Transfert di Simone Pansolin

Ricordare, ripetere, rielaborare: le tre R della tecnica di Freud che trovò nella traslazione (il transfert) il motore ma anche la massima fonte di resistenza all’analisi.
La poesia di Pansolin nasce da questa necessità e sembra, a tratti, indugiare nella presunta consapevolezza raggiunta.
Eppure vince quando vi sfugge e lascia emergere il canto di un Es che non chiede di essere decifrato, quanto di non restare voce abbandonata a se stessa.

Come non avvertire l’eco di groddeckiana memoria, poi ripreso dalla Bachmann nella storia di Miranda in “Occhi felici” ?

Miranda, gli occhiali e la poesia

 

Il libro contro la morte

Nota a margine

Mai smettere di scrivere!

Procurarsi all’uopo un’adeguata scorta di fogli e matite appuntite; considerare seriamente l’acquisto di una nuova stilo perenne (in ethergraf, per esempio), ma sopratutto ricordarsi di continuare a respirare a pieni polmoni.
Aggiungerei, in relazione a esperienze di perdita irrimediabile di appunti su schede madri di pc, tablet et similia, di non preoccuparsene più di tanto. Conosco fior di poeti che hanno smarrito decine di taccuini e vanno avanti lo stesso.
Canetti consiglia di scrivere almeno  5 pagine al giorno se si è sani, 10 se gravemente malati.
Per le persone più felici forse bastano due o tre righe a giorni alterni.

Accecate i cantori di Angela Caccia

http://ilciottolo.blogspot.it/2017/11/non-siamo-mai-unicamente-dove-pensiamo.html

Alcune poesie del libro

 

Mi piacciono le strade lunghe
bagnate di pioggia
quando la pioggia smette di cadere
e ogni pozza è un feticcio di cielo

mi piace quel filino di luce -c’è sempre
una crepa nell’armata delle nuvole! –
che vortica sull’asfalto
e lo brilla e lo spezza in minuzzoli

poi la pioggia riprende e siamo
isole accerchiate dall’acqua
la testa insaccata nelle spalle
le mani così affogate nelle tasche

mi piace la gioia chiara
di chi intuisce dove ferisce la pioggia
e smette di camminare raso muro

 

 

 

Ci vuole una minuziosa
e paziente
esperienza al male

quanto basta
per imparare a difendersi dalle parole

dalle mani spaiate
entrambe dispari incapaci di una stretta
dalla natura servizievole della compassione

dal fiore senza giardino
che vive e muore nello spazio di un vaso

non ci si addestra mai al dolore
al male sì
per fronteggiarlo in qualche modo

 

 

 

 

 

 

 

Se c’è una madre c’è un figlio
e il respiro resta circolare

Ora che hai riempito la bocca
di sensi e parole, i piedi di cammino
questi sguardi digiuni
che chiedono, mi chiedono …

alla fine le alghe s’ammassano
la rondine riconosce la gronda
ma l’umano   l’umano
è solo transumanza   e noi
ai suoi crocicchi
dispersi scatti di bui di luci

… ad uscire
ogni giorno nel giorno
s’impara: la notte
ha le mani già piene di alba,
avrà un senso questo andare
per campi e per stelle
fiancheggiare i dirupi
e danzare in un fiotto di sole
tra le pozze di pioggia
avrà un senso…

Da lontano ti guardo
mi dormivi sul petto
sei lo stesso calore
lo stesso dolore …  come allora
parlo piano per non svegliarti

 

 

 

 

 

http://ilciottolo.blogspot.it/2017/11/blog-post_9.html

Autoritratto al radiatore di Christian Bobin

Brevi note di un lettore di Christian Bobin

Parole di carne abitate da una scrittura cristallina che spesso si muove per piccoli cerchi concentrici,
le parole di Bobin si allargano piano, come l’acqua dopo la caduta di un sasso.
Sono parole vive che presto si ritraggono da carovane d’inchiostro per accogliere ciò che resta pieno e altrove sarebbe oggetto di vano sciacallaggio.
Arrivano intere e non hanno frizione perché sanno tradurre la distanza e la perdita, la caducità con la rinascita a un mondo più vasto.
Christian Bobin raggiunge il cuore, in ogni libro getta ponti, come altri gettano una scala per superare la cima degli alberi e pavoneggiarsi di essere tanto grandi da raggiungere il cielo.
Bobin a volte si ferma a metà o improvvisamente si gira e torna indietro di qualche metro: ode il battito nel rintocco di campane e non si sbaglia. Restituisce al paesaggio la sua infanzia, l’inesauribile infanzia che si tace finché non ritrova il suo primo vagito.
Novello Momo (protagonista dell’omonimo racconto fantastico di Michael Ende) incontra gli uomini grigi, li spoglia ma non attende che svaniscano. A ciascuno dà il compito di innaffiare ogni giorno un fiore e di sostituirlo quando muore.
I lettori più vecchi hanno mosso i primi passi nelle pagine d’inizio e adesso stanno seduti da qualche parte su una panca; si godono felici quest’ora pastello.
Giancarlo Stoccoro