Prove di arrendevolezza

 

Le prime presentazioni:

Due testi tratti dalla raccolta

Nel bosco gli alberi stanno stretti
insieme sostengono l’ombra
quando pesa troppo

 

L’universo degli sguardi
ha colori gentili domande
senza trucco tempi uniti
ai margini dove le assenze
generose si raccontano

Anche questo tuffarsi
sospesi nell’erba già alta
salva il respiro prima del buio

Il latte della poesia

I poeti sanno bene come tutto cominci con il Sogno, con la Musa, con lo Spirito Santo (Luis Borges) e quanto sia necessario restare fedeli all’immaginazione per non tradire la propria opera.
Con la scoperta dell’inconscio, all’inizio del Novecento, essi diventano <<sublimizzatori di professione>> (Saba, Lettere sulla psicoanalisi), gli unici, forse, in grado di trasformare le fredde e ripugnanti fantasie di tutti in opere d’arte… (incipit)
(…)

Il lavoro dei poeti e quello attuale con i sogni (modello bioniano di onirizzazione del lavoro analitico) e non più sui sogni (basato strettamente sul lavoro di interpretazione del materiale onirico portato dall’analizzando) sembrano trovare molte consonanze.
La rêverie rimanda da un lato a una dimensione antropologica universale, dall’altro a una forma propria di esperienza strettamente connessa al “fare poesia”: ogni pensiero inizia con essa (Alain), ogni parola nuova ci raggiunge prima dei concetti ai quali viene associata. La poesia precede sempre la prosa, ricorda la storia dell’umanità che si rinnova nell’infanzia dell’uomo (Maria Zambrano). (Finale)

Il Sublime II^

Poesia vincitrice della sezione B (Insieme di poesie)

La notte che finì mio padre
offrì al mondo un concime
e a me una parola accesa
dopo tanto sillabare muto
la poesia è lezione di solitudine
un immenso rogo per l’assenza

Poesia II premio sezione F (Sublime in ombra)

Sono i luoghi al tramonto
quelli che tessono la tela più morbida
per accogliere la notte fanciulla
a chiedere di salvare gli sguardi
accordare a ciascuno un nome
insistere sul ricamo della memoria
prima di dirigere gli occhi
sulla terra che sprofonda

Nasce per poco l’abisso
se non trova lo sguardo
offre le ali

Poesia II premio sezione H (Poesia tematica)

Nei luoghi che cominciano subito
fai il verso agli uccelli

quando le muse avvertono la profondità del cielo
scendi errabondo a ogni passo
perché le cose si annunciano per la via

e sai cosa significa stare
aggrappato a un albero
così a lungo da veder crescere il ramo

Poesia partecipante alla sezione E (Sublime in luce)

C’è sempre un luogo che insiste
sui passi felici al chiaro di luna
quando manca l’abbraccio
accetta il monologo dei vivi
a ogni sillaba offre un attracco
nel porto sicuro della meraviglia

Poesia partecipante alla sezione G (Sublime in ombra, insieme di poesie)

Avvicini l’inverno alla sua resa
ora per ora porti la forza di una gemma
lungo il viale gli alberi cacciano il cielo

Tieni le finestre aperte la geometria del sole
scopre gli angoli della tua stanza
illumina il corpo stretto in un abbraccio

Guglielmo Aprile


In principio è già la fine, l’orologio a sabbia rimanda a un tempo ultimo. Eppure ogni testo porta immagini vivissime. Si voltano le pagine dei libri di Guglielmo Aprile come si gira la clessidra. E’ sempre il gesto che salva, anche quando il pensiero febbricitante sembra sprofondare nel buio certo. D’altra parte la poesia è questione d’abisso come ricordava Paul Celan nei suoi “Microliti”. In Aprile non sono mai concrezioni solide, quanto incubi ricorrenti che mutano continuamente forma e sguardo: incalzano il lettore, lo sfidano a seguirlo, a perdersi con lui. E noi non resteremo a guardare.

Giancarlo Stoccoro

 

Tre poesie di Guglielmo Aprile

 

Prognosi

Conosco il destino delle auto incidentate,
mi smantelleranno
Pezzo per pezzo, i beni in ipoteca
si svalutano, o si danno alla Caritas;


rifiuterò le cure palliative,
la chimica farà valere i suoi diritti:
presto avrà fine questa serie di oneri
così sterile,
digitare il codice di accesso,
orientare lo stendibiancheria
verso nord al mattino,
andare ad urinare ogni tre ore.

(Il talento dell’equilibrista, p.15)

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Non lo puoi mettere a tacere,
lo strepito degli schiavi ammassati giù nelle stive;
puoi solo confonderlo con il rumore più ampio
che culla le onde al largo:
è bello ma è anche pauroso,
è la carezza dell’oceano
sulla carena delle grandi navi.

(L’assedio di Famagosta, p. 106)

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Si masturbano, infaticabilmente,
su combattimenti fra gli scorpioni,
sui manuali di calligrafia,
sulle sinuosità di un posacenere
dalla forma di una pista di bowling,
su chi ha saputo per primo
chi ha vinto la gara condominiale di apnea,
su chi sia più capace di agghindare i propri giorni
fino a farli simili a frasi fatte o a battute offensive
su chi abbia nell’ultimo semestre fatto più soldi grazie al lenocinio,


e hanno dimenticato cosa è un albero,
e rifiutano da anni di dormire,
e non sanno che farsene
se il vento colma un otre dei suoni
e degli odori della campagna e lo offre loro in dono,
e hanno paura di correre nudi per la strada
all’abbraccio della pioggia,
ma reggono una sigaretta furba tra indice e medio,
atteggiandosi a quelli che hanno capito come si fa a vivere.

(I masticatori di stagnola, p.77)

Nota critica di Adriana Gloria Marigo a “I masticatori di stagnola” di Guglielmo Aprile, LietoColle, 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immagini e poesie

La posa degli occhi
fa strage di passi

Un taglio d’ombra nel bosco
dove la pietra dileggia lo sguardo
risparmia gli alberi
li tiene incollati al cielo

Apri finestre oltre il mio sguardo
accendi l’infinita vertigine
di chi ancora indietreggia
e non sa aggiungere quota all’aria

Immagini un perdurante inizio
sazi di promesse
chi è già colmo di divieti
e non sa prendere la misura del volo

Ecco le grandi parentesi del cielo
impreziosite da una curva sul mare
riparano nuvole le fanno bianche

 

 

Non sono tue le ombre
piegate dietro la porta
hai il privilegio di essere distante

L’assenza
ignora gli angoli bui


Chiudono portoni nel disegno urbano
salgono vogliose bocche
di stanza in stanza si muovono cieche
silenzi prima della luce affacciano

(?)
Saranno per noi gli alberi
come una croce
dopo l’abbraccio

Permane il colore della perdita
sul limite lontano attendo
il passaggio della nave

prima che la sera spenga i suoi fari
la riva sola stringe l’ombra


Come una radice
chiudo la cerimonia degli sguardi
il taglio del mare sulle labbra bianche
mentre il cielo sposa lacrime
a Milano tu insegui un tempo lento
per nutrire l’asfalto che ci tiene distanti

Disarciona lo sguardo
galleggiano tronchi
le radici attendono a riva

Stanotte cercherò un luogo
prossimo al perdono
ancelle degli occhi
mi benderanno
per troppa vertigine

La poesia anela a un approdo ma la lingua offre più spesso la consolazione di un porto sicuro dimenticando presto  il naufragio, condizione ineludibile del viaggio. Non resta allora che licenziare la parola conquistata tacendo. Altri naufragi sempre ci attendono.

(Esercizi di sopravvivenza, in: Consulente del buio, L’Erudita, 2017)

Cammino dentro il tuo sguardo
e un labirinto di infiniti addii
mi accoglie

Le parole consuete
costruiscono grattacieli
che a guardare giù
fanno venire le vertigini

(in: Consulente del buio, L’erudita, 2017)


Dove si baciano i mari
una lingua d’ombra
annulla la fatica urbana
di inseguire l’abbraccio

Stan guarendo le labbra
dalle sillabe mute
hanno trovato un approdo

I giorni che nascono da un addio
non hanno traguardo
riempiono le strade di abbracci
e rovistano nel buio chiuso degli angoli
tra parole raggomitolate e sciami
di silenzio sotto il cielo opaco
seguono la processione dei padri
e delle madri orfani dei loro figli
come certi alberi d’inverno
non vedono l’alba nei parchi
non si fanno raggiungere dal tramonto
lungo i viali vicino al mare

Accendi l’ombra
come lucciole
vedi le cicatrici danzare

Ogni luce in fuga
transita sillabe

Ci affidiamo al corpo
per ammirare un paesaggio
camminare scalzi sul pianerottolo

mentre passano i volti
le intime distanze
seguono la luce

e tu dispensi carezze
agli sconosciuti
ritrovi la forma acerba
del dono

Sguardi a riva
allagano la bocca
per catturare distanze
gettano reti d’ombra

Quando un giorno l’alba riesce a spuntarla
la terra si riempie di foreste e vasti laghi
inzuppa i fiocchi di nuvole nell’acqua bassa
e poi stiracchia le sue colline
con aghi di abete punzecchia felice il cielo

Si sono riempiti di addii
e ora fanno pace con gli occhi
non hanno bisogno del buio
per incontrare distanze senza confini

(da : “Forme d’ombra, alla chiara fonte editore, 2018)

Per quante labbra tu accenda
il bacio è piccolo
di fronte all’insolenza del mondo

(da: “Benché non si sappia entrambi che vivere”, alla chiara fonte editore, 2016)

Per quanto di giorno si vada
vagabondando in cerca di spazi
è il buio a renderli immensi

Ci affratella l’ombra
non il segno che cerca lo specchio
disarma lo sguardo


Vivi nel mercato dei sogni
esponi la tua innocenza
al belvedere del mondo

Mi sono incendiato di sguardi
dopo aver postato il desiderio
nel paradiso degli sfollati
ho abbandonato l’ultima edizione
del libro di Max Stirner
sulle panchine dei giardini
dove i critici militanti
passano le loro notti insonni

Non tutti i luoghi sanno partire
si legano al mondo
alle sue pazzie consuete
non sono querce dalle profonde radici
col fusto che spacca il cielo
e guarda lontano
si fermano in superficie
accolgono il passaggio dei carri in transito
le interminabili processioni dei corpi
con le anime già in volo
(da: Il negozio degli affetti, Gattomerlino/Superstripes, 2014)


Sostieni l’interrogazione
con parole che non conosci
Abbandona la mente
nel suo giardino ordinato
con i fiori tardivi e le foglie colorate
che fanno tanto inizio autunno
Raggiungi piuttosto i rovi oltre i campi
dove è già stato raccolto tutto
Fai incetta di silenzio

(da: Note di sguardo, Morellini editore, 2014)

Parole a mio nome
Mi occupo soprattutto delle pause, gli interrogativi quando stanno stretti in silenzio avrebbero bisogno di spazi ariosi, non certo di questa casa in ombra dal primo pomeriggio.
La luce filtra con le parole adagiate sul divano ed è già sera. Il tavolo accoglie la rinuncia, il pasto frugale, le frasi sottovuoto dosate col bilancino. Il mito si racconta sul canale della sette.
La memoria oggi ha un retrogusto amaro.
(da: Parole a mio nome, Il Convivio Editore, 2016)

Con il rigore dei giorni
lo stampo dei vivi
le parole tornano madri

conoscono la simmetria delle sillabe
l’immagine che scarta
l’abbraccio al suo primo addio

(da: “Prove di arrendevolezza, Oèdipus editore, in corso di pubblicazione)

Se consideri il giorno parte
essenziale del compimento
degli occhi navighi a vista
insegui il vezzo dello sguardo
Le mie parole vanno oltre il tuo nome
si accollano distanze
nemmeno ci provano a costruire ponti
han lasciato lenzuola sotto la pioggia
semi di granoturco ai piccioni
Non c’è traccia di te
seguendo le canzoni di De André

Ogni luogo che raggiungo
è un confine
che non smette di interrogare
il mondo
(da: “La dimora dello sguardo, Fara editore 2018)

Nelle pause d’autunno per strada
gli alberi rappresentano una minoranza
ormai solo infanzie senza radici
profili di ciclisti muti in fila
indiana è la traccia prima della salita

 

Se la vita ti dipinge a olio
ascolta i profeti delle labbra

Chi mendica parole sul tuo viso
insegue foglie in volo

È autunno
e gli alberi fanno doni

 

 

Mi ricordi la pioggia
quando graffia lo sguardo
Non è un mondo di muri
che segna la vita

Më kujton shiun
kur gërvisht vështrimin.
Nuk është bota e mureve
që shënon jetën.

(Traduzione di Sabina Darova)

Guadagni parole scalze
gli infiniti sentieri
di chi offre una meta
e subito arretra

Sto con cento foglie
e gli scarabocchi
di chi mi ha lasciato bambino

Sei dentro la liturgia del colore
le parole si stringono alle cornici
mutano la forma dello sguardo

La finestra sul cortile
ospita il bianco che pulsa
uno dei tanti cuori della luna

Ti ndodhesh brenda liturgjisë së ngjyrave,
ndërsa fjalët kapen fort pas kornizave
që mënyrën e shikimit e ndryshojnë

Dritarja drejtuar nga oborri
e mikpret bardhësinë që pulson,
është njëra prej zemrave të panumërta
të hënës…

@ Arjan Kallço

Esco dal campo fragile del colore
stanco di officiare lo sguardo con la luce
mi faccio concime per i sogni

Hai congedato gli alberi
con radici sedotte dalla luce
e il fusto allampanato
a sostenere il cielo
Ne faremo legna da ardere
dicevi ma era già un tempo
immobile per sempre
 
Sono dietro quell’anta che batte contro
anche dopo la pioggia
anche dopo che tutti siete andati via
e non mi basta essere rimasto solo

Mendico il tuo nome
un muro d’ombre
tracce inchiodate per la vita

anche dove getta vento
non c’è luogo
che rispetti l’assenza

 

Segnali di resa
non parole senza luogo
incondizionata resa
negli sguardi facili
negli orizzonti gentili
che camuffano distanze

A novembre gli alberi
resteranno nudi
fino a tardi

(da : “La disciplina degli alberi”, silloge di prossima pubblicazione, vincitrice ex aequo Arcipelago Itaca edizioni 2018)

I sogni migrano altrove
e tu cuci asole d’alba

Trasformi la notte
in un laboratorio di luce

L’evenienza delle nuvole
raggiunge le colline
le spiana per qualche ora
i silenzi non andranno alla guerra

Fammi luogo
incolla lo sguardo
senza rovinare il gesto

anche se insisti
sul divenire cavo
degli occhi

ha vocazione chirurgica
il taglio
nella distanza che semina
il campo

La dialettica dello spazio
tiene il passo fermo
la vita sotto pelle

stanca
di commissionare destini

Insegui l’esercizio del mare
quando esce dallo sguardo

Le palpebre chiuse sotto il sole
conoscono la nebbia incollata al cielo
senza pratica di volo

Fai strage di passi
salpa

 

Quanta alba dentro un parco
la pioggia breve dei semafori
non deve rattristarla minuta
si srotola la vita e pare avanzi da sola
quando basta un cenno
per agganciarla al sole più ampio
guardare dall’alto questo mondo
piccolo e consumato

(Parole a mio nome, Il Convivio editore, 2016)

Quando si chiudono gli occhi agli alberi
e il cielo lentamente cade
un vecchio tronco fa da ponte

cuce silenzi
in mezzo a un gran fracasso

Un’indistinta luce
muta lo sguardo
lo tiene in ostaggio

A terra manca il gesto che salva

Per noi restano le circostanze
quei luoghi carichi di destino
eppure così leggeri nell’accadere

Scuciti i passi
ti siedi e pettini il buio
stretto a una tenebra d’argento

Approssimi il cielo al tuo stato
trovi l’aria cucita nell’ombra
non c’è luogo che attraversi
la frontiera solo con gli occhi

 

Quando la notte carezzi
le miserie del giorno
quelle fessure minime
non conoscono alibi
ti stringono in un abbraccio
dopo aver mancato lo sguardo

 

Accade il bianco
la distanza che supplica e  sbaglia
ed è più di un rammendo
con aghi d’abete fissare le stelle
accorciarne la coda
se poi sbatte contro la testa di tutti

 

2 novembre 2018

Ci attende il mondo ghigliottinato
a un passo il primo albero tranciato
come grano ha memoria del campo
dove a migliaia sono cresciute le mine

ma nemmeno tu potrai raccogliere
ci vuole un’altra bestia
ché la natura stavolta ha fatto da sola
tra cento anni non sarà più un inferno

Pochi luoghi mi accompagnano a casa
quasi sempre si fermano in periferia
scivolano sul pavimento dell’anima
giocano con le parole e finiscono
con l’annodarsi alle sillabe più miti

Attendo che un silenzio si avvicini
e porti via i tanti piccoli me
lasciando un corpo solo
addormentato sulla panchina

(La dimora dello sguardo, Fara editore 2018)

Smarrire il mondo

non è come restare orfani
avere un contatto fugace
con l’assenza
per un passaggio sbagliato di palla

scrostare il muro di stanze bambine
con lacrime di anni urgenti
e lasciare migliaia di albe
sole

nei parchi

Ti vedo camminare a passi incerti
forse è ora di giocare sul prato
forse hai bisogno di appoggiarti
alla mia spalla per tornare a casa

In fondo al viale
qualcuno chiede la strada agli alberi

(La dimora dello sguardo, Fara editore 2018)

Ha vocazione breve il silenzio
quando muove l’ombra
taglia questa assenza di vetro

scivola nell’aria sposa
nuvole con gli occhi
ascolta i battiti diventare nemici

 

Fotografie di Luisa Gallisay  (tranne quella contrassegnata con ?)
https://www.fotocommunity.it/fotografa/luisagallisay/

Spengo la sera a soffi di Elena Miglioli

Un libro denso e ricco di rêverie poetica quello ricevuto in dono da Elena Miglioli, traduttrice dell’Es con licenza.
Ogni verso è una parola accesa, spegne la sera, indossa l’alba.

L’isola
Io sono un’isola
ma talora m’inarco
come l’ulivo ritorto
verso la terra ferma
e lì distesa ringrazio.

Mi abbandono
a un sentiero stranito
ostaggio di mani ardenti
Non so chi sei chi siamo
però già ci sappiamo
non so cosa saremo
se per via fioriremo
Ci basti oggi o domani
issare baci alla luna.
E che ci salvi
dall’acqua stanca.

 

Sogni
Mi sveglio coperta di fiori
fluttuando
a uno scorcio di gondola
per stanze a fil di voce

Stendo sogni su un rigo.
verrà l’ora d’indossarli
anche vecchi stropicciati:
li terrò per i miei inverni
o per chi non può sognare.

Nota biografica

Elena Miglioli è nata a Cremona. Ha una laurea in Lingue e Letterature Straniere ed è giornalista. È stata redattrice del quotidiano La Voce di Cremona e ha collaborato con varie testate giornalistiche, tra le quali Il Giornale. Vive a Mantova ed è responsabile Ufficio Stampa e Comunicazione dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale.

Ha pubblicato con Ronzani la silloge di poesie ‘Spengo la sera a soffi’ (2018). Dello stesso editore, nel 2017, un’omonima plaquette. Nel 2015 si è classificata terza al Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio. Tre sue liriche inedite sono state selezionate dal Premio Internazionale Mario Luzi e pubblicate nell’Enciclopedia di Poesia Contemporanea 2016, edita dalla Fondazione Mario Luzi.
Con la casa editrice Paoline ha pubblicato i volumi La Notte può attendere: lettere e storie di speranza della malattia terminale (2013) e Rimango qui ancora un po’: storie di vita e segreti di longevità (2015, coautore Renato Bottura).