La disciplina degli alberi, La vita felice editore, maggio 2019

La silenziosa disciplina di Giancarlo Stoccoro

 

Un verso scopre l’ombra
prende la strada del bosco
un altro scava nelle radici
e zampilla sangue
Mi faccio adottare dagli alberi
anche i più acerbi fanno latte

La strada era già segnata dalla bella plaquette Forme d’ombra, dove l’ombra già poteva alludere al fantasmatico godimento estivo che ci si prende sotto un albero, magari un platano che allunga le sue braccia reali o riflesse sull’acqua, come nella foto di copertina alla silloge citata. L’albero però è solo il referente altro, occasione per Giancarlo Stoccoro di scandagliare le profondità della natura e dell’uomo (è d’altronde psichiatra e psicoterapeuta di lunga esperienza, studioso fine di Georg Groddeck); così, a «segnali di resa», titolo della prima sezione de La disciplina degli alberi, risponde in esergo con la voce disincantata ma tenace di Paul Celan: «Sulle proprie macerie sta e spera la poesia».
Corpi nello spazio urbano


per l’animato fiore senza stelo,
offro al vostro tormento il mio tormento:
vano spasimo oscuro d’esser vivi.
Guido Gozzano, Le farfalle


In principio, la traccia introduttiva che Stoccoro ci fornisce, a dare direzione ai testi successivi, ci pone in uno scenario urbano popolato di corpi umani silenti, come nella performance Bodies in urban spaces di Willi Dorner. Negli spazi costretti della città si insinuano così solamente «parole inurbate», come quelle che
ci addentrano nelle «geometrie dell’abbandono» che il poeta esplora: perciò nella prima poesia, per «custodire il silenzio/ come reliquia», mentre già dichiara la propria poetica («abitare […] la forma breve»), l’io si spossessa di sé. Come Gozzano, che chiede per un momento alla sua signorina di farlo «vivere […] in oblio», perché «io non voglio più essere io!». (E così, urbanamente, anche la voce di Stoccoro ci ribadirà che «l’io è irreperibile sulla piazza».) Sarà allora un tu in principio di strofa (Metti… Abbandoni… Guardi… Ti viene voglia…), la persona che per prima si palesa discreta ne La disciplina degli alberi, a far
riconoscere all’io la propria pronunciabilità:
Soggettiva

Questo smettere di cercarti
mi fa bene mi permette
di mantenere una forma
senza allungarmi nei messaggi
e nelle chiamate a vuoto

C’è un affetto, un amore indomito, che gioca di continuo
su distanze inurbate, inquiete. Perché la natura, che torna continuamente attraverso una mutazione stagionale mai troppo banale, sempre necessaria, sancisce un qualcosa di impalpabile, se non attraverso ramo e foglia:
A novembre gli alberi
resteranno nudi
fino a tardi

Ecco che l’assenza del tu, come delle foglie, disciplina la vita del poeta:

Non c’è luogo
per l’assenza

La tua assenza
è la mia disciplina

In questa assenza c’è anche la morte. Fatta in concreto di «farfalle inchiodate alle pareti» o di impalpabile silenzio, di costante assenza: fattori che sulla scorta delle parole di Edmond Jabès (citate da Stoccoro in calce alla prima sezione) fanno dell’affollato deserto padano, in cui ipotizziamo aggrumarsi i nuclei salienti di questa raccolta, l’occasione di pericolose tentazioni,
ma anche di resistenza al peccato, in un rapporto di costante sineciosi: dove di continuo il soma, il corpo, si fa sema, segno di vita ma anche prigione mortale, tomba. Quando ogni parola tace, ogni assenza pronuncia «meraviglie / che più tardi nel mio
silenzio attento/ passo passo tentai chiudere in versi». (Gozzano)

(…)

 

«Il poema ci aiuta a incontrarci»

Come conferma il sostanziarsi di questa mia introduzione
alla poesia di Giancarlo Stoccoro, che nasce all’indomani di un suo nuovo traguardo (primo classificato nel 2018 al premio “Arcipelago Itaca”, nella cui giuria milito), la poesia si pone anzitutto quale incontro. E, per dichiararlo inequivocabilmente, l’autore chiede la voce, in un esergo, a Paul Celan: «Scopro ciò che lega e in cui il poema ci aiuta a incontrarci». Per questo, nell’ossessione di luoghi che non sono luoghi, e che forse non sono neppure nonluoghi, il poeta tocca un apice di intensità poetica quando riafferma la realtà corporea
dell’incontro, che supera in abbraccio – timido ma vissuto – l’incorporeità delle geografie («i luoghi si assottigliano») e del verso («le parole giacciono/ silenziose giacciono»):
I luoghi
che abbiamo attraversato
tacendo
si sono fatti corpo
per un timido abbraccio

 (…)

dall’introduzione di Paolo Steffan

 

Le prime letture venerdì 31 maggio alle ore 19 a Lugano a POESTATE

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