La rêverie che vuole esprimersi diventa rêverie poetica

La lettura del saggio “La poetica della rêverie” (1960), autentico aggiornamento inattuale, consente di riformulare la questione del rapporto tra pensiero e poesia, tra linguaggio occidentale e linguaggio orientale.

“Attraverso la rêverie (fantasticheria, immaginazione, abbandono al flusso del sogno a occhi aperti) le parole diventano immense, abbandonano la loro modesta determinazione primaria”.
“La rêverie che vuole esprimersi diventa rêverie poetica”.
“Il vero poeta è bilingue, non confonde il linguaggio dei significati con il linguaggio poetico”.
“Tradurre una di queste lingue nell’altra non avrebbe senso”.
Gaston Bachelard ritiene che “sognare le rêveries e pensare i pensieri” siano difficilmente conciliabili e che pertanto la rêverie non organizzi pensieri.
È questo un tema affascinante sul quale non è possibile smettere di interrogarsi.
La psicoanalisi col pensiero di Bion ha fatto realmente un passo avanti?
E i poeti, i loro critici militanti cosa ne pensano?

Tre testi di Nadia Chiaverini

CARAMBOLE
A occhi chiusi carambolo nello Spazio
caracollo nel Tropico del Cancro
inciampo nel pulviscolo del Cosmo
Precipito in un’altra galassia
di stelle e buchi neri invasa
gremita di metastasi e allucinazioni
Metempsicosi sul fondo
in un abbraccio accolgo il mondo
C’è un segno nel sogno
*
IL FUNAMBOLO.
Brindo a mezzanotte
sul mio filo teso
porgo la coppa al cielo
non temo il vuoto
Li porto dentro
il precipizio / e il punto d’appoggio
Il pianto del mondo
il canto dell’universo
*
E così ha prevalso
l’equilibrio instabile
il filo teso – rotto
il salto nel vuoto – accaduto
Ma ancora volo…
Non ho toccato terra
e non so se è il selciato che mi aspetta – o il sogno
*
Nadia Chiaverini da “Notturni e ombre “ 2018
Nadia Chiaverini , vive e lavora a Pisa, è laureata in giurisprudenza e partecipa attivamente a circoli culturali, manifestazioni letterarie e letture pubbliche. Affronta in poesia tematiche che riflettono la complessità e le contraddizioni del mondo contemporaneo. Ha pubblicato varie raccolte di poesie: ”L’età di mezzo” Ibiskos Ulivieri 2004 ;”Dai profumo al fiore”- Ibiskos Ulivieri 2005 ; “L’altra metà del cielo”, Ibiskos Ulivieri 2008-;“Smarrimenti” Helicon 2011 ;” I segreti dell’Universo “– CFR Edizioni 2014; “Poesia stregatta e altre visioni”_ Carmignani Editrice 2015; “Notturni e ombre” Carmignani editrice 2018 .Suoi versi con interventi critici sono pubblicati ne I Quaderni dell’USSERO – Puntoeacapo 2013, sul web e in riviste; sono altresì inseriti in numerose antologie, tra cui : Keffiaeh – intelligenze per la pace , CFR Edizioni”; “l’Impoetico mafioso. 105 poeti per la legalità” CFR Edizioni , “; Il ricatto del pane” CFR edizioni 2012 – E’ presente in antologie di poesia contro la violenza sulle donne :Unanimemente Ed Zona 2011 – Cuore di Preda 2012 CFR edizioni , FIL ROUGE – poesia sulle mestruazioni CFR 2015. Suoi contributi sono inseriti nelle antologie “ Il Tempo del padre” FaraEditore 2015, “Uno scarto di valore a Bardolino “FaraEditore 2016, “ Perdono: dal rancore al ricordo “ Fara 2017; “La responsabilità delle parole” FaraEditore 2018 ; Gymnopedie, Architetture e altre opere belle FaraEditore 2017. Come operatrice culturale promuove incontri su tematiche sociali e sulla questione femminile

 

la bellezza salverà “davvero” il mondo?

“E’ possibile condurre simultaneamente l’attività di poeta e quella di individuo avvolto nel tessuto delle relazioni umane ?” , si chiede e chiede ai suoi lettori Tzvetan Todorov, che aggiunge ” o i due rami del fiume devono restare nettamente separati, dato che uno solo può essere privilegiato?” L’autore cita Rilke ma la questione resta attuale. Franco Loi, che riconosce in Dostoevskij un romanziere-poeta, ricorda, in una recente intervista,  di aver scritto alcune sue raccolte di poesie (Strolegh e L’ angel) in periodi di assoluta solitudine.
Cosa ne pensate? Qual è la vostra esperienza al riguardo?

La disciplina degli alberi (Premio Altino 2018)

La disciplina degli alberi

Sedotta l’ombra
si diventa alberi
(Agosto 2018)

Due alberi
abbracciati al tramonto
vegliano su Altino

(Omaggio a Altino, 15 settembre 2018)

 

Non chiedere, all’oceano, di indicarti la strada.
Poni, piuttosto, la domanda al giunco che l’ha
perduta.
E. Jabès

 

Una nuova raccolta inedita in tre sezioni (Segnali di resa, Geometrie dell’abbandono e Luoghi ligi) ha preso finalmente forma. Contiene poesie scritte negli anni 2014-2015, interamente rivisitate dall’autunno scorso a oggi .Propongo qui 3 testi:

 

Sono parte del nome

gli obblighi sociali e le parole

sbalzate dai dizionari

a fare bella mostra sulla pagina

del libro scritto da sé

 

Il resto

è la vita che non si cataloga

gli innesti mancati di amore cieco

e di più neglette contaminazioni del cuore

Gli affetti non stanno mai in ozio

 

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Inizi a fotografare la vita dal basso

e lo fai con stile

 

un dettaglio l’alba accesa sull’ultimo parco

o l’arte antica di tagliare l’erba con la falce

 

se allunghi lo sguardo

la manutenzione si fa adesso sul groviglio

di strade larghe dove crescono i ponti

e la speranza si getta dal cavalcavia

 

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Non c’è più ordine tra le cose

quando irrompe nelle cesure

il silenzio

 

incrocia sguardi interroga gesti

anima persino gli oggetti

 

In un quadro di luna persa

non resta che salire

la scala vertiginosa del sogno*

 

*Poesia vincitrice ex aequo con altri 6 autori del Premio Altino 2018)

http://progetto7lune.org/pubblicazioni/PLAQUETTES/2018.html

 

Giancarlo Stoccoro

 

 

 

 

 

Elogio del paesaggio di pianura di Giacomo Graziani

Elogio del paesaggio di pianura

La pianura lombarda tra il basso corso dell’Adda, l’Oglio e il Po ci offre un paesaggio particolare, sottratto alla comune definizione della bellezza naturale, piatto, apparentemente monotono. Esso appare quanto mai lontano da quelle accidentate drammaticità tanto amate dalle guide turistiche.

Il paesaggio di pianura non si impone, ci accompagna, come un sommesso bordone che lascia emergere l’assolo dei nostri pensieri.  Nelle sue infinite, irrilevanti variazioni di pochi elementi ripetuti e ricomposti in una continuità discreta di combinazioni, affina la nostra sensibilità, ci costringe all’umile esercizio di conoscenza del particolare, ci conduce a godere dell’unità del tutto nella mutevole sequenza degli spazi, nella serie ininterrotta delle percezioni.

Il paesaggio di pianura ci offre la sensazione liberatoria di una potenziale ubiquità. Ci invita a percorrerlo, nella svagata ricerca di un centro inesistente, ci porta alla conclusiva constatazione della equipotenzialità dei luoghi e quindi esalta il piacere della percorrenza superando l’ansia dell’arrivo. Esso sembra inverare la parafrasi della rilevanza del tempo presente sopra ogni angosciante attesa di futuro.

Un paesaggio che non interrompe i nostri pensieri e non mortifica i nostri sogni con eclatanti apparizioni. Per chi ne sa cogliere il messaggio, ci offre lo splendore della quotidianità.

Ci vuole tempo e forse un po’ di solitudine per cogliere la qualità di un paesaggio “senza qualità”.

Nella campagna punteggiata dalle grandi cascine i soli elementi che emergono sulla linea d’orizzonte sono gli argini, i campanili, gli alberi, in piccole macchie o isolati, più spesso disposti in filari, a segnalare una continuità spesso interrotta da interventi sempre più frequenti di omogeneizzazione del territorio agricolo.

Quando li guardiamo andando per capezzagne o viaggiando su queste strade diritte, gli alberi sono lì, più irraggiungibili della cima di una montagna e pure vicini a noi, quasi a nostra misura. Non ci è dato dominarli, non ci è dato utilizzarli così come sono.  Li possiamo guardare o abbattere. Oggi, nell’imperante integralismo della “utilitas” produttiva,  il taglio di un albero sembra gesto emblematico che solleva il nostro spirito, dedito alla rapina, dal disagio insopportabile della contemplazione.

Gli alberi, dunque. Elementi emergenti di un territorio che ci offre ancora l’opportunità di esprimerci come specie vivente relazionata intimamente ad un sostrato biologico e culturale da cui per innumerevoli segni si costituisce l’emergenza visuale che chiamiamo paesaggio.

Sono per l’appunto i segni di un paesaggio particolare che si esprime nella esile linearità dei filari, nel percorso dei tratturi e nelle modeste discontinuità altimetriche degli argini e dei fossi; segni residui in progressiva cancellazione nel prepotente affermarsi dell’agricoltura intensiva. Segni che ci consentono di accostarci alla irripetibile fisicità di elementi di un paesaggio disegnato dalla una vicenda storica di un lavoro secolare.

Segni che nella coesistenza di elementi di natura e diffuse testimonianze della nostra storia  ci ripropongono un equilibrio biologico fondamentale nella riappropriazione di una identità attraverso la presentificazione del nostro passato.

Ricordiamoci  insomma che il valore di un paesaggio, tanto più se si tratta di un paesaggio  “senza qualità”, vale a dire privo di scenografie emergenti, si sottolinea e si difende mantenendone la continuità.  Del resto si tratta di un paesaggio che per esprimere la sua qualità estetica deve essere sostanziato da un’alta qualità delle acque e del suolo. Un paesaggio “scomodo” insomma.   E perciò si tende a non qualificarlo come tale, ma come pura materia disponibile ad ogni trasformazione produttiva.

Ecco quindi che la sottolineatura di ogni segno naturalistico, mentre disturba l’invadenza distruttiva e totalizzante dell’agricoltura meccanizzata delle monoculture, qui assume l’importante significato di definizione di un segno storico e di un presidio ambientale.

Sia dunque riaffermato il nostro diritto a contemplare la serenante coesistenza di artificio e natura, dove l’eccezionalità del bello non è confinata nella alienante lontananza di un escursionistico altrove, ma è invece richiamata discretamente e interiorizzata nella consapevole continuità del fare e del pensare, nella rasserenante presenza di una natura cui sentiamo di appartenere, perché conserva la visione di una storia familiare.

(Da una nota a margine della giornata di studio sulle cascine. Cremona, 23 marzo 2001.)

 

Giacomo Graziani vive a Milano. Architetto e urbanista, dalle radici romagnole ha tratto un radicato amore per il paesaggio della pianura e per la cultura contadina. Una sensibilità che si è rinnovata durante una lunga permanenza per motivi di lavoro nel territorio di Cremona.
Qui ha fondato nel 2009 il Centro della Poesia Cremonese con il sostegno della «Fondazione Mara Soldi Maretti» e del Comune di Grumello, dove ha organizzato eventi culturali che hanno coinvolto diversi gruppi letterali attivi sul territorio con la presenza di autori affermati e di giovani poeti.
Sue poesie sono apparse sulle riviste «Il Monte Analogo» e «de-Comporre». L’omonima Casa Editrice ha pubblicato alcuni suoi testi sulla raccolta antologica La Memoria e l’Attesa – poesia a Grumello. Nel 2014 è stata pubblicata la silloge  “Il fulmine e la tortora” (La Vita Felice editore).