Elogio del paesaggio di pianura di Giacomo Graziani

Elogio del paesaggio di pianura

La pianura lombarda tra il basso corso dell’Adda, l’Oglio e il Po ci offre un paesaggio particolare, sottratto alla comune definizione della bellezza naturale, piatto, apparentemente monotono. Esso appare quanto mai lontano da quelle accidentate drammaticità tanto amate dalle guide turistiche.

Il paesaggio di pianura non si impone, ci accompagna, come un sommesso bordone che lascia emergere l’assolo dei nostri pensieri.  Nelle sue infinite, irrilevanti variazioni di pochi elementi ripetuti e ricomposti in una continuità discreta di combinazioni, affina la nostra sensibilità, ci costringe all’umile esercizio di conoscenza del particolare, ci conduce a godere dell’unità del tutto nella mutevole sequenza degli spazi, nella serie ininterrotta delle percezioni.

Il paesaggio di pianura ci offre la sensazione liberatoria di una potenziale ubiquità. Ci invita a percorrerlo, nella svagata ricerca di un centro inesistente, ci porta alla conclusiva constatazione della equipotenzialità dei luoghi e quindi esalta il piacere della percorrenza superando l’ansia dell’arrivo. Esso sembra inverare la parafrasi della rilevanza del tempo presente sopra ogni angosciante attesa di futuro.

Un paesaggio che non interrompe i nostri pensieri e non mortifica i nostri sogni con eclatanti apparizioni. Per chi ne sa cogliere il messaggio, ci offre lo splendore della quotidianità.

Ci vuole tempo e forse un po’ di solitudine per cogliere la qualità di un paesaggio “senza qualità”.

Nella campagna punteggiata dalle grandi cascine i soli elementi che emergono sulla linea d’orizzonte sono gli argini, i campanili, gli alberi, in piccole macchie o isolati, più spesso disposti in filari, a segnalare una continuità spesso interrotta da interventi sempre più frequenti di omogeneizzazione del territorio agricolo.

Quando li guardiamo andando per capezzagne o viaggiando su queste strade diritte, gli alberi sono lì, più irraggiungibili della cima di una montagna e pure vicini a noi, quasi a nostra misura. Non ci è dato dominarli, non ci è dato utilizzarli così come sono.  Li possiamo guardare o abbattere. Oggi, nell’imperante integralismo della “utilitas” produttiva,  il taglio di un albero sembra gesto emblematico che solleva il nostro spirito, dedito alla rapina, dal disagio insopportabile della contemplazione.

Gli alberi, dunque. Elementi emergenti di un territorio che ci offre ancora l’opportunità di esprimerci come specie vivente relazionata intimamente ad un sostrato biologico e culturale da cui per innumerevoli segni si costituisce l’emergenza visuale che chiamiamo paesaggio.

Sono per l’appunto i segni di un paesaggio particolare che si esprime nella esile linearità dei filari, nel percorso dei tratturi e nelle modeste discontinuità altimetriche degli argini e dei fossi; segni residui in progressiva cancellazione nel prepotente affermarsi dell’agricoltura intensiva. Segni che ci consentono di accostarci alla irripetibile fisicità di elementi di un paesaggio disegnato dalla una vicenda storica di un lavoro secolare.

Segni che nella coesistenza di elementi di natura e diffuse testimonianze della nostra storia  ci ripropongono un equilibrio biologico fondamentale nella riappropriazione di una identità attraverso la presentificazione del nostro passato.

Ricordiamoci  insomma che il valore di un paesaggio, tanto più se si tratta di un paesaggio  “senza qualità”, vale a dire privo di scenografie emergenti, si sottolinea e si difende mantenendone la continuità.  Del resto si tratta di un paesaggio che per esprimere la sua qualità estetica deve essere sostanziato da un’alta qualità delle acque e del suolo. Un paesaggio “scomodo” insomma.   E perciò si tende a non qualificarlo come tale, ma come pura materia disponibile ad ogni trasformazione produttiva.

Ecco quindi che la sottolineatura di ogni segno naturalistico, mentre disturba l’invadenza distruttiva e totalizzante dell’agricoltura meccanizzata delle monoculture, qui assume l’importante significato di definizione di un segno storico e di un presidio ambientale.

Sia dunque riaffermato il nostro diritto a contemplare la serenante coesistenza di artificio e natura, dove l’eccezionalità del bello non è confinata nella alienante lontananza di un escursionistico altrove, ma è invece richiamata discretamente e interiorizzata nella consapevole continuità del fare e del pensare, nella rasserenante presenza di una natura cui sentiamo di appartenere, perché conserva la visione di una storia familiare.

(Da una nota a margine della giornata di studio sulle cascine. Cremona, 23 marzo 2001.)

 

Giacomo Graziani vive a Milano. Architetto e urbanista, dalle radici romagnole ha tratto un radicato amore per il paesaggio della pianura e per la cultura contadina. Una sensibilità che si è rinnovata durante una lunga permanenza per motivi di lavoro nel territorio di Cremona.
Qui ha fondato nel 2009 il Centro della Poesia Cremonese con il sostegno della «Fondazione Mara Soldi Maretti» e del Comune di Grumello, dove ha organizzato eventi culturali che hanno coinvolto diversi gruppi letterali attivi sul territorio con la presenza di autori affermati e di giovani poeti.
Sue poesie sono apparse sulle riviste «Il Monte Analogo» e «de-Comporre». L’omonima Casa Editrice ha pubblicato alcuni suoi testi sulla raccolta antologica La Memoria e l’Attesa – poesia a Grumello. Nel 2014 è stata pubblicata la silloge  “Il fulmine e la tortora” (La Vita Felice editore).

 

 

Bibliofilia

Bibliofilia

I libri non si suggeriscono, vengono da soli a bussare alla porta.
Io ne ho una fila lunghissima in impaziente attesa. All’inizio entravano uno alla volta, da tempo, però, hanno creato un varco grande e si sono piazzati a migliaia in ogni angolo della casa. Appena incrociano il mio sguardo – e io, ormai, quando sono preso da occupazioni più serie, faccio come certi camerieri negli slow food, cammino per le stanze con gli occhi chiusi – mi supplicano di prenderli in mano, di sfogliarne almeno le prime pagine. I libri hanno bisogno di essere coccolati, non si accontentano di un posto al caldo nella seconda fila di una vecchia libreria dell’Ikea. Sopportano meno della Billy i traslochi perché sanno che finiranno stipati nei cartoni per chissà quanto, prima di rispuntare con la copertina strappata o la muffa, pronti solo per la raccolta della carta.
Il supplizio più grande lo condivido con loro ogni anno, immancabilmente all’inizio delle vacanze estive, quando si tratta di sceglierne 4 o 5 da mettere in valigia. Alcuni s’impongono da soli, gli ultimissimi arrivati, in primo piano sul comodino. Tra gli altri è una lotta sui ripiani ricolmi, scartati quelli pieni di polvere, ne prendo a manciate e li stendo sul letto. Me li guardo e li rigiro tutti sulla quarta di copertina, pochi li sfoglio. Sono i titoli a imporsi, non certo il formato tascabile; i più si limiteranno a cambiare aria con me, tutti assolveranno al compito essenziale di tenermi con i piedi ben piantati sulla terra, come un mulo preso da troppi rimorsi di coscienza. Anche quest’anno 18 libri in due trance, di 10 e 8. Almeno due tra questi erano rimasti sepolti disciplinatissimi nell’ultimo ripiano in alto dello studio da tre o quattro anni, in ossequioso silenzio. Immagino adesso, appena li aprirò, quante cose avranno da dirmi.

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Ho smesso di cercare i libri, di rincorrerli affannosamente nelle librerie, inciampando sempre nei titoli sbagliati, abbandonati al loro destino in ogni angolo della casa. Di notte soprattutto, quando, dopo il primo breve sonno, mi svegliavo di soprassalto – e questo succede anche adesso ma per ben meno nobili motivi- col pensiero di quel preciso volume, da anni dimenticato e magari ancora avvolto nel cellofan, diventato improvvisamente essenziale, mi struggevo. Giravo quatto quatto come un ladro in casa mia, cercando di non svegliare gli altri e, con una piccola torcia, più avanti sostituita dalla luce dell’iPhone, li passavo in rassegna uno a uno, da un piano all’altro, dalla fila davanti a quella dietro, senza requie.
Ho smesso anche di tenermeli troppo stretti addosso. Mi piace essere ospitato in casa d’altri -anche perché mi capita di rado e ogni volta è una festa- e lasciare qualche copia qua e là.
Li presto volentieri, con la consapevolezza che ben difficilmente torneranno.
Così mi capita ormai sempre più spesso di ricomprarli. Non mi sorprende più, una volta tornato a casa, scartato il libro e ripostolo sulla pila a fianco del letto, trovare quasi immancabilmente la copia perduta in bella vista che mi ammicca sorniona.

Estate 2015

 

 

Parole sotto assedio Tema con variazioni

 

La parola, a volte,  sembra occupare luoghi arbitrari e, riempiendo gli spazi, ne dilata i cedevoli confini fino a reinventare le forme. Più spesso raggiunge precisa idee astratte e le contiene in uno stampo perfetto, ben riconoscibile. Appartiene al lato occidentale della terra e la difende con cinta alte e steccati. Solo nel primo caso abita a oriente ma non sta ferma mai. Soprattutto di notte, si fa accogliere da tutti.

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Scegli un luogo e fermati. Prima o poi il mondo passerà di lì.


Ti passano accanto tutte le parole: alcune si fermano e non passano più.


Non puoi scappare alla notte per quanta luce tu faccia.


Anche nei luoghi più piccoli il buio è un gigante.


ll buio raggiunge luoghi inaccessibili alla luce.


Certe finestre si aprono soltanto al buio.


Vietato sporgersi troppo,l’abisso è una calamita.


Si può volare molto in alto solo se si rimane legati a un sogno.


 

Anche un sogno si srotola dal suo inizio. Avevi attraversato la finestra coi tuoi baci, fino a sfiorare la testa china sul guanciale: una scelta impegnativa tornare da grandi, quando le cose importanti sono già fatte. Mi sono svegliato assediato dalle tue mani, un silenzio assordava la stanza in penombra. Tanti corpi erano accatastati gli uni sugli altri e nessuno che contenesse il tuo ultimo sguardo. Intanto la neve in giardino nobilitava gli alberi. Stava rendendo loro finalmente giustizia, proteggendoli dal gelo più intenso.


La corrispondenza dei sogni

Immagini che solo la notte può traghettare
da una riva all’altra.


Mai fidarsi dei sogni che s’infilano lesti sotto il piumino e si portano addosso il mondo.


Non smettere l’abbraccio anche se l’anima è prigioniera.


Nessun viaggio porta lontano se non sposta l’ombra da sé.


Una buona luce sa accogliere molte ombre


Non erigere mura di cinta dove la nebbia ancora c’è.


Accogli la sorpresa come un’eco del mondo.


Se la risposta tarda, non rattristarti. Pensa a quanta stradapuò fare la domanda.


Preziosa è la parola che accoglie l’interrogazione.


Farsi ospitare dal silenzio, giocare a nascondino con le parole.


Il silenzio è pieno di nascondigli.


Solo il silenzio può comprendere tutte le parole.


La parola langue nel silenzio acceso.


Morte sono le parole che non si destano dal loro traguardo.


Un pensiero troppo lucido è come una lastra di ghiaccio.


Il pensiero, come le acciughe, sta a galla quando fa la palla.


Un pensiero che espropria il dolore è un pensiero razzista.


A volte ci scambiamo parole e cementiamo addii.


Mi hai attraversato la pelle e ti sei fermata come un tatuaggio.


Gli affetti non stanno mai in ozio.


Nessun diario conosce la leggerezza.


Troviamo le parole quando abbiamo smesso di pensarle.


Le parole hanno occhi per scegliere chi debba pronunciarle.


Non c’è frase che non rimanga prima o poi incollata alla bocca.


I pesci non tengono mai la bocca chiusa.


Ospite scomodo è lo straniero che non impara il dialetto.


Chi tollera poco il dubbio, apre finestre piene di divieti.


Alcune distanze sono presidiate, bisogna prenderne atto finché gli occhi sono aperti.


Non c’è nudità prima dell’alba.


La solitudine è sfacciata.


La solitudine trova sempre calzini spaiati.


La solitudine occupa luoghi precisi, se ne sta discreta in disparte  e non attende che il treno parta. Si nutre di assenze e le giustifica sempre; cataloga le piazze e soprattutto le finestre che guardano il mare, perché non c’è niente come il mare che abiti la lontananza. Un cielo sgualcito lo si trova ovunque fuori dalla porta, costringe gli occhi a guardare in modo innaturale verso l’alto.


Non c’è luogo per l’assenza.


La tua assenza è la mai disciplina.


Non potiamo le assenze, piuttosto camminiamo sui cornicioni
e sguainiamo la spada contro le stelle.


Capitombola la frase intravista,
stava sonnambula per aria alla finestra.


Cammina lentamente come chi si trova già in alto e si lascia prendere dalla vertigine. Eppure, a guardarlo da lontano, è soltanto in bilico sulle punte dei piedi o al più sospeso di un paio di centimetri da terra. Niente di eclatante,  per noi abituati a viaggiare da sonnambuli nelle prime ore del mattino. Più ti avvicini e più ti sembra goffo, mentre arranca sulla spiaggia tra i sassolini e le conchiglie. Non è fatto per i luoghi di confine.


Ognuno sopravvive a lungo solo a se stesso.


Scrivere sempre per non continuare a morire.


Ogni poesia è un nuovo incontro col mondo.


La parola operosa traghetta il silenzio da una bocca all’altra, come la formichina una briciola di pane. Per entrambe una fatica immane.Basta un ostacolo minuscolo a modificare la traiettoria, un improvviso starnuto a mandarle gambe all’aria.


Spossessarsi di sé, abitare i contorni e la forma breve. Custodire il silenzio come una reliquia, affondare la parola.


Non ombre da addomesticare, strettoie da superare, amori grandi da spingere al sacrificio, farsi ciottoli per le strade che portano dritto al cuore del mondo.

 

Prove di arrendevolezza

La calma del mare richiede uno sguardo dall’alto,

un tempo arreso alle foto in bianco e nero

si fa visitare per secoli dalla stessa alba.

La gente sta a riva e dà un’occhiata,

per un altro giorno è salva.

 

(in “Forme d’ombra”, Mondo fluttuante,2017)

 

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La mia vita si accompagna a una costante insonnia.

Il sogno mi sorprende nei giorni più opportuni, quando le immagini che incontro sono da tempo in attesa di un nome.

Nessun luogo sopravvive a lungo di didascalie: raggiungo frasi, cambio qualche data, metto un punto.

Vado ancora a capo.

 

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Altri giorni asciugano le sillabe, rovistano negli angoli più nascosti, prima di lasciare la casa a un silenzio che profuma ancora di inchiostro.

Matite colorate e un rotolo di carta da disegno restano in bella vista sulla scrivania, accanto alla finestra della mia stanza.

Attendo che il mondo si metta finalmente all’opera.

 

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La penombra toglie la cornice alle persone, alle cose e lo sguardo finisce di indirizzare i gesti all’ultimo incontro con la luce. L’aria risponde col profumo della terra fiorita in strada e la furia del tempo si ferma.

 

(in “Forme d’ombra”, Mondo fluttuante,2017)

 

 

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Un silenzio che passa da una stanza all’altra non sempre si porta tutto con sé, neanche quando c’è spazio si allontana più leggero.

A volte si trasmette da muro a muro, da porta a porta, senza nemmeno attraversare il corridoio lungo e stretto della casa ereditata dalla nonna.

Solo di rado il silenzio si muove, come fa l’aria al mattino, seguendo la prima luce.

 

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Capita di voler spogliare il silenzio e di scoppiare improvvisamente a piangere come quando si inizia a sbucciare una cipolla. Chi ha già speso tutte le lacrime o si accompagna a una lunga assenza si porta addosso il silenzio come un vestito buono per ogni stagione.

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Non abbiamo bisogno di testimoniare grandi assenze, a volte basta la nostra piccola e impareggiabile perdita dell’io.

Gli psichiatri troveranno subito la cornice più opportuna a garantire una diagnosi rassicurante per il mondo circostante.

I poeti, che in città si muovono ancora in tram, continueranno a prendere appunti e scenderanno probabilmente alla fermata sbagliata.

Se saranno fortunati, torneranno a casa a piedi, declamando tra sé e sé i loro nuovi versi.

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Ho passato il giorno nella protesta infantile di chi vive l’abbandono sempre al suo inizio, incapace di avvertire che gli affetti da qualche parte stanno, anche se sono lontani.

In questi casi non c’è luce che ripari la distanza.

Occorre attendere il mestiere del sonno: la posa delle palpebre sugli occhi, il silenzio che arresta la voce, il respiro sintonizzato con il moto leggero della navicella dei sogni.

 

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L’esistenza si spiana per troppa nostalgia, rinuncia alle vette, ai viaggi in mare aperto.

Si lascia accogliere dalla finitezza del campo dietro casa, prima dello scavo per la costruzione delle nuove villette a schiera.

 

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Mi spingi avanti, convinta che sia l’unica cosa da fare: consegnarmi ai giorni, alla conta solitaria delle ore, a infiniti passaggi di tempo.

Quasi intuendo il gesto, appena mi volto, pochi passi più in là, lanci una matita e una gomma.

Mi dici cancella tutto ma, se proprio non ne sei capace, mettici almeno una bella riga sopra.

 

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Hanno appeso i giorni alle pareti, uno sull’altro le hanno rese spesse.

Raramente qualcuno si stacca e cade con un piccolo tonfo sul pavimento di lucido marmo, per poco lo scalda.

Solo il soffitto resta bianco candido, quasi fosse pitturato di fresco, finché non si apre al cielo che ha nuvole basse sempre in agguato.

 

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Pensieri sulla poesia/ Le parole della poesia

Non abbiamo bisogno di testimoniare grandi assenze, a volte basta la nostra piccola e impareggiabile perdita dell’io.
Gli psichiatri troveranno subito la cornice più opportuna a garantire una diagnosi rassicurante per il mondo circostante.
I poeti, che in città si muovono ancora in tram, continueranno a prendere appunti e scenderanno probabilmente alla fermata sbagliata.
Se saranno fortunati, torneranno a casa a piedi, declamando tra sé e sé i loro nuovi versi.

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Le parole della poesia non dovrebbero mai essere troppo ospitali
lasciare la porta aperta, questo sì, ma non la tavola imbandita,
accogliere qualche domanda ma non rispondere a tutte.


Le parole della poesia

Le parole della poesia abitano il corpo, non stanno mai troppo a lungo sulla pagina; scendono in strada fulminee. Bighellonando un po’, sembrano passare di soglia in soglia e già si trovano oltre confine. Fanno orecchie da mercante e hanno occhi fragili che temono la luce. Prediligono il crepuscolo quando, silenziose e furtive come gatti, catturano le immagini. Mettendole a fuoco, si sgranano, per tornare a farsi carne nella ruga di un volto sconosciuto.
Così a me capita da quando ero piccolo. Ricordo la sorpresa, le parole che cambiano traccia. Giocavo a macchinine lungo il muretto nel giardino innevato di fresco. Un’immagine nitida, precisa, l’abbraccio di mio padre, scomparso da poco all’inizio dell’inverno più rigido della mia vita.
Non è più spesso il ricordo, non si taglia a fette come la nebbia, piuttosto squarcia la forma di un luogo ancora provvisorio.
I tempi della scuola, le cose da sapere bene prima di parlare, lasciano esangui le parole e riempiono di silenzio le stanze di casa.
E la poesia resta per anni rintanata nel bosco, intenta a forgiare strumenti di incondizionata resa.
La prima frase è sempre la più difficile, dicono alcuni, e questo è vero nelle interrogazioni e nei temi ma, nel verso che si professa libero, è quasi sempre l’ultima parola a non farsi trovare.
Si avvicina alla sosta del cuore, pianta la sua tenda in ogni dove, incurante del tempo e di quello che c’è.  La poesia non chiede ospitalità, la offre da sé.
Anche quando sembra arrivare da lontano, smarrita e confusa, scalza e affamata, è lei che nutre e lava, mette le toppe al mondo, cuce le ferite e risana.

(Giancarlo Stoccoro, Il negozio degli affetti, Gattomerlino/Superstripes, Roma 2014)