Io scrivo ciò che è scrivere di Bernard Vargaftig

Dalla tavolozza di Mauro Valsangiacomo, che ringrazio per il dono, un libro per chi “ama l’enigma” che si fa poesia per non essere decifrato.

Due poesie

Nei sollevamenti

Niente manca al linguaggio
La violenza che vacillava
Quel grido nel presentire il tuo nome
Nessuna rassegnazione

Un silenzio dimenticato
Un gusto un respiro per raggiungere
La pietà che l’immediatezza contempla
Così instancabilmente nuda

Priva di ombra se permangono
Ondeggiamento e gravità
Di cui le montagne s’innamorano
Al centro della desolazione

 

 

Ecco gli alberi che si posano
E l’ombra loro
Il fracasso
su ogni pietra
quando il tempo non è più che un
Grido
Da una montagna all’altra

(traduzione dal francese di Gilberto Isella, che ne cura anche l’edizione italiana)

SENZA IL MIO NOME di Adriana Gloria Marigo

La parola si impone, ha voce alta, esige attenzione e rimarca il suono mai incerto, mai acerbo.
Il lettore deve essere pronto perché la traccia è profonda anche quando sembra uscire dal solco. Impresa vana scovare un vocabolo fermo, che non danza nel verso nobile della Marigo.
Senza il mio nome ha un’identità fortissima.

Transfert di Simone Pansolin

Ricordare, ripetere, rielaborare: le tre R della tecnica di Freud che trovò nella traslazione (il transfert) il motore ma anche la massima fonte di resistenza all’analisi.
La poesia di Pansolin nasce da questa necessità e sembra, a tratti, indugiare nella presunta consapevolezza raggiunta.
Eppure vince quando vi sfugge e lascia emergere il canto di un Es che non chiede di essere decifrato, quanto di non restare voce abbandonata a se stessa.

Come non avvertire l’eco di groddeckiana memoria, poi ripreso dalla Bachmann nella storia di Miranda in “Occhi felici” ?

Miranda, gli occhiali e la poesia

 

Il libro contro la morte

Nota a margine

Mai smettere di scrivere!

Procurarsi all’uopo un’adeguata scorta di fogli e matite appuntite; considerare seriamente l’acquisto di una nuova stilo perenne (in ethergraf, per esempio), ma sopratutto ricordarsi di continuare a respirare a pieni polmoni.
Aggiungerei, in relazione a esperienze di perdita irrimediabile di appunti su schede madri di pc, tablet et similia, di non preoccuparsene più di tanto. Conosco fior di poeti che hanno smarrito decine di taccuini e vanno avanti lo stesso.
Canetti consiglia di scrivere almeno  5 pagine al giorno se si è sani, 10 se gravemente lmalati.
Per le persone più felici forse bastano due o tre righe a giorni alterni.