Prime considerazioni sull’Es nella poesia

Prime considerazioni sull’ES nella poesia
Annalisa Ciampalini e Giancarlo Stoccoro

(in: Pierino Porcospino e l’analista selvaggio, ADV Publishing House, Lugano 2016, p.163- 182

Io non sono affatto Io, ma una forma in perenne mutamento in cui si manifesta l’Es, e il sentimento di sé è un trucco dell’Es per confondere le idee che l’uomo ha di se stesso, per aiutarlo a mentire a se stesso, per farne un più docile strumento della vita. Io! Man mano che l’età ci fa rimbecillire, ci abituiamo a questa idea di grandezza insufflataci dall’Es, fino al punto di dimenticare totalmente il tempo in cui non riuscivamo a comprendere quel concetto, e parlavamo di noi stessi in terza persona: “Emma cattiva, Emma prendere toc toc”. “Patrik stato buono, Patrik cioccolata”. Quale adulto potrebbe vantarsi di una simile obiettività?
Georg Groddeck

Ogni pensiero inizia con una poesia.
Alain

L’INCONSCIO OGGI

Parlare d’inconscio è molto difficile visto che ci si deve riferire a qualcosa di oscuro, il cui interno non si manifesta. Possiamo parlarne da un punto di vista macroscopico, descriverlo come contenitore di pensieri, atteggiamenti, sentimenti che non vengono alla luce, ma non possiamo dir nulla sugli elementi che lo compongono, in quanto restano inespressi. È difficile riconoscere i pensieri che riescono ad abbandonare l’inconscio per emergere nella luce della coscienza, e anche essere sicuri che questo processo possa avvenire. Volendo restare lontani dal linguaggio delle scienze che studiano la psiche umana, ci viene da dire che in quanto esseri umani accettiamo l’idea di possedere un inconscio anche se non ci è possibile distinguerne i limiti, anche se ci è precluso sapere quale porzione della nostra mente sia sotto il suo dominio. Viviamo in un’epoca in cui tutte le parti del nostro corpo possono essere esplorate. Anche il cervello, l’organo a quanto pare più complesso e misterioso che possediamo, può essere ispezionato. Non del tutto e magari non in modo soddisfacente, ma adesso il contenuto del nostro cranio sembra essere diventato meno enigmatico e incorporeo di un tempo. Le emozioni hanno acquisito le prime sembianze, sono ora più lontane dai moti del cuore con cui venivano indicate una volta. Con questo, niente di affascinante e misterioso è andato perduto: ricondurre emozioni o stati d’animo a un’attività neuronale non svilisce assolutamente la straordinarietà della vasta gamma dei sentimenti umani.
In realtà, gli strumenti più precisi, il progresso scientifico e tecnologico, nulla tolgono al mistero atavico della vita, alle sue innumerevoli pulsioni, alle sorprese che derivano dallo stare al mondo. Oggi, proprio come in passato, l’inconscio può essere sentito, avvertito, in certe occasioni anche esaltato, ma come facciamo a essere sicuri che sia proprio lui il responsabile di alcune nostre azioni, scelte, suggestioni? Come possiamo essere certi che l’entità ritenuta responsabile di associazioni e sogni sia la stessa che si lascia accarezzare dai poeti quando sono all’opera?
Il dottor Groddeck, l’analista selvaggio << maestro della caricatura psicosomatica >> , nei cui libri poeti e scrittori (tra cui W.H. Auden, Henry Miller, Lawrence Durrell, Ingeborg Bachmann e Edoardo Sanguineti) videro << la certezza magica della loro poesia – che, dopo tutto, non è che il dono di vedere >> , riuscì a evitare di bloccarsi di fronte alla presenza dell’inconscio, al quale tributò un’estensione e un potere sconfinati e diede il nome di Es. Di esso si servì alla ricerca di una cura per i suoi pazienti e ne scrisse per tutta la vita senza mai pretendere di sottometterlo o di renderlo cosciente, perché lo stesso Io non sarebbe altro che una delle sue innumerevoli manifestazioni: << Il pensiero peculiare dell’uomo è senza parole, sotterraneo, inconscio, e la lotta delle forze plasmatrici con questa natura silenziosa è la vita interiore dell’uomo. – Non c’è affatto un Io, è una menzogna, una deformazione, quando si dice: io penso, io vivo. Dovrebbe essere: esso pensa, esso vive. Es, cioè il grande mistero del mondo. Non c’è alcun Io >> .
Se per Groddeck l’inconscio resta impenetrabile e indefinibile, perché di esso << non si può parlare ma solo balbettare qualcosa (…) se non si vuole che dal profondo emerga con clamore selvaggio la genia infernale dell’universo sotterraneo >> , è lui stesso a riconoscere nei poeti << i soli portavoce di cui (l’Es) si serve >>.
Può darsi che nemmeno i poeti siano in grado di definire l’inconscio, ma per esperienza sanno di uno spazio che rifugge da limiti e da controlli, di un luogo al confine con la consapevolezza. Da lì attingono a piene mani.

LA POESIA E L’INCONSCIO

Sei un artista e molto dovresti imparare prima che io lo creda! Guarda come tuo figlio modella e costruisce. Questo è canto, questa è poesia. (…) Puoi tu trasformare la pietra in compagno di giochi? (…) Puoi tu l’impossibile? Inchinati superbo! Diventa un bambino! (…) Vivi con i bambini, così diventerai tu un bambino, e più ancora: un essere umano.
Georg Groddeck, Questione di donna

Forse ci sono organi particolari per la parola. Perciò non può essere pensata. A volte si cammina per strada e, improvvisamente, si è colti da un verso. Non si pensa, ma è proprio un verso già fatto, stupendo, che esce da chissà dove e ci attraversa. Spesso è fissando il vuoto davanti a noi che veniamo colti dalla parola. Anzi, da sequenze di parole, che hanno un loro ritmo e una musica d’insieme. Sono ripetizioni inconsce? Memorie? Immagini? È come aprire una porta con una chiave sconosciuta: si entra e si vedono cose, si provano sensazioni- sensazioni di quel luogo in cui si è entrati, non altre. Si apre qualcosa, e si mette in funzione un certo << organo >> o << impulso >> e, attraverso << lui >> si entra in quel mondo, soltanto in quello, e non in un altro.

Franco Loi, La luce della poesia

La grandezza e la forza della poesia non trovano rispondenza nell’immagine stereotipata del poeta, e neppure nei semplici strumenti materiali che occorrono per compiere quest’arte. Pochi clamori si sollevano attorno a un poeta, egli lavora nell’ombra. Potrebbe allora sembrare un artificio quello di andare a cercare una nobile nascita per l’arte poetica, un favore che le facciamo per redimerla da una condizione al momento sfavorevole. Ma non vi sono dubbi sulle sue nobili origini, sull’importanza che da sempre riveste per l’umanità. Alcuni poeti, quando parlano della genesi delle loro opere, lo fanno senza alcuna sorta di narcisismo, come se non avessero alcun merito, quasi fosse, viceversa, un dono ricevuto dalla propria musa ispiratrice. Sono testimonianze interessanti perché sembra che l’artista si faccia da parte per ascoltare e tradurre in parole quello che percepisce dalla sua parte oscura. L’attività del poeta non si limita a questa fase, tanto fondamentale quanto rischiosa, perché, nel lasciarsi andare all’ascolto delle proprie intime profondità, << si spalanca un abisso che può travolgere >> . Vorremmo però riportare qui alcuni preziosi punti di vista di autori che ci descrivono proprio questo stadio del loro fare poetico.
Se per il romagnolo Raffaello Baldini << il poeta è il punto di incrocio di una serie di forze che lo trascendono >> , Franco Loi, nel bellissimo e ispirato libro, ricco di consonanze groddeckiane, La luce della poesia, afferma che egli << sta in quel punto fragile e precario in cui conscio e inconscio si toccano, in cui è così facile essere esposti al vento >> . Ma cos’è questo vento? Qui il vento può rappresentare ciò che sta oltre il poeta stesso, ma con cui egli deve assolutamente mescolarsi per poter portare a termine il suo compito. L’arte del poeta non consiste nell’utilizzare le parole più appropriate per descrivere un evento o un pensiero anche profondo. Ci può essere uno studio accurato per i singoli termini, è vero, ma soprattutto la ricerca è tesa a trovare un linguaggio che ogni volta sappia generare. Nella stessa opera Loi scrive: << Se nel parlare comune la parola è assunta in riferimento a un “valore convenuto”, nel dire poetico la parola è espressa a significare il rapporto tra l’uomo e la cosa, perciò a riscoprire la cosa >> .
Ana Blandiana, grande poetessa romena contemporanea, fa una riflessione proprio su questo punto, mostrando altresì la differenza tra letteratura e poesia ed evidenziando una particolarità significativa di quest’ultima. << Mentre la materia prima da cui viene ritagliata la letteratura è la parola, il mistero della poesia è costituito da silenzi che le parole si limitano a circoscrivere e valorizzare. Il mistero non è però mai nebuloso. Esso comincia al di là, non al di qua della trasparenza >> . Entrambi gli autori, pur nella loro diversità, affermano l’importanza della parola per la poesia, ma non si riferiscono alla parola comune, quella denotativa, contenuta nei vocabolari, che si esaurisce nel momento in cui il concetto è stato designato. La parola poetica ha in sé qualcosa di più. Può mettersi addirittura al servizio del silenzio, creando cesure e donando mistero e forza evocativa all’opera. La parola della poesia è “parola piena”, parola viva, indistinguibile dalla cosa e dalle emozioni che la circondano, in sostanza “psicosomatica”. Durante la fase creativa, il momento culminante e nello stesso tempo oscuro per molti autori, le parole giungono fluide, duttili, cessano di essere solo definizioni, gli accostamenti si presentano con facilità e non servono solo a pervadere il componimento di eufonia, bensì aggiungono significato, fanno risuonare il testo. Potremmo dire che la parola si presenta come se fosse circondata da un alone, è come se venisse presa in prestito da un mondo in cui il linguaggio non ha ancora raggiunto la piena maturazione, quando certe astrazioni sono sempre in via di formazione. In tale fase non è ancora precisa la corrispondenza tra parola e significato, si vive sotto l’influsso di un’indeterminatezza molto ricca di connessioni tra suoni, simboli, oggetti.
Ricorda il periodo della prima infanzia, quando per il bambino certe corrispondenze tra concetti e parole non sono ancora chiare. Ricorda soprattutto la cultura orientale nella quale la poesia “presentazionale” (dove la forma prevale sul contenuto), rispetto alla prosa “rappresentazionale” (dove al contrario il contenuto prevale sulla forma), è una parte vitale della vita mentale: non ha lo scopo di raggiungere un obiettivo ma di creare una realtà prima inesistente. E ciò si baserebbe secondo Bollas, riferito ai cinesi, <sull’idea della presenza di pensieri-madre >>, << strutture (che) mantengono il tipo di comunicazione che deriva dal modo di essere della madre con il suo bambino >> . Per l’adulto si tratta di episodi dimenticati, che probabilmente sono andati ad arricchire la sua parte oscura. Non è quindi strano che un poeta tenti di raggiungere, o si faccia sorprendere, proprio da quella parte in ombra per trovare il linguaggio più adatto, quello rigenerante.
Può essere interessante vedere a questo punto la concezione di Giovanni Pascoli riguardo al significato che egli attribuisce all’essere poeta. È uno sguardo più “remoto” rispetto agli altri riportati, ma non privo di forza autentica e di significato. Egli sostiene che in ogni uomo si cela un fanciullino: << Ma è veramente in tutti il fanciullo musico? Che in qualcuno non sia, non vorrei credere né ad altri né a lui stesso: tanta a me parrebbe di lui la miseria e la solitudine >> . Il poeta si distingue per la capacità di ascoltare il fanciullino che è in lui e per sapersi ancora stupire di fronte alle cose del mondo. << (…) egli (il fanciullino) è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adattane il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: impiccolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare >> . E Freud sostiene nel suo celebre saggio Il poeta e la fantasia che << ogni bambino impegnato nel gioco si comporta come un poeta, in quanto si costruisce un suo proprio mondo o, meglio, dà a suo piacere un nuovo assetto alle cose del suo mondo >> .
Osserva giustamente Giancarlo Pontiggia, nel saggio Lo stadio di Nemea, come la poesia nasca in realtà nell’adolescenza, << luogo d’urto tra i processi fantastici e irrazionali dell’infanzia e il presagio di un pensiero strutturato, di un ordinamento del mondo>> . Sarebbe proprio in questo crocevia spaesante e irriducibile tra ordine materno e ordine paterno, che il critico e poeta milanese individua l’autentica <>: una terra di confine fra la nostalgia di un passato che non tornerà più e l’ansia vertiginosa per un futuro che irresistibilmente attrae.
Sebbene il concepimento di una poesia sembri avvenire in un luogo assolutamente particolare, regolato da leggi che non si conoscono, molti sono stati i poeti e i pensatori che hanno preso coscienza della specificità dell’atto poetico, cercando di esplorarne anche i passaggi più oscuri.
Se << scrivere una poesia è come pensare, abitare lo spazio del pensiero >> e << ogni pensiero inizia con una poesia >> , nondimeno questo inizio, per riprendere George Steiner e il suo prezioso saggio La poesia del pensiero, è difficile da afferrare, che si tratti di attingere alla vita inconscia di un popolo o a una matrice inconscia più strettamente individuale.
Mentre il linguaggio orientale ha una forma sintattica semplice che porta alla << creazione di strutture musicali di parole che catturano il sé con esperienze intense che coinvolgono tutto l’essere >> , il nostro linguaggio occidentale è paterno, basato su espressioni verbali ben più articolate e complesse, ci tiene facilmente in ostaggio.
Spesso una sola parola è generativa e purtroppo << nel luogo oscuro dove s’affondano le radici mancano le gentili intermediarie >>. Per questo forse Thomas Bernard, il cui bellissimo racconto Cemento ruota tutto attorno alla difficoltà di scrivere la prima frase, scrive in un’altra opera: << Il linguaggio grava in modo assai nefasto sul pensiero che si intende fissare e lo riduce in ogni caso a un continuo stato di debolezza dello spirito, al quale però un uomo pensante deve sapersi rassegnare >>. Ai bambini viene così insegnato ad acquisire progressive competenze linguistiche, dote tanto innata quanto imposta: sollecitati a non cadere nei buchi del linguaggio, a diventare “esperti” come i grandi nella capacità di tenere sotto controllo questi buchi, presto o tardi finiscono anche loro sotto il suo giogo. Sacrificando l’invenzione a favore dell’argomentazione , cercano definizioni lucide, esplicite e più chiare possibili, non aperte all’interpretazione degli altri, in sintesi si identificano con l’ordine paterno.
Ammonisce Rainer Maria Rilke: << Io temo tanto la parola degli uomini. / Dicono tutto sempre così chiaro: questo si chiama cane e quello casa, / e qui è l’inizio e là la fine. / E mi spaura il modo, lo schernire per gioco, / che sappian tutto ciò che fu e sarà; / non c’è montagna che li meravigli; / le loro terre e giardini confinano con Dio. / Vorrei ammonirli, fermarli: state lontani. / A me piace sentire le cose cantare. / Voi le toccate: diventano rigide e mute. / Voi mi uccidete le cose >> . E qui sembra proprio riferirsi a un’umanità incapace di ricordare di essere stata una volta bambina, immersa nello stupore per un mondo ancora tutto da decifrare, in cui vi sono cose senza nome e uno stesso nome per più cose, uno spazio tanto grande dove può ancora entrare di tutto.
In fondo << si può dire qualcosa solo se si è imparato a parlare >> affermava perentorio Wittgenstein nelle sue Ricerche filosofiche . A questo fa da contrappeso l’aneddoto più volte citato nelle sue conferenze dal filosofo Aldo Giorgio Gargani: una bambina, sollecitata dai genitori a pensare bene a quello che avrebbe dovuto dire prima di parlare, rispose come faccio a sapere quello che penso se non vedo quello che dico? ”. Un evidente invito a recuperare la saggia intuizione di una disarmata infanzia alla quale solo la lezione dei poeti può venire in soccorso: abbandonando l’orizzonte razionale che dà un’immagine riflessa della realtà ed entrando in contatto con i moti dell’animo, la parola smette di essere << una catena con una zeppa nella ruota dello spirito ma come una seconda ruota che le corre parallela sullo stesso asse >>.
Che sia comunicazione orale o scritta, la lingua da sola non ha certo scampo se vuole competere con l’universalità della matematica e della musica, con le capacità di quest’ultima di << simultaneità polisemantica, di significati molteplici sotto la spinta di forme intraducibili >> .
Per l’uomo, “animale dotato di linguaggio”, il pensiero poetico può dire l’indicibile soltanto sottoponendo a verifica le parole , presentandosi cioè sotto forma di metafora: ”la poesia è una metafora“ dice Neruda al suo Postino, nell’omonimo poeticissimo film interpretato da Massimo Troisi e Philippe Noiret.
In questo modo, forse, le parole possono essere sgravate dal loro peso e riprendere la danza .
<< Vi sono associazioni tra parole che il nostro pensiero superficiale, quello che vive delle sue astrazioni, non conosce, non controlla, non coordina secondo la sua logica e la sua scienza. (…..) Questa parte oscura della nostra parola è il nostro serbatoio di realtà, la nostra fonte. Ed essa ci è accessibile perché – la poesia è questo – affiora in ogni parola. Ascoltare una parola e non una frase, è, ancora per un istante, intenderla prima che vi si mostrino le articolazioni del concetto. Una vita si apre >> . Con queste parole il grande poeta francese Bonnefoy si riferisce alla speciale condizione in cui le parole ci raggiungono prima dei concetti ai quali sono associate, uno stato mentale che ricorda proprio quello della prima infanzia. Egli è convinto che uno stato simile possa essere raggiunto nel momento in cui ci diamo l’opportunità di scrivere, di ascoltare la nostra memoria e ritrovare << quei momenti in cui, per una qualche ragione, abbiamo scorto un albero, o un cielo, o tale o talaltra persona amica o anche sconosciuta, in un sovrappiù di senso rispetto a ciò cui avremmo potuto ridurle (…) >>. La poesia potrebbe, in questo modo, compiere l’impresa di trascendere la parola facendoci intendere la realtà in quanto tale, e non la sua rappresentazione astratta.
Un elemento fondante l’atto creativo è l’ispirazione. Un poeta senza ispirazione non riesce a trovare la sua forza principale, la condizione che lo rende unico; si sente smarrito e depresso, come se fosse stato deprivato di una sua parte. Prova e riprova a scrivere, va alla ricerca di luoghi evocativi o di letture significative, ma nessun verso trova la via d’uscita. L’ispirazione non obbedisce a nessun richiamo. O forse non si è ancora imparato a chiamarla. La poetessa polacca Wisława Szymborska nel suo discorso ‘Il poeta e il mondo’, tenuto in occasione del conferimento del premio Nobel nel 1996, (contenuto nel libro dal titolo Vista con granello di sabbia) scrive: << Alla domanda su cosa essa sia (l’ispirazione), ammesso che esista, i poeti contemporanei danno risposte evasive. Non perché non abbiano sentito il beneficio di tale impulso interiore. Il motivo è un altro. Non è facile spiegare a qualcuno qualcosa che noi stessi non sappiamo >>. Quindi i poeti non sanno cosa sia, si esaltano per la sua presenza, si deprimono se viene meno, ma soprattutto la conoscono per la sua intermittenza. Per alcuni artisti l’ispirazione arriva a sorpresa. Secondo questo punto di vista essa sarebbe indipendente dai desideri consci dell’uomo, ma piuttosto, ancora per Loi, in rapporto alle pulsioni inconsce, al quale l’Io farebbe così fatica ad abbandonarsi .
Ecco cosa scrive Ana Blandiana nel libro Incollare mondi, cucire parole: << L’arte della poesia è un’arte dell’attesa delle immagini, non soltanto mai viste, ma allo stesso tempo invisibili. L’arte dell’immagine in poesia è la capacità di vedere- e far sì che anche gli altri vedano- l’invisibile. Qualcosa che è più vicino al miracolo che al mestiere >> . E la Bachmann nel Libro del deserto sembra confermarla: << Non sono ancora abbastanza vecchia per avere un’opinione. Aspetto un’immagine >>.
Ma la mente umana è capace di strategie inaspettate, perciò non ci dobbiamo meravigliare se artisti di chiara fama giungono a conclusioni diverse. Il geniale compositore e direttore d’orchestra Leonard Bernstein sostiene: << L’ispirazione è meravigliosa quando arriva, ma lo scrittore deve sviluppare un approccio per la parte restante del tempo… L’attesa è semplicemente troppo lunga >>. E lo scrittore statunitense Jack London dice: << Non puoi aspettare che arrivi l’ispirazione. Devi andarne in cerca con un bastone >>.
Ciò che la maggior parte degli autori ravvisa come necessaria è la “Negative Capability”, già vagheggiata da John Keats, poeta fondamentale per il romanticismo inglese, che, in una lettera del 1817 ai fratelli, la individuava nella capacità << di stare nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio, senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione >> . Secondo Keats questo tipo di atteggiamento favorisce la vulnerabilità, la permeabilità e l’intuizione, tutti elementi fondamentali per chi ambisce a scrivere versi e, a suo parere, posseduto in massimo grado proprio da Shakespeare.
Non è possibile non riconoscervi un’eco importante anche in altri ambiti applicativi, non solo recenti come il Social Dreaming di Gordon Lawrence (“sognare sociale, sognare insieme”) con l’utilizzo del day dreaming, ma nello stesso pensiero di Groddeck, come si evince dalla lettera a Ferenczi, citata in exergo a Sconfinamenti con molto tatto, dove l’analista selvaggio scrive all’amico: << tu sei costretto a voler comprendere le cose e io sono costretto a non voler comprendere. (…) io mi sento a mio agio nell’imago del corpo materno, con la sua oscurità e tu vuoi allontanartene >> e ancora più avanti: << Da parte mia amo l’indeterminato, preferisco dubitare >>.
Un’altra eredità rilevante di Keats, tuttora di grande interesse e attualità, è il paragone, fatto in una lettera del 1818 a Richard Woodhouse , col camaleonte, in quanto il poeta non ha un io, è passivo, è la << più impoetica di tutte le creature (…) continuamente intento a riempire qualche altro corpo >> . Già queste considerazioni, e se ne potrebbero aggiungere per risonanza tantissime altre, ci spingono a vedere il fare poetico come una manifestazione creativa che si sottrae al controllo della razionalità, così come i processi stessi grazie ai quali prende forma, in quanto << la natura del poeta è (essenzialmente) contemplativa >> . Soprattutto << il poeta non è uno che cerca né uno che sa, eppure cerca e sa, vede eppure è cieco e si lascia guidare dall’impulso interiore >> .
La nascita di una poesia, come il mondo che la circonda, è cosa quasi impossibile da programmare. Anche se lavoriamo attorno a un progetto poetico che catalizza tutta la nostra attenzione, incontriamo spesso una certa resistenza quando, per volontà, ci sediamo alla scrivania a comporre una poesia. Possiamo argomentare intuizioni, lanciare ponti tra un ragionamento e la nostra parte oscura, ma difficilmente riusciremo a prestabilire la data di nascita di una poesia, almeno che non ci riecheggi nella testa da qualche tempo. Sappiamo che è nostra, la sensazione è quella di averla in pugno: quella strada, quell’albero, tutto è ancora vivo, quel nostro incontro remoto è ancora lì… ma a volte non si decide a emergere. Poi, dopo un periodo imprecisato, ecco che la poesia si presenta al mondo. Ma chi ne è l’autore? Groddeck non ha dubbi, è l’ES che ci vive, l’Es che ci scrive a nostra insaputa. Non ci sorprende che due autori “groddeckiani riconoscenti” come il poeta inglese Auden e il genovese Sanguineti esprimano idee simili. Il primo afferma infatti: << Noi siamo vissuti dai poteri che vogliamo far credere di capire >> ; il secondo: << si è scritti oltre che scrivere e più che scrivere >> . E trova la stessa eco in Jean Cocteau, poeta e intellettuale francese tra i più acuti del novecento: << Noi non scriviamo, siamo scritti >> . Allargando il cerchio, in un saggio di Marina Cvetaeva si legge: << La condizione creativa è quella dell’ossessione. Qualcosa o qualcuno s’insedia in te, la tua mano è solo strumento – non di te, di un altro. Di che si tratta? Di ciò che attraverso te vuole essere >> . Lo stesso Loi, che non cita mai l’autore del libro dell’Es ma che deve averlo letto sicuramente: << Chi fa poesia ha sempre la precisa coscienza d’esserci in lui Qualcuno che detta, Qualcuno che recita, Qualcuno che osserva >> . Ancora Ana Blandiana: << Ho sempre la strana sensazione che non sia io a scrivere, che c’è qualcun altro a scrivere per me, senza che nemmeno mi faccia sapere il tema. E pure non mi sento offesa, bensì fiera come una dama di corte cui il sovrano abbia dato un figlio >>.

LA STRADA IMPREVEDIBILE DELL’INCONSCIO

La poetessa austriaca Ingeborg Bachmann, oltre a sostenere la grande importanza del Libro dell’Es, dedicò a Groddeck un racconto dal titolo Occhi felici. La protagonista del racconto, Miranda, è affetta da un grave disturbo della vista. Ora questo difetto potrebbe essere in parte corretto se Miranda avesse la costanza di cambiarsi spesso gli occhiali. In realtà, a causa di sbadataggine, di piccoli incidenti più o meno incoraggiati, Miranda si trova quasi sempre sprovvista degli occhiali giusti. Molto spesso il mondo che osserva non è quello reale ma quello che le è imposto dalla sua patologia visiva. In definitiva Miranda ben si adatta alla sua debolissima vista perché le permette di cancellare tante brutture, di vedere la bellezza dove le fa piacere, di immaginare uomini e paesaggi depurati dallo squallore che spesso la realtà impone.
Groddeck sosteneva che tutte le malattie sono prodotte dall’Es con un preciso scopo, talvolta possono sopraggiungere perfino per facilitare la vita del malato stesso.
La Bachmann trovò illuminante questa teoria, tant’è che si riscontra nel racconto citato. La miopia che affligge Miranda è quindi sopraggiunta per risparmiarle visioni ostili che avrebbero potuto arrecare danno ai suoi giorni, ma la donna sembra essere cosciente di questa condizione e collabora con il suo difetto per vivere come più desidera. Non si tratta di una persona che si “lascia vivere”: in fondo è lei che sceglie di non portare gli occhiali e di conseguenza il percorso della sua vita.
A volte, nel mondo reale come nella finzione letteraria, è meno faticoso rimanere volontariamente all’oscuro di certe dinamiche piuttosto che viverle e accettarle in piena consapevolezza. Se nella vita di tutti i giorni quasi mai è possibile sottrarci a quello che la realtà impone, lo è in letteratura e ovviamente in poesia. Tra i punti di forza della scrittura vi è anche quello di offrire al lettore un’alternativa valida, se pur momentanea e ammissibile solo a livello di pensiero, rispetto al mondo definito dalla realtà condivisa. Se il testo letterario non desse questa opportunità al lettore o se quest’ultimo non collaborasse per trarre il massimo giovamento dalla lettura, l’arte della scrittura perderebbe molto del suo fascino e il suo scopo sarebbe poca cosa. A questo proposito Coleridge coniò l’espressione “sospensione volontaria dell’incredulità”. Con queste parole egli vuol dire che il lettore di un testo, così come lo spettatore di un’opera teatrale, deve sacrificare volontariamente la sua capacità critica di fronte alle piccole incongruenze che possono presentarsi, se vuole essere interamente coinvolto dalla trama portante o dal significato più profondo dell’opera.
Sembra quasi che per far funzionare al meglio le cose, tanto l’artefice di mondi alternativi, quanto chi ne trae beneficio, debbano scordarsi temporaneamente, e per motivi in parte diversi, delle regole alle quali tutti dobbiamo sottostare: il primo perché alla perenne ricerca di un’ispirazione, il secondo per potersi perdere nel mondo rappresentato dall’autore. Sempre ci sarà uno scollamento dalla parte cosciente, e il prenderne le distanze può essere una scelta fatta in piena consapevolezza.
Questa reciprocità, che implica una corrispondenza dinamica tra il mondo interiore del poeta e quello del lettore, è altamente auspicabile in poesia. Se il primo ha esaurito il suo compito con la scrittura del testo, il secondo è continuamente all’opera, mosso da un progressivo desiderio di ricerca di sé o, al contrario, di qualcosa che ancora non gli appartiene. Per quanto la poesia abbia fondamenta solide, essa dovrà essere capace di restituire alle parole la loro ombra (come direbbe Paul Celan) in spazi larghi di silenzio, così che anche il lettore possa ritrovarvi, non senza un iniziale smarrimento, un punto da cui ripartire e contribuire in questo modo a riscriverla.
Vorremmo pensare a un libro di poesia come a qualcosa di vibrante, come a una creazione senza fine. Non a caso la poesia è una forma d’arte che crea e l’etimologia greca ce lo ricorda.
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Pensare prima di parlare è la parola d’ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore.

Edward Morgan Forster, Two Cheers for Democracy

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