Autoritratto al radiatore di Christian Bobin

Brevi note di un lettore di Christian Bobin

Parole di carne abitate da una scrittura cristallina che spesso si muove per piccoli cerchi concentrici,
le parole di Bobin si allargano piano, come l’acqua dopo la caduta di un sasso.
Sono parole vive che presto si ritraggono da carovane d’inchiostro per accogliere ciò che resta pieno e altrove sarebbe oggetto di vano sciacallaggio.
Arrivano intere e non hanno frizione perché sanno tradurre la distanza e la perdita, la caducità con la rinascita a un mondo più vasto.
Christian Bobin raggiunge il cuore, in ogni libro getta ponti, come altri gettano una scala per superare la cima degli alberi e pavoneggiarsi di essere tanto grandi da raggiungere il cielo.
Bobin a volte si ferma a metà o improvvisamente si gira e torna indietro di qualche metro: ode il battito nel rintocco di campane e non si sbaglia. Restituisce al paesaggio la sua infanzia, l’inesauribile infanzia che si tace finché non ritrova il suo primo vagito.
Novello Momo (protagonista dell’omonimo racconto fantastico di Michael Ende) incontra gli uomini grigi, li spoglia ma non attende che svaniscano. A ciascuno dà il compito di innaffiare ogni giorno un fiore e di sostituirlo quando muore.
I lettori più vecchi hanno mosso i primi passi nelle pagine d’inizio e adesso stanno seduti da qualche parte su una panca; si godono felici quest’ora pastello.
Giancarlo Stoccoro

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