Prime considerazioni sull’Es nella poesia

Prime considerazioni sull’ES nella poesia
Annalisa Ciampalini e Giancarlo Stoccoro

(in: Pierino Porcospino e l’analista selvaggio, ADV Publishing House, Lugano 2016, p.163- 182

Io non sono affatto Io, ma una forma in perenne mutamento in cui si manifesta l’Es, e il sentimento di sé è un trucco dell’Es per confondere le idee che l’uomo ha di se stesso, per aiutarlo a mentire a se stesso, per farne un più docile strumento della vita. Io! Man mano che l’età ci fa rimbecillire, ci abituiamo a questa idea di grandezza insufflataci dall’Es, fino al punto di dimenticare totalmente il tempo in cui non riuscivamo a comprendere quel concetto, e parlavamo di noi stessi in terza persona: “Emma cattiva, Emma prendere toc toc”. “Patrik stato buono, Patrik cioccolata”. Quale adulto potrebbe vantarsi di una simile obiettività?
Georg Groddeck

Ogni pensiero inizia con una poesia.
Alain

L’INCONSCIO OGGI

Parlare d’inconscio è molto difficile visto che ci si deve riferire a qualcosa di oscuro, il cui interno non si manifesta. Possiamo parlarne da un punto di vista macroscopico, descriverlo come contenitore di pensieri, atteggiamenti, sentimenti che non vengono alla luce, ma non possiamo dir nulla sugli elementi che lo compongono, in quanto restano inespressi. È difficile riconoscere i pensieri che riescono ad abbandonare l’inconscio per emergere nella luce della coscienza, e anche essere sicuri che questo processo possa avvenire. Volendo restare lontani dal linguaggio delle scienze che studiano la psiche umana, ci viene da dire che in quanto esseri umani accettiamo l’idea di possedere un inconscio anche se non ci è possibile distinguerne i limiti, anche se ci è precluso sapere quale porzione della nostra mente sia sotto il suo dominio. Viviamo in un’epoca in cui tutte le parti del nostro corpo possono essere esplorate. Anche il cervello, l’organo a quanto pare più complesso e misterioso che possediamo, può essere ispezionato. Non del tutto e magari non in modo soddisfacente, ma adesso il contenuto del nostro cranio sembra essere diventato meno enigmatico e incorporeo di un tempo. Le emozioni hanno acquisito le prime sembianze, sono ora più lontane dai moti del cuore con cui venivano indicate una volta. Con questo, niente di affascinante e misterioso è andato perduto: ricondurre emozioni o stati d’animo a un’attività neuronale non svilisce assolutamente la straordinarietà della vasta gamma dei sentimenti umani.
In realtà, gli strumenti più precisi, il progresso scientifico e tecnologico, nulla tolgono al mistero atavico della vita, alle sue innumerevoli pulsioni, alle sorprese che derivano dallo stare al mondo. Oggi, proprio come in passato, l’inconscio può essere sentito, avvertito, in certe occasioni anche esaltato, ma come facciamo a essere sicuri che sia proprio lui il responsabile di alcune nostre azioni, scelte, suggestioni? Come possiamo essere certi che l’entità ritenuta responsabile di associazioni e sogni sia la stessa che si lascia accarezzare dai poeti quando sono all’opera?
Il dottor Groddeck, l’analista selvaggio << maestro della caricatura psicosomatica >> , nei cui libri poeti e scrittori (tra cui W.H. Auden, Henry Miller, Lawrence Durrell, Ingeborg Bachmann e Edoardo Sanguineti) videro << la certezza magica della loro poesia – che, dopo tutto, non è che il dono di vedere >> , riuscì a evitare di bloccarsi di fronte alla presenza dell’inconscio, al quale tributò un’estensione e un potere sconfinati e diede il nome di Es. Di esso si servì alla ricerca di una cura per i suoi pazienti e ne scrisse per tutta la vita senza mai pretendere di sottometterlo o di renderlo cosciente, perché lo stesso Io non sarebbe altro che una delle sue innumerevoli manifestazioni: << Il pensiero peculiare dell’uomo è senza parole, sotterraneo, inconscio, e la lotta delle forze plasmatrici con questa natura silenziosa è la vita interiore dell’uomo. – Non c’è affatto un Io, è una menzogna, una deformazione, quando si dice: io penso, io vivo. Dovrebbe essere: esso pensa, esso vive. Es, cioè il grande mistero del mondo. Non c’è alcun Io >> .
Se per Groddeck l’inconscio resta impenetrabile e indefinibile, perché di esso << non si può parlare ma solo balbettare qualcosa (…) se non si vuole che dal profondo emerga con clamore selvaggio la genia infernale dell’universo sotterraneo >> , è lui stesso a riconoscere nei poeti << i soli portavoce di cui (l’Es) si serve >>.
Può darsi che nemmeno i poeti siano in grado di definire l’inconscio, ma per esperienza sanno di uno spazio che rifugge da limiti e da controlli, di un luogo al confine con la consapevolezza. Da lì attingono a piene mani.

LA POESIA E L’INCONSCIO

Sei un artista e molto dovresti imparare prima che io lo creda! Guarda come tuo figlio modella e costruisce. Questo è canto, questa è poesia. (…) Puoi tu trasformare la pietra in compagno di giochi? (…) Puoi tu l’impossibile? Inchinati superbo! Diventa un bambino! (…) Vivi con i bambini, così diventerai tu un bambino, e più ancora: un essere umano.
Georg Groddeck, Questione di donna

Forse ci sono organi particolari per la parola. Perciò non può essere pensata. A volte si cammina per strada e, improvvisamente, si è colti da un verso. Non si pensa, ma è proprio un verso già fatto, stupendo, che esce da chissà dove e ci attraversa. Spesso è fissando il vuoto davanti a noi che veniamo colti dalla parola. Anzi, da sequenze di parole, che hanno un loro ritmo e una musica d’insieme. Sono ripetizioni inconsce? Memorie? Immagini? È come aprire una porta con una chiave sconosciuta: si entra e si vedono cose, si provano sensazioni- sensazioni di quel luogo in cui si è entrati, non altre. Si apre qualcosa, e si mette in funzione un certo << organo >> o << impulso >> e, attraverso << lui >> si entra in quel mondo, soltanto in quello, e non in un altro.

Franco Loi, La luce della poesia

La grandezza e la forza della poesia non trovano rispondenza nell’immagine stereotipata del poeta, e neppure nei semplici strumenti materiali che occorrono per compiere quest’arte. Pochi clamori si sollevano attorno a un poeta, egli lavora nell’ombra. Potrebbe allora sembrare un artificio quello di andare a cercare una nobile nascita per l’arte poetica, un favore che le facciamo per redimerla da una condizione al momento sfavorevole. Ma non vi sono dubbi sulle sue nobili origini, sull’importanza che da sempre riveste per l’umanità. Alcuni poeti, quando parlano della genesi delle loro opere, lo fanno senza alcuna sorta di narcisismo, come se non avessero alcun merito, quasi fosse, viceversa, un dono ricevuto dalla propria musa ispiratrice. Sono testimonianze interessanti perché sembra che l’artista si faccia da parte per ascoltare e tradurre in parole quello che percepisce dalla sua parte oscura. L’attività del poeta non si limita a questa fase, tanto fondamentale quanto rischiosa, perché, nel lasciarsi andare all’ascolto delle proprie intime profondità, << si spalanca un abisso che può travolgere >> . Vorremmo però riportare qui alcuni preziosi punti di vista di autori che ci descrivono proprio questo stadio del loro fare poetico.
Se per il romagnolo Raffaello Baldini << il poeta è il punto di incrocio di una serie di forze che lo trascendono >> , Franco Loi, nel bellissimo e ispirato libro, ricco di consonanze groddeckiane, La luce della poesia, afferma che egli << sta in quel punto fragile e precario in cui conscio e inconscio si toccano, in cui è così facile essere esposti al vento >> . Ma cos’è questo vento? Qui il vento può rappresentare ciò che sta oltre il poeta stesso, ma con cui egli deve assolutamente mescolarsi per poter portare a termine il suo compito. L’arte del poeta non consiste nell’utilizzare le parole più appropriate per descrivere un evento o un pensiero anche profondo. Ci può essere uno studio accurato per i singoli termini, è vero, ma soprattutto la ricerca è tesa a trovare un linguaggio che ogni volta sappia generare. Nella stessa opera Loi scrive: << Se nel parlare comune la parola è assunta in riferimento a un “valore convenuto”, nel dire poetico la parola è espressa a significare il rapporto tra l’uomo e la cosa, perciò a riscoprire la cosa >> .
Ana Blandiana, grande poetessa romena contemporanea, fa una riflessione proprio su questo punto, mostrando altresì la differenza tra letteratura e poesia ed evidenziando una particolarità significativa di quest’ultima. << Mentre la materia prima da cui viene ritagliata la letteratura è la parola, il mistero della poesia è costituito da silenzi che le parole si limitano a circoscrivere e valorizzare. Il mistero non è però mai nebuloso. Esso comincia al di là, non al di qua della trasparenza >> . Entrambi gli autori, pur nella loro diversità, affermano l’importanza della parola per la poesia, ma non si riferiscono alla parola comune, quella denotativa, contenuta nei vocabolari, che si esaurisce nel momento in cui il concetto è stato designato. La parola poetica ha in sé qualcosa di più. Può mettersi addirittura al servizio del silenzio, creando cesure e donando mistero e forza evocativa all’opera. La parola della poesia è “parola piena”, parola viva, indistinguibile dalla cosa e dalle emozioni che la circondano, in sostanza “psicosomatica”. Durante la fase creativa, il momento culminante e nello stesso tempo oscuro per molti autori, le parole giungono fluide, duttili, cessano di essere solo definizioni, gli accostamenti si presentano con facilità e non servono solo a pervadere il componimento di eufonia, bensì aggiungono significato, fanno risuonare il testo. Potremmo dire che la parola si presenta come se fosse circondata da un alone, è come se venisse presa in prestito da un mondo in cui il linguaggio non ha ancora raggiunto la piena maturazione, quando certe astrazioni sono sempre in via di formazione. In tale fase non è ancora precisa la corrispondenza tra parola e significato, si vive sotto l’influsso di un’indeterminatezza molto ricca di connessioni tra suoni, simboli, oggetti.
Ricorda il periodo della prima infanzia, quando per il bambino certe corrispondenze tra concetti e parole non sono ancora chiare. Ricorda soprattutto la cultura orientale nella quale la poesia “presentazionale” (dove la forma prevale sul contenuto), rispetto alla prosa “rappresentazionale” (dove al contrario il contenuto prevale sulla forma), è una parte vitale della vita mentale: non ha lo scopo di raggiungere un obiettivo ma di creare una realtà prima inesistente. E ciò si baserebbe secondo Bollas, riferito ai cinesi, <sull’idea della presenza di pensieri-madre >>, << strutture (che) mantengono il tipo di comunicazione che deriva dal modo di essere della madre con il suo bambino >> . Per l’adulto si tratta di episodi dimenticati, che probabilmente sono andati ad arricchire la sua parte oscura. Non è quindi strano che un poeta tenti di raggiungere, o si faccia sorprendere, proprio da quella parte in ombra per trovare il linguaggio più adatto, quello rigenerante.
Può essere interessante vedere a questo punto la concezione di Giovanni Pascoli riguardo al significato che egli attribuisce all’essere poeta. È uno sguardo più “remoto” rispetto agli altri riportati, ma non privo di forza autentica e di significato. Egli sostiene che in ogni uomo si cela un fanciullino: << Ma è veramente in tutti il fanciullo musico? Che in qualcuno non sia, non vorrei credere né ad altri né a lui stesso: tanta a me parrebbe di lui la miseria e la solitudine >> . Il poeta si distingue per la capacità di ascoltare il fanciullino che è in lui e per sapersi ancora stupire di fronte alle cose del mondo. << (…) egli (il fanciullino) è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adattane il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: impiccolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare >> . E Freud sostiene nel suo celebre saggio Il poeta e la fantasia che << ogni bambino impegnato nel gioco si comporta come un poeta, in quanto si costruisce un suo proprio mondo o, meglio, dà a suo piacere un nuovo assetto alle cose del suo mondo >> .
Osserva giustamente Giancarlo Pontiggia, nel saggio Lo stadio di Nemea, come la poesia nasca in realtà nell’adolescenza, << luogo d’urto tra i processi fantastici e irrazionali dell’infanzia e il presagio di un pensiero strutturato, di un ordinamento del mondo>> . Sarebbe proprio in questo crocevia spaesante e irriducibile tra ordine materno e ordine paterno, che il critico e poeta milanese individua l’autentica <>: una terra di confine fra la nostalgia di un passato che non tornerà più e l’ansia vertiginosa per un futuro che irresistibilmente attrae.
Sebbene il concepimento di una poesia sembri avvenire in un luogo assolutamente particolare, regolato da leggi che non si conoscono, molti sono stati i poeti e i pensatori che hanno preso coscienza della specificità dell’atto poetico, cercando di esplorarne anche i passaggi più oscuri.
Se << scrivere una poesia è come pensare, abitare lo spazio del pensiero >> e << ogni pensiero inizia con una poesia >> , nondimeno questo inizio, per riprendere George Steiner e il suo prezioso saggio La poesia del pensiero, è difficile da afferrare, che si tratti di attingere alla vita inconscia di un popolo o a una matrice inconscia più strettamente individuale.
Mentre il linguaggio orientale ha una forma sintattica semplice che porta alla << creazione di strutture musicali di parole che catturano il sé con esperienze intense che coinvolgono tutto l’essere >> , il nostro linguaggio occidentale è paterno, basato su espressioni verbali ben più articolate e complesse, ci tiene facilmente in ostaggio.
Spesso una sola parola è generativa e purtroppo << nel luogo oscuro dove s’affondano le radici mancano le gentili intermediarie >>. Per questo forse Thomas Bernard, il cui bellissimo racconto Cemento ruota tutto attorno alla difficoltà di scrivere la prima frase, scrive in un’altra opera: << Il linguaggio grava in modo assai nefasto sul pensiero che si intende fissare e lo riduce in ogni caso a un continuo stato di debolezza dello spirito, al quale però un uomo pensante deve sapersi rassegnare >>. Ai bambini viene così insegnato ad acquisire progressive competenze linguistiche, dote tanto innata quanto imposta: sollecitati a non cadere nei buchi del linguaggio, a diventare “esperti” come i grandi nella capacità di tenere sotto controllo questi buchi, presto o tardi finiscono anche loro sotto il suo giogo. Sacrificando l’invenzione a favore dell’argomentazione , cercano definizioni lucide, esplicite e più chiare possibili, non aperte all’interpretazione degli altri, in sintesi si identificano con l’ordine paterno.
Ammonisce Rainer Maria Rilke: << Io temo tanto la parola degli uomini. / Dicono tutto sempre così chiaro: questo si chiama cane e quello casa, / e qui è l’inizio e là la fine. / E mi spaura il modo, lo schernire per gioco, / che sappian tutto ciò che fu e sarà; / non c’è montagna che li meravigli; / le loro terre e giardini confinano con Dio. / Vorrei ammonirli, fermarli: state lontani. / A me piace sentire le cose cantare. / Voi le toccate: diventano rigide e mute. / Voi mi uccidete le cose >> . E qui sembra proprio riferirsi a un’umanità incapace di ricordare di essere stata una volta bambina, immersa nello stupore per un mondo ancora tutto da decifrare, in cui vi sono cose senza nome e uno stesso nome per più cose, uno spazio tanto grande dove può ancora entrare di tutto.
In fondo << si può dire qualcosa solo se si è imparato a parlare >> affermava perentorio Wittgenstein nelle sue Ricerche filosofiche . A questo fa da contrappeso l’aneddoto più volte citato nelle sue conferenze dal filosofo Aldo Giorgio Gargani: una bambina, sollecitata dai genitori a pensare bene a quello che avrebbe dovuto dire prima di parlare, rispose come faccio a sapere quello che penso se non vedo quello che dico? ”. Un evidente invito a recuperare la saggia intuizione di una disarmata infanzia alla quale solo la lezione dei poeti può venire in soccorso: abbandonando l’orizzonte razionale che dà un’immagine riflessa della realtà ed entrando in contatto con i moti dell’animo, la parola smette di essere << una catena con una zeppa nella ruota dello spirito ma come una seconda ruota che le corre parallela sullo stesso asse >>.
Che sia comunicazione orale o scritta, la lingua da sola non ha certo scampo se vuole competere con l’universalità della matematica e della musica, con le capacità di quest’ultima di << simultaneità polisemantica, di significati molteplici sotto la spinta di forme intraducibili >> .
Per l’uomo, “animale dotato di linguaggio”, il pensiero poetico può dire l’indicibile soltanto sottoponendo a verifica le parole , presentandosi cioè sotto forma di metafora: ”la poesia è una metafora“ dice Neruda al suo Postino, nell’omonimo poeticissimo film interpretato da Massimo Troisi e Philippe Noiret.
In questo modo, forse, le parole possono essere sgravate dal loro peso e riprendere la danza .
<< Vi sono associazioni tra parole che il nostro pensiero superficiale, quello che vive delle sue astrazioni, non conosce, non controlla, non coordina secondo la sua logica e la sua scienza. (…..) Questa parte oscura della nostra parola è il nostro serbatoio di realtà, la nostra fonte. Ed essa ci è accessibile perché – la poesia è questo – affiora in ogni parola. Ascoltare una parola e non una frase, è, ancora per un istante, intenderla prima che vi si mostrino le articolazioni del concetto. Una vita si apre >> . Con queste parole il grande poeta francese Bonnefoy si riferisce alla speciale condizione in cui le parole ci raggiungono prima dei concetti ai quali sono associate, uno stato mentale che ricorda proprio quello della prima infanzia. Egli è convinto che uno stato simile possa essere raggiunto nel momento in cui ci diamo l’opportunità di scrivere, di ascoltare la nostra memoria e ritrovare << quei momenti in cui, per una qualche ragione, abbiamo scorto un albero, o un cielo, o tale o talaltra persona amica o anche sconosciuta, in un sovrappiù di senso rispetto a ciò cui avremmo potuto ridurle (…) >>. La poesia potrebbe, in questo modo, compiere l’impresa di trascendere la parola facendoci intendere la realtà in quanto tale, e non la sua rappresentazione astratta.
Un elemento fondante l’atto creativo è l’ispirazione. Un poeta senza ispirazione non riesce a trovare la sua forza principale, la condizione che lo rende unico; si sente smarrito e depresso, come se fosse stato deprivato di una sua parte. Prova e riprova a scrivere, va alla ricerca di luoghi evocativi o di letture significative, ma nessun verso trova la via d’uscita. L’ispirazione non obbedisce a nessun richiamo. O forse non si è ancora imparato a chiamarla. La poetessa polacca Wisława Szymborska nel suo discorso ‘Il poeta e il mondo’, tenuto in occasione del conferimento del premio Nobel nel 1996, (contenuto nel libro dal titolo Vista con granello di sabbia) scrive: << Alla domanda su cosa essa sia (l’ispirazione), ammesso che esista, i poeti contemporanei danno risposte evasive. Non perché non abbiano sentito il beneficio di tale impulso interiore. Il motivo è un altro. Non è facile spiegare a qualcuno qualcosa che noi stessi non sappiamo >>. Quindi i poeti non sanno cosa sia, si esaltano per la sua presenza, si deprimono se viene meno, ma soprattutto la conoscono per la sua intermittenza. Per alcuni artisti l’ispirazione arriva a sorpresa. Secondo questo punto di vista essa sarebbe indipendente dai desideri consci dell’uomo, ma piuttosto, ancora per Loi, in rapporto alle pulsioni inconsce, al quale l’Io farebbe così fatica ad abbandonarsi .
Ecco cosa scrive Ana Blandiana nel libro Incollare mondi, cucire parole: << L’arte della poesia è un’arte dell’attesa delle immagini, non soltanto mai viste, ma allo stesso tempo invisibili. L’arte dell’immagine in poesia è la capacità di vedere- e far sì che anche gli altri vedano- l’invisibile. Qualcosa che è più vicino al miracolo che al mestiere >> . E la Bachmann nel Libro del deserto sembra confermarla: << Non sono ancora abbastanza vecchia per avere un’opinione. Aspetto un’immagine >>.
Ma la mente umana è capace di strategie inaspettate, perciò non ci dobbiamo meravigliare se artisti di chiara fama giungono a conclusioni diverse. Il geniale compositore e direttore d’orchestra Leonard Bernstein sostiene: << L’ispirazione è meravigliosa quando arriva, ma lo scrittore deve sviluppare un approccio per la parte restante del tempo… L’attesa è semplicemente troppo lunga >>. E lo scrittore statunitense Jack London dice: << Non puoi aspettare che arrivi l’ispirazione. Devi andarne in cerca con un bastone >>.
Ciò che la maggior parte degli autori ravvisa come necessaria è la “Negative Capability”, già vagheggiata da John Keats, poeta fondamentale per il romanticismo inglese, che, in una lettera del 1817 ai fratelli, la individuava nella capacità << di stare nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio, senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione >> . Secondo Keats questo tipo di atteggiamento favorisce la vulnerabilità, la permeabilità e l’intuizione, tutti elementi fondamentali per chi ambisce a scrivere versi e, a suo parere, posseduto in massimo grado proprio da Shakespeare.
Non è possibile non riconoscervi un’eco importante anche in altri ambiti applicativi, non solo recenti come il Social Dreaming di Gordon Lawrence (“sognare sociale, sognare insieme”) con l’utilizzo del day dreaming, ma nello stesso pensiero di Groddeck, come si evince dalla lettera a Ferenczi, citata in exergo a Sconfinamenti con molto tatto, dove l’analista selvaggio scrive all’amico: << tu sei costretto a voler comprendere le cose e io sono costretto a non voler comprendere. (…) io mi sento a mio agio nell’imago del corpo materno, con la sua oscurità e tu vuoi allontanartene >> e ancora più avanti: << Da parte mia amo l’indeterminato, preferisco dubitare >>.
Un’altra eredità rilevante di Keats, tuttora di grande interesse e attualità, è il paragone, fatto in una lettera del 1818 a Richard Woodhouse , col camaleonte, in quanto il poeta non ha un io, è passivo, è la << più impoetica di tutte le creature (…) continuamente intento a riempire qualche altro corpo >> . Già queste considerazioni, e se ne potrebbero aggiungere per risonanza tantissime altre, ci spingono a vedere il fare poetico come una manifestazione creativa che si sottrae al controllo della razionalità, così come i processi stessi grazie ai quali prende forma, in quanto << la natura del poeta è (essenzialmente) contemplativa >> . Soprattutto << il poeta non è uno che cerca né uno che sa, eppure cerca e sa, vede eppure è cieco e si lascia guidare dall’impulso interiore >> .
La nascita di una poesia, come il mondo che la circonda, è cosa quasi impossibile da programmare. Anche se lavoriamo attorno a un progetto poetico che catalizza tutta la nostra attenzione, incontriamo spesso una certa resistenza quando, per volontà, ci sediamo alla scrivania a comporre una poesia. Possiamo argomentare intuizioni, lanciare ponti tra un ragionamento e la nostra parte oscura, ma difficilmente riusciremo a prestabilire la data di nascita di una poesia, almeno che non ci riecheggi nella testa da qualche tempo. Sappiamo che è nostra, la sensazione è quella di averla in pugno: quella strada, quell’albero, tutto è ancora vivo, quel nostro incontro remoto è ancora lì… ma a volte non si decide a emergere. Poi, dopo un periodo imprecisato, ecco che la poesia si presenta al mondo. Ma chi ne è l’autore? Groddeck non ha dubbi, è l’ES che ci vive, l’Es che ci scrive a nostra insaputa. Non ci sorprende che due autori “groddeckiani riconoscenti” come il poeta inglese Auden e il genovese Sanguineti esprimano idee simili. Il primo afferma infatti: << Noi siamo vissuti dai poteri che vogliamo far credere di capire >> ; il secondo: << si è scritti oltre che scrivere e più che scrivere >> . E trova la stessa eco in Jean Cocteau, poeta e intellettuale francese tra i più acuti del novecento: << Noi non scriviamo, siamo scritti >> . Allargando il cerchio, in un saggio di Marina Cvetaeva si legge: << La condizione creativa è quella dell’ossessione. Qualcosa o qualcuno s’insedia in te, la tua mano è solo strumento – non di te, di un altro. Di che si tratta? Di ciò che attraverso te vuole essere >> . Lo stesso Loi, che non cita mai l’autore del libro dell’Es ma che deve averlo letto sicuramente: << Chi fa poesia ha sempre la precisa coscienza d’esserci in lui Qualcuno che detta, Qualcuno che recita, Qualcuno che osserva >> . Ancora Ana Blandiana: << Ho sempre la strana sensazione che non sia io a scrivere, che c’è qualcun altro a scrivere per me, senza che nemmeno mi faccia sapere il tema. E pure non mi sento offesa, bensì fiera come una dama di corte cui il sovrano abbia dato un figlio >>.

LA STRADA IMPREVEDIBILE DELL’INCONSCIO

La poetessa austriaca Ingeborg Bachmann, oltre a sostenere la grande importanza del Libro dell’Es, dedicò a Groddeck un racconto dal titolo Occhi felici. La protagonista del racconto, Miranda, è affetta da un grave disturbo della vista. Ora questo difetto potrebbe essere in parte corretto se Miranda avesse la costanza di cambiarsi spesso gli occhiali. In realtà, a causa di sbadataggine, di piccoli incidenti più o meno incoraggiati, Miranda si trova quasi sempre sprovvista degli occhiali giusti. Molto spesso il mondo che osserva non è quello reale ma quello che le è imposto dalla sua patologia visiva. In definitiva Miranda ben si adatta alla sua debolissima vista perché le permette di cancellare tante brutture, di vedere la bellezza dove le fa piacere, di immaginare uomini e paesaggi depurati dallo squallore che spesso la realtà impone.
Groddeck sosteneva che tutte le malattie sono prodotte dall’Es con un preciso scopo, talvolta possono sopraggiungere perfino per facilitare la vita del malato stesso.
La Bachmann trovò illuminante questa teoria, tant’è che si riscontra nel racconto citato. La miopia che affligge Miranda è quindi sopraggiunta per risparmiarle visioni ostili che avrebbero potuto arrecare danno ai suoi giorni, ma la donna sembra essere cosciente di questa condizione e collabora con il suo difetto per vivere come più desidera. Non si tratta di una persona che si “lascia vivere”: in fondo è lei che sceglie di non portare gli occhiali e di conseguenza il percorso della sua vita.
A volte, nel mondo reale come nella finzione letteraria, è meno faticoso rimanere volontariamente all’oscuro di certe dinamiche piuttosto che viverle e accettarle in piena consapevolezza. Se nella vita di tutti i giorni quasi mai è possibile sottrarci a quello che la realtà impone, lo è in letteratura e ovviamente in poesia. Tra i punti di forza della scrittura vi è anche quello di offrire al lettore un’alternativa valida, se pur momentanea e ammissibile solo a livello di pensiero, rispetto al mondo definito dalla realtà condivisa. Se il testo letterario non desse questa opportunità al lettore o se quest’ultimo non collaborasse per trarre il massimo giovamento dalla lettura, l’arte della scrittura perderebbe molto del suo fascino e il suo scopo sarebbe poca cosa. A questo proposito Coleridge coniò l’espressione “sospensione volontaria dell’incredulità”. Con queste parole egli vuol dire che il lettore di un testo, così come lo spettatore di un’opera teatrale, deve sacrificare volontariamente la sua capacità critica di fronte alle piccole incongruenze che possono presentarsi, se vuole essere interamente coinvolto dalla trama portante o dal significato più profondo dell’opera.
Sembra quasi che per far funzionare al meglio le cose, tanto l’artefice di mondi alternativi, quanto chi ne trae beneficio, debbano scordarsi temporaneamente, e per motivi in parte diversi, delle regole alle quali tutti dobbiamo sottostare: il primo perché alla perenne ricerca di un’ispirazione, il secondo per potersi perdere nel mondo rappresentato dall’autore. Sempre ci sarà uno scollamento dalla parte cosciente, e il prenderne le distanze può essere una scelta fatta in piena consapevolezza.
Questa reciprocità, che implica una corrispondenza dinamica tra il mondo interiore del poeta e quello del lettore, è altamente auspicabile in poesia. Se il primo ha esaurito il suo compito con la scrittura del testo, il secondo è continuamente all’opera, mosso da un progressivo desiderio di ricerca di sé o, al contrario, di qualcosa che ancora non gli appartiene. Per quanto la poesia abbia fondamenta solide, essa dovrà essere capace di restituire alle parole la loro ombra (come direbbe Paul Celan) in spazi larghi di silenzio, così che anche il lettore possa ritrovarvi, non senza un iniziale smarrimento, un punto da cui ripartire e contribuire in questo modo a riscriverla.
Vorremmo pensare a un libro di poesia come a qualcosa di vibrante, come a una creazione senza fine. Non a caso la poesia è una forma d’arte che crea e l’etimologia greca ce lo ricorda.
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Pensare prima di parlare è la parola d’ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore.

Edward Morgan Forster, Two Cheers for Democracy

34° Lettera del Libro dell’Es di Georg Groddeck

Trentaquattresima lettera a un’amica
(da aggiungere al Libro dell’Es)
di Georg Groddeck

Ora dunque, carissima amica, Lei desidera rammentare il nostro vecchio alterco sull’Es e si comporta come se non fosse successo nulla. E pretende che io ritorni con il pensiero a quei ragionamenti che, con mio grande stupore, mi tormentavano quattro anni fa. Eppure Lei sa che posso ricordare al massimo per quattro giorni quanto dico nel fervore della schermaglia, non certamente quattro anni. Perciò dovrà addossarsi Lei tutta la responsabilità se ciò che scrivo oggi dovesse essere in contraddizione con quanto affermato allora. Non capisco come mai a un tratto Lei si occupi con tanto fervore della parolina “Es”, a meno che non lo faccia per seguire la moda. Stia attenta: la parola “Es” è di moda, non lo è invece la cosa che vi sta dietro e non potrà mai esserlo, perché va contro la vanità dell’uomo, distrugge la fiducia nell’Io e solo pochi lo sopportano. Anzi, anche questi ultimi solo per poche ore riescono a lavorare a un tale concetto che incute terrore. L’Es è ben nascosto dietro l’Io, tanto da non farsi trovare, e punisce severamente coloro che osano sollevare il velo del mistero.
Lei comunque mi ha posto domande ben precise e, per quanto mi è possibile, vorrei risponderLe.
A una faccio presto. Lei vuol sapere come mi immagino il processo della guarigione. Non m’immagino proprio niente e con un po’ di gioia maligna lascio questo campo a coloro i quali, per dovere o per sovrastima di sé, sono costretti a pronunciarsi a parole su cose che finora nessuno è riuscito ancora a decifrare e che non potranno neanche mai essere decifrate, neppure se si scoprisse che cosa è la vita. Perché la vita è multiforme.
A scuola ci fu assegnato il compito di calcolare quanto tempo è necessario per scrivere tutti i diversi modi in cui l’alfabeto può essere composto nella mente. Se non ricordo male, non sarebbe stato sufficiente il tempo che è passato da Adamo fino a oggi, neppure lavorando alacremente. Se anche la vita fosse composta di solamente ventiquattro elementi, ma probabilmente sono di più, i processi di guarigione non sarebbero comunicabili. Lasciamo stare!
La Sua seconda domanda – o meglio, la Sua affermazione, perché questo significano le Sue parole – fa sperare già di più in una stimolante schermaglia epistolare. Lei dice: << Se, come si suppone, determinate malattie derivano dalla rimozione, non appena il materiale rimosso emerge alla coscienza, o meglio, non appena è divenuto proprietà della coscienza e non rimane solo un modo di dire, la malattia dovrebbe scomparire. Sarebbe quindi compito del trattamento portare alla coscienza il rimosso >>. Lei non è la sola a pensare e a esprimere una siffatta cosa, sembra che anche parecchi specialisti ne siano convinti e agiscano di conseguenza. Questa però è solo metà della questione.
Non è corretto dire che le malattie insorgono a causa della rimozione; deve intervenire qualcos’altro perché la rimozione possa essere utilizzata per ammalarsi. Nessuno sa che cosa sia questo qualcos’altro. Ogni tanto si accende un lumicino, ma si spegne ancora prima che ce ne avvediamo e dobbiamo essere ben contenti che non si sia trattato di un fuoco fatuo che porta nella palude. Si tratta quindi di ciò che è sconosciuto e non serve a nulla chiamarlo costituzione o ereditarietà o predisposizione: tutte queste parole fanno nascere l’idea che abbia un contenuto conosciuto ma, a guardare meglio, sono frutti vuoti dei quali non vale la pena rompere il guscio. Il mistero, l’Es comanda tutto, anche le rimozioni e le utilizza oggi per uno scopo, domani per un altro e talvolta, spesso, anzi molto spesso, per far ammalare l’uomo. Perché lo faccia, come lo faccia e quando lo faccia non ci è dato saperlo.
Si è mai fermata a riflettere sulla rimozione? Intendo dire, indipendentemente da ciò che raccontano i libri di psicoanalisi? Probabilmente no, e ha fatto bene. Da una curiosità di tal genere non emerge altro che la vecchia e noiosa verità: il nostro sapere è incompleto.
Dal momento, però, che Lei chiede informazioni, voglio parlarne un po’. Suppongo che in questo momento Lei sia occupata a preparare la merenda ai suoi marmocchi. Lo fa senza particolare attenzione, perché vi è abituata e i gesti si compiono da soli. Se lascia il suo ruolo alla figlioletta, ella non sarà in grado di chiacchierare così animatamente mentre spalma i panini come riesce a fare Lei. Lei però vi riesce soltanto perché ha imparato a rimuovere ciò che fanno le Sue mani. Anzi, Lei non rimuove solo il pensiero dall’occupazione delle Sue mani in quel momento, deve allontanare dalla coscienza anche la maggior parte di ciò che vedono i Suoi occhi. Sulla retina si creano continuamente migliaia di immagini di migliaia di oggetti diversi che Lei deve rimuovere. Il Suo nervo acustico viene colpito incessantemente da nuovi stimoli che, per la maggior parte, deve escludere immediatamente dal Suo pensiero, altrimenti come potrebbe sopravvivere? Il Suo naso viene bombardato da masse dense di odori, la Sua pelle è tenuta in uno stato di continua eccitazione dal movimento delle Sue membra perché parla e respira, e così via perché vive, pensa, percepisce e sente. In fin dei conti, rimuovere è l’attività principale dell’uomo: questa è la sua vita.
Ammetto che non è piacevole convincersene perché, così facendo, si va contro la vanità umana e chiaramente questa rimozione solo di rado ha origine dal nostro Io. Anche il difensore più entusiasta della libera volontà, della responsabilità e dell’Io lo deve riconoscere. E se lo riconosce dovrebbe anche arrivare alla conclusione che ” io faccio ” è un autoinganno. Non esiste né tempo né spazio per un tale “ io faccio ”. “ Vengo fatto ”, così è e così sarà sempre. Naturalmente abbiamo cercato e anche trovato scappatoie per far passare come conseguenza della volontà dell’Io il misero residuo di tutte le rimozioni, che in fondo viene accettato, biasimato o lodato come azione. Si parla di “ concentrarsi ” e cose simili, ma sono solo cose mal comprese, chiacchiere vuote. Il centro dell’uomo è l’ombelico e chi si concentra guarda il suo ombelico, cioè fa esattamente il contrario di ciò che vogliono indicare i chiacchieroni con quell’espressione. In verità masse enormi, provenienti dal mondo esterno, si riversano di continuo su di noi e ci distruggerebbero se non vi fosse l’Es a fare da filtro; esso utilizza per il nostro Io ciò che è adatto a noi e rimuove ciò che non lo è, lo utilizza per qualcos’altro, ogni tanto per ammalarsi. Se però si dice: le malattie insorgono dalla rimozione, bisogna aggiungere subito che anche la guarigione arriva allo stesso modo, anch’essa non è pensabile senza nuove rimozioni. Ciò che è importante nell’insorgere della malattia non è la rimozione in sé, neppure la mancata riuscita di una rimozione, bensì l’intenzione dell’Es di ammalarsi; a tale scopo esso naturalmente ricorre al mezzo che usa sempre per tutto ciò che fa: la rimozione. È solo un modo di dire; l’Es non può fallire in niente.
Tanto meno la guarigione avviene attraverso la presa di coscienza di materiale rimosso. Talvolta pare che succeda veramente così e, poiché l’Es sembra possedere molto umorismo, non di rado si diverte a far coincidere la presa di coscienza con la guarigione, procedimento questo che può sbalordire le persone più assennate. Tuttavia l’undicesimo comandamento, secondo il catechismo del vecchio Troll, che era mio padre e come tale ha instillato in me ogni sorta di bene e di male, recita “ Non farti sbalordire ”: molto spesso, incredibilmente spesso, la guarigione interviene senza che la minima parte di materiale rimosso arrivi alla coscienza. L’attività dell’uomo è rimuovere, è lasciare che si svolgano dietro la nebbia della coscienza i fatti e la vita, l’ammalarsi e il guarire.
Che cosa mai vuol fare allora la psicoanalisi, dirà Lei, se il suo scopo non è rendere cosciente il rimosso? Non ho affermato che la psicoanalisi non abbia quest’intenzione, ma questo non è il proposito del trattamento psicoanalitico del malato. La psicoanalisi comunque, e non si può dirlo mai in modo sufficientemente chiaro, perché si tende a dimenticarlo, ha molti ambiti di lavoro più importanti del trattamento dei malati: è indubbio ormai che la psicoanalisi è la strada praticabile e assolutamente da percorrere per studiare l’uomo e quindi il mondo; essa è inoltre la via che ciascuno può percorrere per dimenticare l’odio e imparare l’amore. Nonostante la sua origine, è identica al metodo di colui che si chiamava il figlio dell’uomo, o forse proprio per la sua origine, perché, per quanto possa essere doloroso per chi prova odio nel mondo, non si può negare che Cristo fosse un ebreo. È vero che gli ebrei lo hanno anche crocefisso, ma è ingiusto rimproverarli per questo: noi probabilmente non avremmo fatto di meglio.
Per il suo scopo principale, la liberazione dell’uomo, è giusto quindi dire che la psicoanalisi spesso vuole portare alla coscienza il rimosso. Invece, il medico che utilizza la psicoanalisi nel trattamento dei malati vuole qualcosa d’altro: vuole abbattere le resistenze del malato nei confronti della guarigione, del mondo e di se stesso; per far questo deve imparare a conoscere queste resistenze e mostrarle al malato e, poiché queste resistenze sono variamente intessute e rinforzate con materiale rimosso, talvolta non gli rimane altro che occuparsi dell’inconscio. Lo scopo che persegue, però, non è rendere cosciente l’inconscio, bensì aprire la strada all’azione della tendenza alla guarigione presente nell’organismo. Il trattamento medico è il trattamento delle resistenze. Se a tal fine si ricorre alla psicoanalisi, spesso nell’interesse del malato, sempre nell’interesse del medico- perché solo per questa via al momento egli può raggiungere l’apice del sapere e del potere- ciò non avviene per liberare rimozioni e renderle accessibili alla coscienza, bensì solo per svincolare dall’impasse quel genere di materiale rimosso che impedisce la guarigione.
Freud, se sono ben informato, inizialmente ha supposto l’esistenza di materiale rimosso bloccato che, non potendo andare né avanti né indietro, ricorre alla malattia; di conseguenza egli pensò che, una volta eliminato il blocco, la guarigione possa, non debba, intervenire. Suppongo che al riguardo fosse per lui chiaro che il rimosso, una volta libero, può tanto scendere verso il basso, nel profondo dell’inconscio, quanto salire al livello della coscienza. L’effetto può essere positivo in entrambi i casi: nessuna delle due vie ha vantaggi rispetto all’altra. Freud, però, non ha mai affermato che tutte le malattie, o anche solo quelle che vengono indicate come nevrosi, sono determinate solo da tali blocchi o che deve subentrare la guarigione una volta che i blocchi vengono sciolti. Non è cieco e, come qualsiasi persona che usa i cinque sensi, sa bene che almeno il 95 per cento delle malattie guarisce senza che il trattamento abbia avuto il minimo effetto.
Freud riteneva quindi che, nel caso dell’analisi usata nel trattamento del malato, non si trattasse di portare alla coscienza, bensì di eliminare l’elemento di disturbo che provoca il blocco, la resistenza. Forse lo pensa ancora: se anche così non fosse, questa è la mia opinione ed è quello che Le interessa sentire.
Quando ero giovane e non avevo ancora l’ambulatorio e giocavo a fare il medico militare, un giorno mi fu portata una bambina in preda alle urla, chiedendomi di aiutarla perché non c’era a disposizione nessun altro medico. Non mi meravigliai del fatto che la piccola urlasse: dalla bocca le pendeva un mostruoso vecchio orologio, la cui catena d’acciaio spariva nella profondità della cavità della bocca. La bambina aveva giocato con l’orologio, aveva ingoiato la catena e, nel tentativo di tirarla fuori, il gancio acuminato, che serviva per fissarla all’occhiello, si era impigliato nella carne dietro il palato molle. Come era naturale fare, con il dito ho liberato il gancio dal blocco – portare alla coscienza l’inconscio, se vuole – e la cosa si risolse. Alcuni anni più tardi avvenne il contrario: un bambino aveva ingoiato una moneta che si era fermata all’inizio dell’esofago. Dopo alcuni inutili tentativi della madre per cercare di salvarlo, tra i quali significativo fu mettere il bambino a testa in giù, venne chiamato un medico che cercò di tirare fuori la moneta con la pinzetta e con ogni genere di lunghe tenaglie; l’unico risultato fu che tutta la parete faringea si ferì e che la moneta venne spinta ancora più in basso e non poté più essere raggiunta da alcuno strumento. Al medico venne quindi l’idea di spingerla del tutto negli inferi della pancia, ma la madre aveva perso fiducia in lui, venne da me e io raccolsi le lodi per ciò che a lui era stato impedito di fare: spinsi giù la moneta con la sonda gastrica. Tragga Lei per favore le conclusioni dai due episodi; in questo modo avrà la mia opinione sul processo di cura dell’analisi medica. Non si tratta di portare alla coscienza qualcosa di inconscio, bensì di eliminare il blocco e non è così raro che il rimosso, invece di emergere alla coscienza, cada in profondità.
Vi sono saggi, soprattutto tra i miei compagni di battaglia nella psicoanalisi, che non vogliono assolutamente credere che una cura possa avere successo anche se non emerge assolutamente niente di inconscio. Ebbene: Habeant sibi! Per me è indifferente. Io credo nella necessità del trattamento sintomatico e lo considero un giochetto, se un medico pratica un trattamento causale, e una presunzione, se egli crede di poter aiutare sempre una persona per il futuro o anche solo per pochi anni “analizzandola completamente”. Il vantaggio del trattamento analitico non sta nel fatto che esso, per la presa di coscienza dell’inconscio, guarisce più a fondo o con maggiore sicurezza rispetto ad altre cure, se mai ce ne fossero, cosa di cui oso dubitare – non tutti sanno quello che fanno -, bensì nel fatto che spesso è l’unico mezzo per far muovere verso la guarigione l’Es dell’uomo posto nelle profondità più profonde. Ciò dovrebbe bastare.
A questo proposito devo anche aggiungere che le mie opinioni sul trattamento delle resistenze si estendono a un ambito medico molto più ampio rispetto a quanto non avvenga per Freud: confesso che nel trattamento di nevrosi spesso emerge più materiale rimosso che in quello di malattie organiche. Questo però vale solo in generale. Suppongo di essere penetrato talvolta maggiormente nelle profondità nell’inconscio, trattando malattie organiche, di quanto sia mai possibile fare nel trattamento delle nevrosi. Questo non è però determinante per la guarigione, in quanto il successo viene deciso dalla eliminazione della resistenza.
Prima di lasciare il campo medico devo dire ancora una cosa su un altro utilizzo della psicoanalisi nella pratica medica, cioè la diagnosi. Lei sa che io attribuisco poco significato a questo trastullo, che è tenuto in così grande considerazione da quel tiranno che è il pubblico. A quasi tutte le malattie non importa niente della diagnosi che viene fatta. Tuttavia, tra il cinque per cento di malati per i quali, seguendo Schweninger e la sua teoria, ritengo opportuno l’intervento medico, ve ne sono alcuni per i quali la diagnosi è importante. Deve essere però una diagnosi diversa rispetto a quella che si fa senza tenere in considerazione l’inconscio. È ovvio che un medico bene o male conosce i metodi di analisi fisica e chimica e proprio a questo scopo tormenta per anni il suo cervello all’università. Questa però è la parte meno importante della visita medica. Una diagnosi approssimativamente corretta oggigiorno può essere fatta, nel cinque per cento dei casi per cui valga la pena fare un esame medico, solo con il ricorso al metodo psicoanalitico; così come viene praticato ora nelle università però è una vergogna. Le università sono tutte senza eccezione trent’anni indietro rispetto alla scienza.
Perdoni questo sfogo! In realtà volevo dire tutt’altro e cioè che per la diagnosi, quindi talvolta anche per il trattamento, pur se indirettamente, è indispensabile la presa di coscienza di materiale inconscio, e che talvolta il trattamento delle resistenze può iniziare solo quando l’inconscio emerge con l’aiuto dell’analisi. Capirà però che è ben diverso da quello che molti profani e medici considerano lo scopo dell’analisi.
È tempo qui di dire ancora una volta che la psicoanalisi non è solo un ausilio del medico per curare i malati. Se così fosse, non ci sarebbe bisogno di fare tanto rumore su questa cosa. Perlomeno l’utilizzerei senza preoccuparmi se anche i colleghi lo fanno. Non mi sento obbligato a recitare la parte del medico maestro di scuola. Ho sperimentato su me stesso però, e vedo giornalmente su altri, che la psicoanalisi è più di una questione medica. Essa è connessa intimamente con tutte le problematiche dell’umanità. Acuisce i nostri sensi, ci insegna a conoscere nuovi mondi, ci regala nuovi ambiti e nuovi metodi di ricerca, ci dà un nuovo animo infantile e nuove possibilità d’amore. E tutto questo grazie al suo rendere cosciente l’inconscio. Di fronte a tali grandi prestazioni non è poi così tanto importante se si pensa che la cura della malattia consista nel rendere cosciente l’inconscio oppure nel trattare le resistenze.
Chi analizza acquisisce in determinati ambiti un grande predominio sugli altri uomini e sull’ambiente e non ho ancora incontrato nessuno che sia riuscito a non analizzare più, dopo averlo fatto per un tempo prolungato. Addirittura Lei, cara amica, che conosce tutto solo per sentito dire, quindi in fondo non conosce assolutamente niente perché l’analisi è una cosa assolutamente pratica, addirittura Lei non riesce più a farne a meno. Di questo si rallegra di cuore
il Suo Patrik Troll.

Traduzione di Donatella Colombo e Giancarlo Stoccoro

apparsa in Die Arche II, 22 ottobre 1926.
edita in Italia in appendice all’edizione italiana di Georg Groddeck Una vita, Wofgang Martynkewicz, a cura di Giancarlo Stoccoro, Il saggiatore editore, Milano, 2005
e in Pierino Porcospino e l’analista selvaggio, ADV Publishing House, Lugano, 2016

IL SUBLIME In Versi e in Prosa

due mie poesie inserite nell’antologia dei vincitori del Premio Il Sublime anno 2017- 1^ edizione Sanremo- Lerici

Smarrire il mondo

Smarrire il mondo
non è come restare orfani
avere un contatto fugace
con l’assenza
per un passaggio sbagliato di palla

scrostare il muro di stanze bambine
con lacrime di anni urgenti
e lasciare migliaia di albe
sole
nei parchi

Ti vedo camminare a passi incerti
forse è ora di giocare sul prato
forse hai bisogno di appoggiarti
alla mia spalla per tornare a casa
In fondo al viale
qualcuno chiede la strada agli alberi

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Lituania

Quando un giorno l’alba riesce a spuntarla
la terra si riempie di foreste e vasti laghi
inzuppa i fiocchi di nuvole nell’acqua bassa
e poi stiracchia le sue colline
con aghi di abete punzecchia felice il cielo

Autobiografia sommaria

Autobiografia sommaria

Lettore onnivoro e disordinato, fin da piccolo mi sono appassionato alla letteratura e più tardi alla filosofia prima di decidermi per gli studi di medicina, trovando già in casa, più che a scuola, una fornita biblioteca. Mio nonno paterno, professore di lettere e filosofia, pubblicò per Zanichelli una grammatica italiana per Greci, avendo lavorato come preside in un liceo a Salonicco fino allo scoppiare della II guerra mondiale. Fu anche esperantista e tradusse il Pinocchio di Collodi. Amante del Pascoli, più del Carducci e di D’Annunzio, era vicino alla posizione di Sartre per la filosofia. Ebbi modo di conoscerlo a lungo, essendo morto quasi novantenne.
Del nonno materno, tedesco di Dortmund, professore di lettere, musicista e militare di carriera ho solo i racconti di mia madre, essendo morto nella campagna di Russia nel ’41.
I miei genitori si conobbero alla fine degli anni 1950 a Oxford, dove studiavano entrambi. Mio padre si sarebbe poi laureato in lingue alla Bocconi con una tesi su Jane Austen. Più portato al commercio che alle lettere (pare che da bambino avesse chiesto a mio nonno, sempre dedito alla lettura, se nei libri si trovassero le banconote!) si diede, grazie al finanziamento di un ricco cugino, all’imprenditoria e aprì nel Varesotto un maglificio dove confezionava pregiati capi in cashmere con filati scozzesi. Morì a 39 anni lasciando mia madre di 34 e tre figli, di cui io, il primogenito, di 7.
I miei genitori amavano soprattutto la letteratura russa e lessi, dopo le prime letture per ragazzi (ricordo in particolare Incompreso, Il grande Mealnus, Senza famiglia e poi le avventure nel mare dei Sargassi di Salgari), precocemente Tolstoj, Dostoevski, Gogol e più tardi Goncarov che amo ancora molto. Mia madre era appassionata di Pasternak e Checov che, ricordo, aver letto ripetutamente nella sua vita. È vivente ma affetta da demenza, ormai incapace di leggere (è riuscita, però, a divorare, lo scorso anno, l’ultimo inedito di Stefan Zweig, uno dei suoi autori preferiti).
La montagna incantata di Mann, letta nei primi anni di liceo, mi colpì molto: la figura del dott. Krokowski la trovai già molto intrigante (per tratteggiarla Mann si sarebbe ispirato proprio a Groddeck!!! La Roudinesco nella recente biografia di Freud fa esplicito riferimento a questo). Nel frattempo al liceo lessi tutto Buzzati ed ebbi modo di identificarmi facilmente nel tenente Drogo de Il deserto dei tartari. Fui soprattutto colpito dalle novelle, Sette piani (Un caso clinico, per il teatro) e Una cosa che comincia per L. Mi stavo orientando verso gli studi di medicina ma prima lessi tutto quello che riguardava i miei amati animali, i cani in particolare: i libri del veterinario James Herriot, quelli di Trumler (Il cane preso sul serio, A tu per tu con il cane, etc.), Lorenz, Piero Scanziani ( che scrisse poi alcuni libri un po’ esoterici sull’esistenza, la giovinezza e la vecchiaia). Ebbi più avanti modo di occuparmi di cinofilia e, per un certo tempo, allevai la razza del Cane da pastore bergamasco (e scrissi anche qualcosa in merito). Nei primi anni di università, a fianco dell’atlante di anatomia, tenevo un piccolo taccuino dove scrivevo “note a margine” (le mie prime poesie o, meglio, una sorta di esercizio di brain storming). Dalle medie legato alla poesia di Ungaretti, il poeta de L’allegria resta ancora il mio riferimento tra gli italiani (poi arriverà Caproni che mi premiò anche al Premio Lerici Pea 1988, arrivando a 25 anni secondo tra i giovani). La scelta della psichiatria fu in parte legata al mio avvicinamento a una medicina “psicosomatica”, capace di accogliere insieme mente e corpo. Fu proprio l’ingresso in psichiatria che mi appassionò finalmente agli studi. Mi ero trascinato un po’, non certo studente modello, avevo ritardato la laurea, pur raggiungendo alla fine il massimo dei voti. Mia madre da anni era stata costretta a liquidare l’azienda di famiglia, c’erano forti dissidi con i suoceri (io solo ho mantenuto sempre uno stretto rapporto con loro fino alla fine), mia madre stessa da anni soffriva di ricorrenti crisi depressive che l’avrebbero anche portata nei primi anni 1980 a ripetuti ricoveri. Pur immerso negli studi, continuavo a coltivare la lettura: da “un bambino” di Thomas Bernard a ” La lingua salvata” di Canetti (Massa e potere fu in realtà la porta di ingresso a questo autore del quale lessi tutto fino agli Aforismi per Marie Louise), tutto Arthur Schnitzler, Walser, Musil ( il giovane Torless e parte de L’uomo senza qualità! Mi sono promesso di riprenderlo ma per ora non l’ho fatto), Carlo Michelstaedter (i due piccoli Adelphi, le poesie e il saggio La persuasione e la rettorica, riletto qualche anno fa con maggior soddisfazione).
Groddeck non arrivò subito e, soprattutto, stette in attesa sul comodino per quasi un anno: un’edizione a 3500 lire della Newton Compton! Intanto cominciai ad appassionarmi alla relazione medico- paziente e lessi Balint (Medico Paziente e malattia, un libro fondamentale per me! In esso Michael Balint dice di dovere tutto a Freud ma di amare Groddeck. Scoprirò più tardi che il concetto di mutualità nella relazione di cura, lo prese da Groddeck; che il suocero, padre della prima moglie Alice Balint era stato un paziente di Groddeck, che lo stesso Ferenczi che lo iniziò all’analisi sperimentò con Groddeck un’analisi mutua, etc. etc.).
La lettura del Libro dell’Es fu una vera caccia al tesoro, l’attivazione di uno stato della mente che mi portava a scoprire cose inimmaginabili, attraverso un ciclo virtuoso di lettura e successiva corrispondenza nella realtà, a metà tra magia e sincronicità. Ricordo di avere appena finito di leggere la lettera nella quale Patrik Troll parlava dell’anello matrimoniale, che una mia paziente, sposa da poco, s’infortunò, perdendo addirittura il dito anulare per colpa dell’anello incastratosi in una macchina di lavoro (molti anni dopo la paziente mi avrebbe detto di essersi separata dal marito e la ripresi brevemente in cura). Lessi quindi l’edizione Adelphi insieme a il Linguaggio dell’Es che, sorprendentemente, trovai già in casa di mia nonna dopo la sua morte nel 1995. Seguirono tutti i volumi editi in italiano, compreso Questione di donna edito dalla TEA, un piccolo libro rivelatore questo: a parte la bella introduzione della Jutta Prasse , colpì alcune femministe come la Guiducci che ne La mela e il serpente scrive di Groddeck e della sua invidia dell’utero come del primo autore con un’apertura insolita per le donne. Curiosamente lo stesso libro in Germania (dal biografo Martynkewicz) viene considerato come segno inequivocabile di misoginia del nostro! La traduzione della biografia renderà ben conto di queste posizioni apparentemente inconciliabili e, purtroppo, della persistente scarsa fama nel suo paese. (Che la sua lettura eserciti un effetto tanto scuotente da poter essere accolta solo se tradotta? ).
Il lavoro a diretto contatto con i malati e le consulenze nei vari reparti ospedalieri mi portano a sperimentare i Gruppi Balint, (piccoli gruppi eterocentrati sulla relazione medico- paziente) che inizio a condurre con colleghi di altre discipline e medici di base, per poi allargarli anche ad altri operatori. Scrivo alcuni lavori e pubblico su Psicoterapia e Scienze Umane “I Gruppi Balint: storia e attualità”, dove non mancano i riferimenti a Groddeck, di cui nel frattempo visito l’ex sanatorio di Baden Baden e più avanti la biblioteca di Marbach, che custodisce il suo lascito.
Un amico e collega di Tubinga mi regala una copia della biografia di Groddeck uscita in Germania alla fine degli anni novanta. Purtroppo il mio tedesco è limitato, lo parlo ma non l’ho mai davvero studiato; racconta mia madre che il pediatra, quando avevo due anni e ancora parlavo poco, le avesse esplicitamente consigliato di parlarmi solo in italiano per evitare che diventassi balbuziente! Avevo da poco iniziato a prendere lezioni di tedesco e mi appassionai subito all’idea di proporre la traduzione a un editore (l’edizione dei Grossman era già fuori catalogo da anni e per di più molto incompleta). Per uno strano scherzo del destino (dell’Es) smisi subito di studiare tedesco perché la mia insegnante divenne presto la madre di mio figlio Martin; al contempo mi trovai arruolato, da parte di Luca Formenton, nella curatela dell’edizione italiana della nuova biografia di Groddeck. Mia moglie tradusse con me la biografia durante la gravidanza ma il libro uscì quasi due anni dopo. Scrissi un’introduzione un po’ critica che fu in parte stemperata prima della pubblicazione. Fu però ben riconosciuto il mio lavoro in una bella recensione su La Stampa di Torino pochi mesi dopo.
Continuavo a dedicarmi ai Gruppi Balint, il cui grosso limite è la difficoltà di applicazione in equipe, cioè in colleghi che lavorano insieme, dove più difficili da gestire sono le dinamiche di gruppo. Dopo la mia analisi freudiana classica e un corso di ipnosi, mi avvicinai al Gruppo e mi formai con la Gruppoanalisi di Diego Napolitani. Cominciai ad applicare il lavoro sui gruppi anche in terapia e sperimentai il gruppo con i pazienti acuti in reparto (pubblicando poi il lavoro:”Il fuoco si spegne col fuoco. Un itinerario di cura attraverso il gruppo”).
Il mio interesse precipuo si spostò sulla ricerca delle condizioni che consentissero, in ambito formativo per lo meno, una riduzione delle difese senza mettere però a nudo gli operatori. Avendo sempre a fianco la letteratura, mi aiutò in questo la lettura di Heinrich von Kleist “Sulla graduale produzione del pensiero durante il discorso”, alcune lettere di Keats ai fratelli dove parla della “capacità negativa” (poi ripresa dall’analista Bion), l’incontro con il filosofo Aldo Giorgio Gargani e il suo libro ” L’altra storia”, lo sviluppo del lavoro poetico e soprattutto il Social Dreaming di Gordon Lawrence. Mi formai con lui e sviluppai il suo strumento di condivisione sociale dei sogni (il socio analista inglese ricordava che lo portarono a “scoprire” il Social Dreaming lo studio della tribù malese dei Senoi e il libro della Berardt, Il terzo Reich dei sogni) associandolo alla visione di un film a tema. Dalle prime esperienze fatte, in ambito formativo ospedaliero, nelle scuole e direttamente nei cinema, è nato Occhi del sogno, pubblicato da Fioriti nel 2012. Da allora l’esperienza si è estesa in altri ambiti, tra cui un carcere di massima sicurezza. Nel 2012 e 2013 ho esportato il metodo in Ucraina. L’esperienza di Kiev è documentata nel saggio curato da Ignazio Senatore I registi della mente, pubblicato nel settembre 2015.
Nel frattempo ho ripreso a scrivere con maggiore regolarità poesie trovando ospitalità presso tre piccoli editori: nel giugno 2014 esce Il negozio degli affetti (Gattomerlino/Superstripes), nel dicembre 2014 Note di sguardo, (Premio Lago Gerundo, Morellini editore), nel marzo 2015 Benché non si sappia entrambi che vivere ( Alla chiara fonte editore di Lugano). Procedono le letture e la passione per gli aforismi. Tra gli autori prediletti oltre a Canetti, Celan di Microliti (Celan tra i poeti più amati, malgrado come persona deluda un po’ nel carteggio con la Bachmann, Troviamo le parole) e, soprattutto, Edmond Jabès, i cui libri di piccolo formato mi seguono ovunque. Pubblico nel corso di un anno, nel sito frasi celebri.it , un centinaio di aforismi. (La solitudine è sfacciata. / la notte dorme accanto a tutti gli insonni. / Mi attraversi la pelle e ti fermi come un tatuaggio./Un pensiero troppo lucido è come una lastra di ghiaccio./ …).
Tra gli autori è in primo piano James Hillmann, di cui riconosco forti analogie con Groddeck ( pur nelle dovute differenze, ricordo di aver tenuto una lezione alla scuola di Gruppoanalisi agli inizi degli anni 2000, spacciando per opera di Groddeck alcune frasi tratte da Il potere), Guggenbuhl Craig ( il cui Al di sopra del malato e della malattia è una vera chicca, secondo solo al sempre suo dissacrante Matrimonio: vivi o morti), Luis Chiozza ( Perchè ci ammaliamo, Le cose della vita), Irvin Yalom ( dal Manuale di psicoterapia di Gruppo ai suoi romanzi ispirati alla clinica, in primis La cura Schopenhauer) e sopratutto Adam Phillips ( di cui Adelphi ha in catalogo il grazioso Monogamia) con ” Paure ed esperti ” e il recentissimo ” In lode della vita non vissuta”.
Grazie alla disponibilità dell’editore svizzero Valsangiacomo, sto per pubblicare il saggio Pierino Porcospino e l’analista selvaggio, con alcune conferenze inedite di Groddeck, la 34 esima lettera del Libro dell’Es, una bozza di recensione inedita della Bachmann, le filastrocche dello Struwelpeter nella traduzione del Negri e il contributo critico di diversi autori. (Uscirà per ADV appena avrò la possibilità di correggere le ultime bozze e presentarlo).
Un nuovo progetto è già avviato: Poeti e prosatori alla corte dell’Es.
Si tratta di un’antologia poetica attorno al tema del rapporto tra Es e poesia, a partire dall’affermazione di Groddeck, contenuta in una sua conferenza sullo Struwelpeter, che ” il poeta è tanto più efficace tanto più è in grado di stare nell’Es”. I poeti ingaggiati, risponderanno a un questionario, già approntato e proporranno alcune loro poesie.
Tra le ultime letture Adelphi, le splendide Conversazioni di Brodskij, Lungo la via incantata e Epepe che ho iniziato ieri.
Giancarlo Stoccoro
17/2/2016