Litanie del silenzio

Ladolfi editore, collana Zaffiro, gennaio 2021.

La poesia di Giancarlo Stoccoro si nutre dell’inespresso di sentimenti ed emozioni stratificati nel tempo della vita: «C’è nella nostalgia/un cifrario sottratto alle leggi del cielo//il profumo di un fiore/che non smarrisce lo sguardo//al concorso dei vivi/solo di questo il poeta scrive»; la scrittura poetica consente di «Mettere a nudo il buio/ritrovare la forma/che ogni ombra porta con sé», senza dimenticare che «Ciò che unisce davvero/è sempre un filo invisibile», e «Le distanze/non le presenze/accolgono orizzonti» (dalla prefazione di Giovanna Rosadini).

 

Nota di lettura di Franca Alaimo

Quello di Giancarlo Stoccoro è un libro fortemente strutturato, in un alternarsi di testi poetici e prosastici, senza spaccature di pensiero, traendo gli uni luce significante dagli altri, sebbene caratterizzati da uno stile diverso, dando voce i primi all’arcano dei processi psichici, i secondi a micro-eventi essenzialmente autobiografici, se facciamo rientrare in essi anche la pratica di psichiatra dell’autore. Il tutto immerso nella dimensione dell’alternarsi delle stagioni (nella sezione  dal titolo di per sé alludente a un gioco: “La girandola dei mesi”) fra un’apparente leggerezza – evocante una celebre filastrocca che tutti abbiamo imparato da bambini- e una meditata consapevolezza delle intime, personali fragilità.

            Il tempo, contato a passi, che è una delle tante parole ricorrenti, mentre imita l’incessante movimento della psiche tra passato e presente, investe le molte e oppostive dimensioni dell’esperienza: il cielo e la terra, la luce e il buio, la realtà e il sogno, l’esteriorità e l’interiorità, grazie alla funzione dello sguardo, a volte soltanto orizzontalmente proiettato sulla superficie delle cose, altre volte spinto nella verticalità/profondità del non visibile, del non esprimibile.

            Se le forme, però, sono destinate ad essere inghiottite, fragili come foglie (che è uno degli emblemi della transitorietà più usati nella  letteratura e a cui Stoccoro non si sottrae, aderendo in genere alla tradizione come riserva di archetipi iconici- ma non mancando di stupire con immagini del tutto inusitate), ben altre sono quelle che si incontrano nello spazio onirico in cui distopicamente si collocano i corpi «di un presente lontano», dove finalmente possono essere ascoltate le Litanie del silenzio, cioè le voci degli assenti, dei morti, perfino delle cose e dei luoghi perduti, le sole colme di vera significazione, se è vero che spesso «le parole nude» della quotidianità «non si fondono con le stelle».

            C’è bisogno – dice il poeta – di visionarietà, di lasciare «a terra le grandi mappe» fare scorrere le parole controvento, «nei territori del cuore», di riappropriarsi dell’integrità dell’infanzia, smettere ogni finzione («La vita è tutto un far finta/ di essere grandi»), abbandonare ogni recinto e limite, perché tutto possa fluire nel movimento successivo. Un atteggiamento della psiche che trova una conferma estetica nella scrittura del poeta milanese: i suoi testi poetici non solo non si chiudono mai con il punto fermo, ma sovente sembrano sviluppare un’immagine presente nel testo precedente in quello successivo: «i fiori recisi» del testo a pagina 17, «sbocciano/ nel quadro ultimo di mio padre» nel testo della pagina successiva: «la sartoria dell’alba» (pag. 48) torna, sia pure obliquamente, nella «cerniera/ tra il sogno e il vestito di un giorno» (pag. 49) come a indicare l’opera di cucitura che la poesia compie tra le cose “sole” dando senso e spessore, creando relazioni,  curando la lacerazione, moltiplicando gli incontri all’interno di una dimensione che si fa infinita. Così Stoccoro rivela il segreto epifanico del viaggio esistenziale, tra balenii di eternità.

            Timbro e registro lessicale mutano nella sezione “Vite in prosa” in cui ritorna la punteggiatura e il periodare, per lo più paratattico, ubbidisce e all’ordine espositivo e alla limpidezza espressiva: ricordi d’infanzia, traumi e nevrosi, ipocrisie, piccole manie, raccontate con una felice varietà di toni tra ironia e autoironia, liricità, pensosità, e struggente malinconia. Ma il libro non trova qui, come si potrebbe pensare, in un rimando a specchio di temi da poesia a prosa, la sua ricerca di significato, ché, come dice Rilke (II, 20, Sonetti ad Orfeo): «Distante è tutto e il cerchio in nessun punto si chiude», ma rimette in moto le sue visioni nella sezione finale “Sguardi diversi”, in cui ritornano le parole chiave della raccolta in testi di pochi versi, quasi degli aforismi poetici che finiscono con il disegnare la poetica di Giancarlo Stoccoro: la ricerca inesausta di dilatazione e spostamento di ogni confine attraverso l’immaginazione, la centralità conoscitiva del sogno, l’integrità e lo stupore dello sguardo, la capacità di fare luce anche nel buio e nel dolore, e la convinzione che la poesia «non chiede ospitalità/ la offre da sé».

Franca Alaimo, 17 febbraio 2021

Nota di lettura di Antonio Bianchetti

La poesia di Giancarlo Stoccoro si arricchisce di un’altro bellissimo tassello della sua pregevole produzione letteraria: “Litanie del silenzio” (Giuliano Ladolfi Editore).
Questa raccolta di liriche è l’ideale prosecuzione di un percorso intrapreso dall’autore in questi ultimi anni con una serie di sillogi veramente interessanti, in cui, la cadenza del verso, s’identifica attraverso un codice stilistico fatto di impressioni interiori, e come tali rimangono, per emergere piano piano a prendere aria. È come se tutto un substrato dell’inconscio prendesse voce appena in tempo per sentirsi parte della personalità dell’autore, il quale, ricongiungendosi al suo io nascosto, si sentisse finalmente libero da un peso misterioso: qualcosa che ci lega al mondo razionale impedendoci di creare un contatto spontaneo con una realtà più ampia, senza confini o costrizioni. Tra l’altro Giancarlo Stoccoro è psichiatra e psicoterapeuta, ed è anche colui che ha portato in Italia la tecnica del Social Dreaming, o del sognare insieme, in cui si condividono i nostri sogni dopo la visione di un film. Tutto questo per dire che la nostra parte oscura è il territorio dove il poeta spesso sconfina, scoprendo come l’universo sia un luogo piccolo in confronto ai labirinti o alle meraviglie della nostra mente, sempre in equilibrio fra sofferenza e gioco.giancarlo stoccoro libri

Fondamentalmente, anche in quest’ultima raccolta, leggiamo (o assistiamo) alla continuità di queste esperienze in cui, la facilità del proporre, o di proporsi sotto una forma di equilibrio, in realtà, annulla ogni forma di gravità. È come se l’autore si guardasse dall’esterno fino a evaporare con le sue stesse frasi. Le sue metafore sono sempre di una leggerezza quasi impercettibile, eppure, lentamente, prendono forma come se il ciclo della natura riformulasse il liquido da cui sono nate, come dei cerchi concentrici sempre in movimento. Badate bene, a prima vista ogni parola vive nella sua semplicità, e poi man mano si arricchisce del suo splendore intrinseco come lo sbocciare di un fiore o come un libro che ad ogni pagina svela la sua ricchezza, mostrandosi con tutti i suoi significati. È sorprendente come soffermandosi sopra questi componimenti si percepisce piano piano il loro spessore creativo e ci si sente affascinati, proprio come toccare l’acqua e avvertire quel senso di meraviglia della sua essenza, con tutti i movimenti che produce, entrando e uscendo da lei con una facilità unica nel suo genere.
La raccolta è costituita da quattro sezioni: Litanie del silenzio; La girandola dei mesi; Vite in prosa e Sguardi diversi; tutte con una essenza propria ma sempre legate fra di loro con l’unità di stile che le rappresenta, anche se per esempio nella terza parte l’estensione del verso che diventa racconto, si ciba delle parole delle parti precedenti per poi scarnificarsi ulteriormente nel finale.
Ritornando al paragone con il sogno, sembra proprio che il poeta si lasci andare senza prendere sonno, entrando nei momenti apparentemente vellutati di un dormiveglia continuo, ma abbastanza concentrati per disegnare la loro visione e diventare realtà. Sostanzialmente l’ossimoro del titolo è la sua chiave di lettura, calata nell’ambivalenza di una meditazione continua e di una risposta svelata nella sua indissolubile presenza: “la poesia non chiede ospitalità / la offre da sé”.

da “Litanie del Silenzio”

 

Ogni sogno
ci riconosce dagli occhi

Se l’infanzia ha dormito a lungo
stanotte sarai farfalla

Sperimenterai un breve volo
vorticherai come le foglie
in anticipo sul tuo autunno

***

Avviciniamo le parole ai giorni
i giorni alle cose senza voce
fino a posare lo sguardo su una frase

quasi la frase fosse un albero
che muove l’ombra
le dà nuova luce

***

Gli occhi si prestano alle fate
hanno il vizio di guardare il mondo
con ritrosia di cielo e forme
che collassano al primo buio

fanno sguardo dappertutto
quando i giorni passano
e nessuno li ferma

***

Il merito è dello sguardo
che anticipa la forma
e abbraccia un contenuto straniero

La finestra si porta al di là degli occhi
accoglie la luce
l’accompagna nella più segreta stanza

Ho questo timore ogni mattina
quando apro i battenti
un diavolo mi conduce
tra braccia sconosciute

***

Ci si accompagna a un racconto
quando il passo è d’uomo
e maturo lo sguardo che incalza

Avremo poca pace
inseguendo il dettato del giorno
dopo aver gettato il sasso nello stagno

A più ampi cerchi trova rifugio
chi lascia tracce
senza precipitare nell’ombra
di una notte qualunque

Basterebbe darsi tempo
rovistare nei ricordi
badare alla forma come fa l’alba
la mattina presto
prima di ricostruire tutto

***

Da novembre il gelo è rimedio naturale
a chi resta assediato dalla carne

Solo alberi nudi e senza braccia
scavano nella madre terra

Con le coperte addosso
non è difficile
sognare di essere in due

***

Da quando esiste lo sguardo
le anime si sono fatte invisibili

***

Fino a quando un dolore ti guarda
dovrai fidarti della mano che lo saluta

***

Tra un sogno e l’altro
nel buio s’inciampa

***

La poesia non chiede ospitalità
la offre da sé

Giancarlo Stoccoro

giancarlo-stoccoro-locandine-eventi

La poesia è da sempre un prodotto particolare, un’espressività artistica a volte difficile da affrontare perché non ha l’immediatezza della musica o dell’immagine, però quando si riesce ad entrare nella sua bellezza, lei riesce a far esplodere tutte le forme dell’emozione. Nella vita è sempre così e Giancarlo Stoccoro ha la particolarità di riuscire a catturarti e poi lasciarti andare senza nessuna preclusione. Siamo sempre noi che dobbiamo saper gioire per una parola.
Antonio Bianchetti , 22 febbraio 2021

Giancarlo Stoccoro – Litanie del silenzio

 

Recensione di Gabriella Mongardi

L’ultima raccolta poetica di Giancarlo Stoccoro, Litanie del silenzio, Ladolfi editore 2021 – in particolare la prima sezione, quella che vi dà il titolo – è come un mazzo di fiori di montagna, in cui la bellezza dei singoli fiori è esaltata all’armonia della composizione. Sono semplici i fiori di montagna – narcisi e genzianelle e orchidee, ranuncoli e rododendri, anemoni e bistorte e salvie – come semplici, comuni sono le parole-chiave che si rincorrono nelle poesie di Stoccoro (“finestra”, “occhi”, “sguardo”, “cielo”, “nuvole”, “sogni”, “infanzia”, “distanza”, “passi”, “silenzio”, “parole”, “foglie”, “fiori”, “albero”…) concatenandole l’una all’altra in una trama sottile di rifrazioni, di echi musicali, di impercettibili scarti semantici che aprono il codice della lingua a significazioni ulteriori. È tutto un fiorire di metafore attraverso cui si fa strada e trova espressione l’irrazionale, il non-detto, il sogno, il rimosso: quello a cui nella vita diurna non diamo spazio viene qui raccolto e ci viene offerto in dono. Giunge sulla pagina da distanze incalcolabili, dai recessi dell’infanzia, con il profumo dell’altrove – un lieve profumo di nostalgia che non spaventa ma attrae, proprio grazie all’armonia della composizione – come quella di un mazzo di fiori. E come un mazzo di fiori è tenuto insieme da un nastro, così qui i versi sono racchiusi tra due brani in prosa poetica, che ne costituiscono per così dire un “commento d’autore”: «Il sogno porta la lingua del digiuno, la litania di un silenzio»; «Lasciare in sospeso una frase non è mancanza di un’idea ma attesa che esca dal bozzolo, che si trasformi in farfalla prima di volare via».
Vale per Stoccoro quello che scrive Ungaretti in Commiato: «Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso». La poesia dà voce al silenzio, all’indicibile, ed insieme esige che il poeta faccia “silenzio” dentro di sé per accogliere le parole, collegarle in frasi, trasformarle in qualcosa che illumina l’ombra. Come una farfalla. O un mazzo di fiori.
Avviciniamo le parole ai giorni
i giorni alle cose senza voce
fino a posare lo sguardo su una frase
quasi la frase fosse un albero
che muove l’ombra
le dà nuova luce. 

La seconda sezione della raccolta, La girandola dei mesi, consta di dodici componimenti sul tema dei mesi e delle stagioni – come era naturale  aspettarsi – ma in realtà il poeta non segue il calendario né dedica a ogni mese un componimento:  i mesi protagonisti della prima poesia, per esempio, sono luglio, settembre e novembre, e all’appello manca il mese di aprile. Anche in queste poesie ritornano le parole-chiave della precedente sezione (“sguardo”, “ombra”, “foglia”, “albero”, “occhi”, “luce”…), anche qui continua il gioco di specchi, di rimandi, di intrecci – nella speranza forse di perdere il conto dei mesi che passano inesorabili.

Nella terza sezione incontriamo Vite in prosa, come se la misura breve dei versi non potesse più contenere la piena del discorso, la volontà di comunicare. Le prose sono ugualmente brevi, a volte brevissime, ma almeno non si deve andare a capo prima della fine della riga, la frase può distendersi a suo agio sul foglio, e fermarsi solo con il punto fermo, quando è finita… In esse affiorano più espliciti i riferimenti autobiografici – alla professione (Il divano rosso), alla famiglia (Ritratto di famiglia), alla madre che vive in un mondo a parte (Curiosità cieca), all’amore per i libri, che vengono addirittura personificati: «I libri non si suggeriscono, vengono da soli a bussare alla porta. Io ne ho una fila lunghissima in impaziente attesa. All’inizio entravano uno alla volta, da tempo, però, hanno creato un varco grande e si sono piazzati a migliaia in ogni angolo della casa. Appena incrociano il mio sguardo […] mi supplicano di prenderli in mano, di sfogliarne almeno le prime pagine. I libri hanno bisogno di essere coccolati, non si accontentano di un posto al caldo nella seconda fila di una vecchia libreria dell’Ikea» (Bibliofilia).

Nella quarta sezione, Sguardi diversi, il poeta cambia ancora misura e questa volta sceglie quella dell’aforisma – del resto Stoccoro ha pubblicato, sul sito www.frasicelebri.it, oltre un centinaio di aforismi, che nelle sue mani diventano brevissime, folgoranti prose poetiche, una via di mezzo tra versi e prosa. Ne cito uno solo, emblematico: «La poesia non chiede ospitalità  /  la offre da sé». Leggere questo libro di Giancarlo Stoccoro significa essere ospiti della poesia.

http://www.margutte.com/?page_id=415

L’intuizione dell’alba

 

https://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.com/2020/07/segnalazione-volumi-giancarlo-stoccoro.

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIANCARLO STOCCORO

Giancarlo Stoccoro – L’intuizione dell’alba– puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2020 – pag. 147 – € 15.00

L’intuizione dell’alba, la raccolta di poesie di Giancarlo Stoccoro che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Ivan Fedeli esauriente e ricca di acribia.
Nel suddetto scritto Fedeli parla di un ritorno ad Ungaretti nella ricerca del Nostro soprattutto nella rivisitazione della parola – luce.
I componimenti poetici sono tutti scabri e icastici, essenziali e densi nella loro notevole compattezza.
Spesso il tono che li permea è didascalico ed epigrammatico come se il poeta puntasse la sua penna – cinepresa sulla realtà circostante traducendola in versi carichi di suggestiva magia e sospensione.
Le stringhe di parole dette con urgenza si avvicendano producendo composizioni raffinate sempre ben dosate e ben cesellate.
Si realizza a tutto tondo il fascino della linearità dell’incanto anche attraverso la piena immersione dell’io-poetante nella natura, natura che costituisce uno dei temi fondamentali del volume ed è detta sempre in modo rarefatto, icastico ed efficace.
Per esempio viene nominato molto spesso il mare, un mare interiorizzato e simbolico.
È frequentissima e fondamentale la presenza di un tu del quale ogni riferimento resta taciutoal quale l’io-poetante si rivolge come se cercasse di trovare nell’interlocutore un’ancora di salvezza.
Tutti i componimenti sono brevi e senza titolo elemento che ne accresce il fascino e la raccolta per la sua unitarietà stilistica e contenutistica potrebbe essere considerata un poemetto.
Il volume è composito e articolato a livello architettonico ed è suddiviso nella parte eponima composta dalle sezioni L’esercizio del mare, Fessure minime e Parole accese e in Il privilegio dei sostantivi, costituito dalle parti Distanze, Ombre di luce ferma e Rima una voce sola.
Cifra essenziale della poetica di Giancarlo pare essere lo stabile inverarsi di una tensione neolirica nei sintagmi nel loro aggregarsi producendo immagini correlate tra loro cariche d’ipersegno e dense di senso.
Colpisce la chiarezza nei dettati, cosa rara nel panorama odierno dominato dagli orfismi e dagli sperimentalismi.
Nelle atmosfere intense che il poeta sa creare si realizza una forte densità metaforica, sinestesica e semantica in poesie che emozionano e illuminano il lettore che affonda nelle pagine.
La forma è sempre equilibrata e ben controllata e questo pare essere uno dei pregi essenziali di questa scrittura che sorprende per le sue accensioni subitanee e per gli spegnimenti.
L’ordine del discorso si risolve in un acuto esercizio di conoscenza e il poeta metaforicamente pare scrivere un diario di bordo del viaggio che è la vita.
Una vena speculativa si realizza nel ripiegarsi dell’io-poetante su sé stesso.
*
Raffaele Piazza

 

Naufrago è il sogno

Finalista per la silloge inedita al Premio Internazionale Senghor nel dicembre 2019, dopo ulteriore revisione e l’inserimento delle plaquette  “Benché non si sappia entrambi che vivere” e ” Forme d’ombra” (edite a Lugano da alla chiara fonte) è stato pubblicato da Ensemble nel febbraio 2020. Finalista per i libri di poesia editi al Premio Internazionale Città di Como 2020.

Le poesie sono per me (…) come boe in mare aperto.
Nuoto da una all’altra e in mezzo all’acqua, senza di
esse sono perduto. Le poesie sono punti di ancoraggio.
Anselm Kiefer

Ma chi l’avrebbe detto che intrecciare
le nostre mani un giorno fosse un sogno?
Pure fra noi si alza un vallo, orribile
ricordo di guerra.
Maria Luisa Spaziani

Di seguito tre testi contenuti nella silloge:

La vita gronda distanze
quando i giorni si pensano uniti
annuncia un passaggio di sguardi
somma orizzonti li piega alle rotaie

dove transitano vagoni confinano spazi
e tu spargi corpi li semini a spaglio
io vedo già muovere la falce
estinguo la voce perché l’abbraccio è muto

___________

Sui luoghi di passaggio
sposa la meraviglia
qui naufrago è il sogno

Se allunghi lo sguardo
i giorni avanzano
con i cannoni puntati

__________

Il metro è la distanza
viviamo nello scarto
ci consegna una parte d’infinito

l’orizzonte satellite di una confinata meta
il passo fermo su un’improbabile soglia

 

Naufrago è il sogno

 

https://www.ibs.it/naufrago-sogno-libro-giancarlo-stoccoro/e/9788868815974

 

Frasi per gli occhi (Il tempo unito dalle parole)

La poesia
per chi legge
è uno scambio di pelle

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A volte, quando si scollina, anche ciò che resta dietro torna a essere infinito.
Come se la distanza fosse garanzia di orizzonti, si è pronti a guardare l’inafferrabile con stranita bellezza.
Non che manchi la vertigine del vuoto, ma c’è un pericolo più grande ed è lo sguardo saturo di tutto, la domanda imprigionata da una subitanea risposta.
Vivere la vita in cerchi sempre più ampi è la traccia lasciata da Rilke e i poeti lo sanno bene quanto la scrittura sia questione d’abisso, le parole accese custodiscano un segreto perché il buio abita sempre luoghi inaccessibili alla luce.
Il poeta è ospite di una lingua vaga e indefinita ma viva, fuori dall’uso, che lo accompagna e lo sostiene nella sua illusione di salvezza.
L’opera compiuta appaga, forse il lettore ancor più che l’autore, il bisogno di recuperare ciò che è rimasto indietro e raffigurare ciò che avverrà e così suggellare il cerchio del nostro essere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 (fotografia di G. Stoccoro)

 

 

Le immagini, tranne quelle firmate, sono di Virg Ann.

La disciplina degli alberi, La vita felice editore, maggio 2019

http://liminamundi.wordpress.com/2020/09/25/giancarlo-stoccoro

 

La silenziosa disciplina di Giancarlo Stoccoro

 

Un verso scopre l’ombra
prende la strada del bosco
un altro scava nelle radici
e zampilla sangue
Mi faccio adottare dagli alberi
anche i più acerbi fanno latte

La strada era già segnata dalla bella plaquette Forme d’ombra, dove l’ombra già poteva alludere al fantasmatico godimento estivo che ci si prende sotto un albero, magari un platano che allunga le sue braccia reali o riflesse sull’acqua, come nella foto di copertina alla silloge citata. L’albero però è solo il referente altro, occasione per Giancarlo Stoccoro di scandagliare le profondità della natura e dell’uomo (è d’altronde psichiatra e psicoterapeuta di lunga esperienza, studioso fine di Georg Groddeck); così, a «segnali di resa», titolo della prima sezione de La disciplina degli alberi, risponde in esergo con la voce disincantata ma tenace di Paul Celan: «Sulle proprie macerie sta e spera la poesia».
Corpi nello spazio urbano


per l’animato fiore senza stelo,
offro al vostro tormento il mio tormento:
vano spasimo oscuro d’esser vivi.
Guido Gozzano, Le farfalle


In principio, la traccia introduttiva che Stoccoro ci fornisce, a dare direzione ai testi successivi, ci pone in uno scenario urbano popolato di corpi umani silenti, come nella performance Bodies in urban spaces di Willi Dorner. Negli spazi costretti della città si insinuano così solamente «parole inurbate», come quelle che
ci addentrano nelle «geometrie dell’abbandono» che il poeta esplora: perciò nella prima poesia, per «custodire il silenzio/ come reliquia», mentre già dichiara la propria poetica («abitare […] la forma breve»), l’io si spossessa di sé. Come Gozzano, che chiede per un momento alla sua signorina di farlo «vivere […] in oblio», perché «io non voglio più essere io!». (E così, urbanamente, anche la voce di Stoccoro ci ribadirà che «l’io è irreperibile sulla piazza».) Sarà allora un tu in principio di strofa (Metti… Abbandoni… Guardi… Ti viene voglia…), la persona che per prima si palesa discreta ne La disciplina degli alberi, a far
riconoscere all’io la propria pronunciabilità:
Soggettiva

Questo smettere di cercarti
mi fa bene mi permette
di mantenere una forma
senza allungarmi nei messaggi
e nelle chiamate a vuoto

C’è un affetto, un amore indomito, che gioca di continuo
su distanze inurbate, inquiete. Perché la natura, che torna continuamente attraverso una mutazione stagionale mai troppo banale, sempre necessaria, sancisce un qualcosa di impalpabile, se non attraverso ramo e foglia:
A novembre gli alberi
resteranno nudi
fino a tardi

Ecco che l’assenza del tu, come delle foglie, disciplina la vita del poeta:

Non c’è luogo
per l’assenza

La tua assenza
è la mia disciplina

In questa assenza c’è anche la morte. Fatta in concreto di «farfalle inchiodate alle pareti» o di impalpabile silenzio, di costante assenza: fattori che sulla scorta delle parole di Edmond Jabès (citate da Stoccoro in calce alla prima sezione) fanno dell’affollato deserto padano, in cui ipotizziamo aggrumarsi i nuclei salienti di questa raccolta, l’occasione di pericolose tentazioni,
ma anche di resistenza al peccato, in un rapporto di costante sineciosi: dove di continuo il soma, il corpo, si fa sema, segno di vita ma anche prigione mortale, tomba. Quando ogni parola tace, ogni assenza pronuncia «meraviglie / che più tardi nel mio
silenzio attento/ passo passo tentai chiudere in versi». (Gozzano)

(…)

 

«Il poema ci aiuta a incontrarci»

Come conferma il sostanziarsi di questa mia introduzione
alla poesia di Giancarlo Stoccoro, che nasce all’indomani di un suo nuovo traguardo (primo classificato nel 2018 al premio “Arcipelago Itaca”, nella cui giuria milito), la poesia si pone anzitutto quale incontro. E, per dichiararlo inequivocabilmente, l’autore chiede la voce, in un esergo, a Paul Celan: «Scopro ciò che lega e in cui il poema ci aiuta a incontrarci». Per questo, nell’ossessione di luoghi che non sono luoghi, e che forse non sono neppure nonluoghi, il poeta tocca un apice di intensità poetica quando riafferma la realtà corporea
dell’incontro, che supera in abbraccio – timido ma vissuto – l’incorporeità delle geografie («i luoghi si assottigliano») e del verso («le parole giacciono/ silenziose giacciono»):
I luoghi
che abbiamo attraversato
tacendo
si sono fatti corpo
per un timido abbraccio

 (…)

dall’introduzione di Paolo Steffan

 

Le prime letture venerdì 31 maggio alle ore 19 a Lugano a POESTATE