii], non pubblicò sulla rivista “Imago” la conferenza di Baden Baden del 1918, che Groddeck gli aveva offerto.
Anche quella del 1927, quarta e ultima della serie di conferenze berlinesi “Quattro trattati di psicoanalisi”, dopo la trilogia “Anello dei Nibelunghi, Peer Gynt, Faust”, <<quasi come un gioco satirico>> (così scrive Egenolf Roeder Von Diersburg[iv]) giunse troppo tardi e non trovò spazio su “Die Arche”, come viceversa le tre precedenti, perché nel frattempo questa rivista fondata e diretta da Groddeck dal 1925 era stata chiusa.
Non ebbe maggior fortuna la conferenza di Dresda del 1930, di cui si interessò la casa editrice di Francoforte Rurren e Loening, che stampò Pierino Porcospino e alla quale fu proposta.
Certamente, come scrisse Groddeck all’editore,  << la conferenza trascritta può spiegare abbastanza bene il motivo del successo di Pierino Porcospino (…) indubbiamente si parla di cose che non rispondono al gusto di tutti>>.
Lo stesso Pierino Porcospino quando uscì nel 1845 fu un successo inaspettato, che diede avvio a una serie ininterrotta di riedizioni fino alla definitiva (la 28ª del 1859) a cui  seguirono, e ancora seguono, continue ristampe oltre a imitazioni e parodie.  Storielle morali, nate nel mondo perbene e perbenista della società Biedermeier, le dieci filastrocche dal titolo Der Struwwelpeter (Pierino testa arruffata, cappellone) avevano sì un intento pedagogico, contenendo un decalogo di insegnamenti (abbi cura del tuo corpo, non succhiarti il pollice, mangia sempre ciò che si trova sul piatto, non fare il birichino a tavola, sii sempre prudente, ecc.) ma dovevano soprattutto divertire. Dalla sua prima apparizione a tutt’oggi, il libro non smette di dividere <<i tedeschi tra coloro che l’hanno preso come un biberon e quelli che l’hanno rifiutato come gli spinaci e ancora sono irritati per la crudezza del suo contenuto>>[vi].  Indignarsi e confinare le punizioni draconiane, cui sono sottoposti i personaggi, alla pedagogia repressiva dell’epoca serve a poco. Nonostante tutte le critiche di tipo psicologico e pedagogico, Der Struwwelpeter è stato uno dei libri per bambini di maggior successo. Divulgato ben presto in tutto il mondo, arrivò in Italia  nella traduzione di Gaetano Negri col titolo di Pierino Porcospino nel 1882 e da allora è sempre in catalogo presso l’editore Hoepli.


Pierino Porcospino è immortale. Lo sanno tutti. Ma nessuno sa perché … un prodotto indiscutibilmente dilettantesco diventa un classico>>[vii].  Se i bambini dell’epoca potevano rispecchiarsi nelle bravate più o meno efferate dei personaggi delle filastrocche, non risulta convincente la tesi che <<il mondo di oggi continua forse ad amarlo come immagine nostalgica di una società patriarcale perduta.
Tutt’altro che relegato al mondo dell’infanzia, il Porcospino, brutto, sporco e cattivo, anarchico e sessantottino ante litteram, divenne un’icona per la stampa degli adulti con numerose parodie e caricature di carattere politico e sociale: dal Pierino Porcospino politico: un tentativo di unità tedesca del 1849 all’Anti Pierino Porcospino del 1998 con in copertina Helmuth Kohl e Gerard Schroeder.
Proprio <<i numerosi imitatori hanno fatto diventare il Pierino Porcospino originario un sinonimo di pedagogia insensibile alle esigenze del bambino attraverso il diffuso sadismo derisorio delle loro  porcospinate (Struwwelpeteriaden) spudorate e grossolane>>[ix].
A onor del vero si tentò pure di convertire il Pierino Porcospino, pentito delle sue malefatte, nel Struwwelpeter’s Reue und Bekehrung. Pubblicato nel 1851, ebbe un certo successo ed è stato anche tradotto in italiano col titolo “Pentimento e conversione di Pierino Porcospino[x], ma il personaggio, ripulito e pettinato, ubbidiente e coscienzioso, non esercita certo l’interesse del caparbio originale scavezzacollo.


Quale fascino irresistibile si nasconde dunque dietro l’opera immortale di Hoffmann?
<<Che cos’ha di particolare questa storia?>>, egli stesso rispose un anno prima di morire, a quasi cinquant’anni dalla prima edizione del suo libro nel 1892: <<A quel tempo, del tutto casualmente trovai un semino insignificante, lo misi nel terreno in modo del tutto innocente; con il tempo è cresciuto, è diventato un albero e, dopo la fioritura, continua a dare frutti.
Si ricorda che il manoscritto originario venne alla luce come regalo di Natale per il figlio Carl di tre anni e mezzo, dopo la vana ricerca di un libro adatto nelle librerie dell’epoca. Il medico, e più tardi psichiatra, Heinrich Hoffmann, esperto anche di bambini disadattati, ribelli e vittime di traumi precoci, sapeva bene che: <<Il bambino impara semplicemente solo attraverso gli occhi e comprende solo quello che vede. Non sa cosa farsene dei divieti e delle imposizioni morali. L’avvertimento: Non sporcarti! Non toccare i fiammiferi! Ubbidisci! Tutte queste sono parole vuote per il bambino. Ma l’illustrazione dell’insudiciarsi, del vestito che va a fuoco, dell’imprudente che si ferisce, il solo guardare spiega e insegna>> (scrisse lo psichiatra nella lettera della redazione del Gartenlaube nel 1893[xii]).
Le filastrocche, come le fiabe, offrono basi ideali per la proiezione e per questo alcune storie sono più coinvolgenti di altre ma quelle di Hoffmann sembrano non avere uguali. L’autore distrae e diverte i piccoli lettori con immagini tratteggiate velocemente a penna e poi colorate con l’acquarello, senza pretesa artistica, ma incisive come i versi che associa per descriverle. Le rime essenziali, taglienti, facili da ricordare, restano impresse indelebilmente già  dopo due o tre letture. Dei dieci eroi, solo quattro finiscono veramente male, per alcuni la punizione sarà esemplare, altri riusciranno a cavarsela con poco o  addirittura provocheranno più invidia che paura, come nel caso dell’ultima filastrocca del libro, in cui Roberto, sfidando il vento con l’ombrello aperto, vola coraggiosamente verso paesi lontani.
Malgrado siano possibili diversi piani di lettura, sorprende il riscontro, anche nei commenti presenti nelle pubblicazioni più recenti del libro, che il suo fascino stia da sempre nella <<consapevole ingenuità sia nella parola che nell’immagine>>[xiii].  Nell’esaminare le singole filastrocche un commentatore scrive: <<la paura vera, quella che ti lascia sveglio di notte al buio quando la mamma spegne la lucerna, sta in agguato nella storia del povero “Daumenlutscher”, (Corrado succhia pollici). Perché una punizione così atroce per una così piccola colpa? Che male c’è, in fondo, a succhiarsi i pollici? Perché c’è tanto odio negli occhi del sartore, tanta voluttà nel suo volto mefistofelico mentre tronca i pollici del povero Corrado? Forse in questa breve ma intensa nota di orrore sta uno dei segreti del libro. Questa è la storia che tutti ricordano meglio, perché l’orrore ha un suo fascino perverso ma irresistibile>>[xiv].  Interrogativi pertinenti, che potrebbero togliere il velo alla presunta “innocenza” e “consapevolezza” della storiella, per riprendere e approfondire l’interpretazione freudiana della comprensione dei complessi, sessuali e non, dell’infanzia presenti nell’opera.
La letteratura su Pierino Porcospino si soffermerà nel corso degli anni piuttosto sulla più rassicurante identificazione, nelle varie storie, di comportamenti riconducibili a disturbi della classificazione internazionale delle malattie mentali (attualmente l’ICD10),  tra i quali l’ anoressia nervosa, il disturbo della condotta e comportamento antisociale, il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività,  oltre alla piromania e ad altre condotte devianti. In particolare, “La storia di Filippo che si dondola” rappresenterebbe la prima descrizione dei sintomi del disturbo da deficit dell’attenzione dell’infanzia (F90), chiamato infatti in Germania anche “la sindrome di Filippo che si dondola” (Zappelphilipp-Syndrom),  “la storia del cattivo Federigo” il disturbo della condotta (F91), “il succhia pollici” il disturbo del funzionamento sociale (F94.1).
Anche la singolare biografia del suo autore, psichiatra riformatore che eliminerà camicie di forza, letti di contenzione  nel suo ospedale soprannominato “Campo della roccia della scimmia” e dove più tardi lavorerà Alois Alzheimer, attratto dall’innovativo ambiente curativo e non più repressivo, si è ben prestata a una rilettura del suo più celebre lavoro.  Heinrich Hoffmann, ricordato tutt’altro che come rigido pedagogo, quanto appunto democratico innovatore, <<tollerante nei confronti dei propri errori>> e <<ancor di più delle mancanze degli altri>>[xvi]  appartiene senz’altro alla schiera dei guaritori feriti: orfano di madre a sei mesi, rimase per tre anni senza una figura femminile di riferimento e, quando il padre si risposò, fu da lui costretto ad accogliere in casa la matrigna <<salutandola ‘buon giorno mamma’>>[xvii]. Secondo Anita Eckstaedt ( che nel 1998 ha pubblicato una monografia, Il Pierino Porcospino. Poesia e interpretazione. Uno studio psicoanalitico[xviii]) questo lutto precoce e represso verrà tradotto creativamente nei personaggi del Pierino Porcospino che svolgeranno la funzione di capro espiatorio: immagini al negativo del bambino che fu.
In anni meno recenti sono stati pubblicati altri saggi sia d’interpretazione psicoanalitica che  pedagogici, che hanno però sempre tralasciato o citato solo marginalmente le interpretazioni groddeckiane.  Wolfram Ellwanger[xix] ha analizzato  “Filippo che dondola”, <<storia etico- realistica (…) su un <<conflitto irrisolto della fase orale nell’area della nevrosi infantile>> e  il “Fiero cacciatore”, <<una storia fantastica senza morale di un conflitto fallico irrisolto scritta nella lingua delle fiabe>>: entrambe sarebbero <<rappresentazioni dei conflitti padre-figlio sul terreno delle fasi precoci dello sviluppo sessuale>>.
A Helmut Siefert, medico, professore di storia della medicina e psicoterapeuta, si deve oltre al recupero e alla curatela per la Groddeck Gesellschaft di tutti gli scritti sulla letteratura e l’arte di Georg Groddeck, anche un interessante studio su Pierino Porcospino e le conferenze groddeckiane a esso dedicate.  Dando voce all’analista selvaggio, riprende la sua ricetta: leggere dentro i manuali già esistenti, invece di scriverne di nuovi.  E <<questo libro eterno>>, cioè il Pierino Porcospino <<è il manuale più importante per l’inconscio>>[xx], le sue storielle, <<storielle archetipiche>>[xxi].
Siefert, tra le varie filastrocche, approfondisce in particolare quella di Paolinetta e “La tristissima storia degli zolfanelli”. Egli ricorda che l’ambivalenza del fuoco, elemento sì vitale e cantato da Francesco d’Assisi come “fratello foco”, ma anche distruttivo, tanto che con un incendio può distruggere un intero quartiere, è il retroscena reale di questa storia pedagogica. Gli zolfanelli, come venivano chiamati  una volta i fiammiferi, erano stati inoltre appena introdotti grazie al contributo di un fisico e chimico, Rudolf Christian Boettger, conoscente di Hoffmann. Viene quindi citata l’esperienza negativa con il fuoco, vissuta dallo stesso Hoffmann da piccolo: <<stavo imparando a camminare, andai a tentoni verso la stufa rovente e la toccai di buon cuore con entrambe le mani, bruciandomi in modo così terribile che la pelle bruciata rimase attaccata alla superficie incandescente. Ancora adesso posso mostrare le tracce di questa tortura nel palmo della mano destra>>. Se per la psichiatria il comportamento dell’”appiccare il fuoco” (piromania) è inquadrabile nel “disturbo antisociale”, la psicoanalisi, che è una psicologia del profondo, cerca, continuando con le osservazioni di Siefert, di guardare “più nel profondo”, di guardare con precisione: Paolinetta nelle illustrazioni di Hoffmann non appare come una bambina ma come una ragazzina adolescente, in età puberale, una Paolina o una Paola. Osservando le tavole successive, nonostante l’incidente che mette in pericolo la sua vita, non cade nel panico, non sembra affliggersi, viceversa mostra, bruciando, un viso allegro, addirittura voglioso. Evidentemente, scrive Siefert, gode dell’azione proibita e delle sue conseguenze nefaste. Per Groddeck, come leggerete nelle sue conferenze, questa storia è <<il canto dell’onanismo della fanciulla>>, <<una forma poetica dell’atto di onanismo che porta a bruciarsi vivi>>.
Va qui ricordato che nell’Ottocento l’onanismo era considerato una patologia e ritenuto causa di malattie di varia natura e, come tale, combattuto energicamente. Solo con Freud, infatti, l’onanismo verrà considerato uno stadio normale dello sviluppo della sessualità infantile.

 

Groddeck non riunì in un unico lavoro le sue considerazioni su Pierino Porcospino, al centro delle conferenze qui raccolte, ma riuscì a inserirlo surrettiziamente in due capitoli de  Lo Scrutatore d’anime (del 1921), opera da Freud ancor più amata del celeberrimo Libro dell’Es,  e nel saggio La coazione a simbolizzare (del 1922). Il lavoro di Hoffmann, pur solo accennato in questi scritti, già emerge per l’importanza assoluta che gli viene attribuita. Nel romanzo psicoanalitico Groddeck, per voce del protagonista, il trickster Thomas Weltlein, nel capitolo dedicato a una “noiosa visita” al museo afferma: <<Un libro per bambini come il Pierino Porcospino vale dieci volte più di tutto questo museo messo insieme ed è mille volte più profondo di tutto il grande imbroglio di Rembrandt, e anche mille volte più importante. Dal Pierino Porcospino scaturisce un fiume di saggezza>>[xxii]. In un successivo, spassoso capitolo, “Il pazzo in veste di eroe”,  Thomas, <<con aria seria>>, a un interlocutore poco convinto dei <<suoi paradossi>>: <<Se le interessa davvero la questione del rapporto fra scienza e divinità, la soluzione la può trovare nel Pierino Porcospino>>[xxiii]. E, dopo essere stato incalzato al riguardo, finirà col rispondere: << In una di quelle storie[xxiv] un ragazzino arriva di corsa con la bandiera della scienza, un secondo con una palla, che è il globo terrestre, e un terzo con un cerchio, e quella è la matematica, e un quarto mostra trionfante una ciambellina salata, che serve da catena per il povero negretto, che è la fantasia. Come lei sa, il caldo rende fantastici e superstiziosi, il sole, la luce troppo forte rendono scuri di pelle. E per ultimo arriva il Babbo Natale, quello con la lunga barba bianca, noto come simbolo del Buon Dio, e caccia i ragazzini sapienti al loro posto, nel calamaio>>[xxv].
Ciò che interessa a Groddeck non è offrire <<una psicoanalisi dell’opera d’arte>>, bensì <<insegnare l’analisi dal testo letterario>>[xxvi], smascherando l’arrogante debolezza dell’io di fronte alle forze dell’inconscio.
Esaminando opere letterarie, dipinti come La creazione di Adamo di Michelangelo, il << più famoso dipinto del mondo>>[xxvii], la poesia Der Fischer di Goethe, ma anche leggende e fiabe popolari come Biancaneve e i sette nani dei fratelli Grimm, il Nostro sottolineerà  come gli autori siano stati, nel loro pensiero, o meglio nel loro atto creativo, tutt’altro che liberi, anzi guidati dall’inconscio. In quest’ottica non è tanto il valore in sé dell’opera d’arte a essere importante quanto la ricchezza dei  simboli in essa racchiusi, espressi dalle forze misteriose che controllano l’intenzione cosciente dell’artista, al quale non rimarrebbe che la libera configurazione della forma[xxviii].
E ciò varrebbe massimamente per Pierino Porcospino dove Hoffmann, in modo del tutto
inintenzionale,  avrebbe raggiunto la massima efficacia nell’espressione simbolica, innata nel poeta e affine a quella dei bambini nei primi anni di vita. Essi conoscono <<la doppia natura della vita>>, <<l’irrazionale dell’esistenza>>, l’ambivalenza che le dieci filastrocche, in grado diverso, possiedono.[xxix]
<<Tu, che sei grande, pensi in piccolo. Diventa un bambino>>[xxx] è un’esortazione che il Nostro rivolge costantemente ai suoi lettori e che ben esplicita nelle conferenze dove invita i presenti a riattraversare la propria biografia e a ritrovare  <<lo stato d’animo>> che avevano <<da bambini davanti a Pierino Porcospino>> ,  ripensandosi come erano allora. <<Non è certo difficile e il risultato di solito è molto vantaggioso>>.
Ma per fare questo bisogna abbandonare l’orizzonte razionale, l’immagine univoca dei grandi:
<< Per noi adulti, una sedia- apparentemente – è una sedia: ma per il bambino è anche molte altre cose diverse: una carrozza, una casa, un cane o un bambino. Per noi il rubinetto dell’acqua, è – apparentemente – un rubinetto dell’acqua, ma per il bambino è un essere che orina. L’adulto si sforza di rimuovere e nascondere il simbolismo, ma il bambino vede immediatamente i simboli, non può procedere che in modo chiaramente simbolico. E anche il bambino, come si può constatare se solo lo vogliamo, non introduce il simbolo nelle cose dall’esterno ma le percepisce, perché l’uomo, per sua costituzione, è portato a simbolizzare, perché l’uomo è un essere simbolizzante>>[xxxi].
E nel Libro dell’Es si può leggere: <<Se non diventate come questi bambini, non entrerete nel regno dei cieli. A venticinque anni si deve rinunciare a fare i grandi: fino a quell’età è necessario, perché dobbiamo crescere, ma dopo serve solo nella rara occasione dell’erezione. Rilassarsi, e non celare né a noi stessi né agli altri questo rilassamento, questa mollezza, questa tenera gracilità, ecco la cosa importante>>[xxxii].
Groddeck riconosce  all’essere umano solo due possibilità, diventare bambino o diventare infantile:
un essere <<estatico>> piuttosto che <<statico>>  (per dirla con Roger Lewinter in Groddeck e il regno millenario di Hieronymus Bosch)[xxxiii] che a me fa risuonare il concetto di ritorno del rimosso in contrapposizione alla rimozione definitiva del paziente malato di Alzheimer.
La terapia, praticata non solo a diretto contatto col paziente ma anche indirettamente attraverso le proprie opere e le conferenze, si baserebbe quindi sul riconciliare l’adulto con l’essere bambino, smascherare il travestimento dei grandi per ritornare al libero gioco della perversità polimorfa dell’infanzia.
Poco importa quindi se Groddeck <<non rende giustizia>>  a Hoffmann, come non fece con Goethe o con Michelangelo[xxxiv], perché vuole rendere ragione dell’inconscio delle loro opere, opere che <<come forse ogni azione>> hanno <<la propria vita, la propria anima>>[xxxv], e <<rendere visibile l’elemento umano generale>>[xxxvi].
Per questo egli ritrova gli elementi organici elementari (il sangue, l’urina, gli escrementi) ma anche il carattere naturale dell’essere (la bisessualità originaria, l’onanismo e l’omosessualità) inizialmente accolti e compresi come un dato di fatto nell’infanzia e poi regolati, rimossi, sfigurati dal processo educativo in elementi tabù di cui vergognarsi e da respingere a ogni costo nell’età adulta, tanto da diventare <<sorgente e principio  di tutte le malattie- nevrosi, attualizzazioni perverse, alienate, dell’essere>>[xxxvii].
Il “selvaggio” Es, infatti, rispetto a quello “civilizzato e borghese” di Freud non ammette che le sue “escrezioni” vengano rimosse, al più che vengano spostate nella loro espressione e questo è il compito della terapia groddeckiana: la rinuncia alla malattia, a volte unica possibile creazione dell’inconscio in quanto <<ritorno della biologia settica nella ideologia asettica, irruzione dell’organico elementare nello spazio sociale idealizzato, inodoro>>[xxxviii], a favore di una realizzazione non più mortifera  ma di <<riconciliazione con il corpo meraviglioso – sessuale- dell’infanzia>>[xxxix].
Le conferenze su Pierino Porcospino furono tenute da Groddeck davanti a una platea eterogenea,  popolare a Baden Baden e a Berlino, dove avrebbe avuto <<un successo come raramente capita>>[xl], di accademici a Dresda, dove invece suscitò reazioni contrastanti: da ilarità e rifiuto a coinvolgimento appassionato e autentica gioia[xli]. È probabile che anche adesso, a distanza di quasi cent’anni, i lettori si dividano allo stesso modo ma nessuno, come allora, resterà indifferente.
Il Nostro, che al suo ingresso nella società psicoanalitica (al congresso dell’Aia del 1920) si autodefinì <<uno psicoanalista selvaggio>> e che per tutta la vita non smise di presentarsi nelle vesti di buffone e bambino giocherellone e sognatore, non incarnò forse proprio uno dei  personaggi di Hoffmann?

Giancarlo Stoccoro

Bibliografia

A. Bode, “Zur Geschichte des Buches” in: Der Struwwelpeter, ArsEdition, München 1994.

S. Freud, “Lezione 23. Le vie per la formazione dei sintomi” in: Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino 1996, pag. 515-531.

G. Groddeck, Psychoanalytische Schriften zur Literatur und Kunst, a cura di H. Siefert, Fischer Taschenbuch Verlag, Frankfurt a.M. 1978

G. Groddeck, Conferenze psicoanalitiche, UTET, Torino 2005

G. Groddeck, Die Arche, Band III (1927), Stroemfeld/Roter Stern, Frankfurt 2001

G. Groddeck, Il libro dell’Es, Adelphi, Milano 1966

G. Groddeck, Il linguaggio dell’Es, Adelphi, Milano 1969

G. Groddeck, Lo scrutatore d’anime, Adelphi Edizioni, Milano 1976.

G. Groddeck, Questione di donna, TEA, Milano 1980.

H. Hoffmann, Pierino Porcospino, trad.it. di G. Negri, Hoepli, Milano 1985

R. Lewinter, Groddeck e il regno millenario di Hieronymus Bosch, La salamandra, Milano 1977

W. Martynkewicz, Georg Groddeck. Una vita, ed. ita. a cura di G. Stoccoro, Il Saggiatore, Milano 2005

H. Siefert “Georg Groddeck und der Struwwelpeter” in Wege zum Es, a cura di M. Giefer, O. Jägersberg, W.H. Krause, Verlag für Akademische Schriften, Bad Homburg 2010

S. Stocchi, Il porcospino ragionato, Longanesi, 1986.

 

NOTE:

[i] Groddeck, Die Arche III, 30.04.1927, p. 44.

[ii] Conferenza psicoanalitica del 23 agosto 1916, in Groddeck (2005), p. 9.

[iii] Freud (1996), pag. 524- 525.

[iv] Siefert in Groddeck (1978), p. 196.

[v] ibidem

[vi] In Bode 1994.

[vii] Von Matt in Siefert 2010, p.180.

[viii] Stocchi, p.16.

[ix] Bode (1994)

[x] In Stocchi

[xi] Siefert 2010, p.180.

[xii] Bode (1994)

[xiii] Ibidem.

[xiv] Stocchi, p.16.

[xv] Vedi www.ub.uni.frankfurt.de

[xvi] Vedi www.ub.uni.frankfurt.de

[xvii] Siefert (2010), pag. 184.

[xviii] Siefert (2010), pag. 184.

[xix] Siefert in Groddeck (1978), pag.197.

[xx] Groddeck ,. 2. Vortrag: Peer Gynt  in: Die Arche, 30.11.1927, pag. 16.

[xxi] Siefert (2010), pag. 185.

[xxii] Groddeck (scrutatore, pag. 257-258)

[xxiii] ibidem, pag. 308.

[xxiv] Si riferisce qui alla “Storia del moretto” (n.d.c.).

[xxv] ibidem, pag. 309.

[xxvi] Robert Fliess, “Der psychoanalytische Struwwelpeter”. In: Vossische Zeitung, Berlin, Nr. 565 del 30.11.1927 in: Siefert (2010), pag. 185.

[xxvii] Groddeck (1969), pag. 63.

[xxviii] Cfr. “La coazione a simbolizzare”  in Groddeck (1969), pagg. 52-71.

[xxix] Siefert in Groddeck (1978), pag. 211

[xxx] Groddeck (1980), pag. 72.

[xxxi] Groddeck (1969), pag. 71.

[xxxii] Groddeck (1966), pag. 332.

[xxxiii] Lewinter, pag. 40.

[xxxiv] Martynkewicz, pag. 322.

[xxxv] Groddeck (1969), pag. 59.

[xxxvi] Martynkewicz, pag. 323.

[xxxvii] Lewinter, pag. 41.

[xxxviii] ibidem, pag. 44.

[xxxix] ibidem, pag. 46.

[xl] Siefert in Groddeck (1978), p. 197.

[xli] Martynkewicz, pag. 322.

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https://it.wikipedia.org/wiki/Heinrich_Hoffmann

https://it.wikipedia.org/wiki/Georg_Groddeck

 

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